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Sunday, October 9, 2016

L'esercito del salario minimo: gli italiani fuggiti a Londra che non hanno fatto fortuna

Fonte:http://www.tpi.it/mondo/regno-unito/italiani-fuga-cervello-londra-non-hanno-fatto-fortuna-salario-minimo

Marco Sconocchia, fotografo torinese trasferitosi a Londra, racconta per parole e immagini la sua esperienza di barista che cerca di sopravvivere con il minimum wage.

Marco Sconocchia, fotografo italiano domiciliato a Londra dal 2012, ha realizzato per TPI un resoconto sia scritto che visivo della sua esperienza come lavoratore che cerca di sopravvivere al salario minimo nella giungla metropolitana londinese. Nella photogallery le sue foto che ritraggono chi come lui e tanti altri italiani espatriati nel Regno Unito vive in questa condizione, e qui sotto il suo racconto autobiografico:
Da quando sono arrivato a Londra ho sempre lavorato in pub e ristoranti.
Dai 24 ai 28 anni ho servito alcool a diverse migliaia di persone, e in questi quattro anni non sono mai stato avanzato di grado, non ho mai avuto un aumento di stipendio, e le mie mansioni sono le stesse dal giorno 1 a oggi, 1825 giorni dopo.
Se dovessi fare un calcolo dei soldi che ho fatto guadagnare alla compagnia per cui lavoro in relazione allo stipendio che mi hanno pagato, probabilmente mi incazzerei e non tornerei a lavoro, ma questo lavoro mi serve almeno quanto io non servo alla compagnia della quale sono un dipendente.
Ho lavorato con centinaia di persone diverse: giovanissimi, over 40, perfetti idioti, artisti, lobotomizzati, professori, architetti, fotografi, molti dei quali italiani.
Sono arrivato a Londra con l’idea che avrei lavorato in uno studio fotografico e ho sempre pensato che avrei lasciato il lavoro al pub alla fine del mese. Nel frattempo i miei colleghi cambiavano velocemente, alcuni rimanevano di più e diventavano “senatori” come me, ma alla fine tutti andavano via e postavano frasi esultanti su Facebook del tipo: “Finalmente un vero lavoro! Avrò i weekend liberi!”.
Spesso io e il mio amico Andrea ci diciamo che siamo soldati nella “legione del minimum wage”.
I miei conoscenti ogni tanto commentano la mia situazione lavorativa: “Sei ancora al pub? Non ti sei stancato? Non hai proprio voglia di crescere!”.
Se fai un lavoro che ti permette di guadagnare il minimo da molto tempo, normalmente sei visto come uno dal quoziente intellettivo minimo, senza fantasia o spirito di iniziativa, inadatto ad una posizione migliore.
La mia situazione è simile a quella di partenza di un qualsiasi italiano che arriva nel Regno Unito senza una specializzazione o senza una laurea che ti dia la possibilità di trovare subito un lavoro ben pagato.
Lavorare nella ristorazione è uno degli impieghi più facili da trovare a Londra: catene di ristoranti, catene di bar, catene di pub, e in generale ristoranti, ristoranti dappertutto.
L’inglese medio non ha molta voglia di cucinare, e spesso preferisce mangiare fuori, quindi servire ai tavoli è un lavoro facile da trovare, non serve un alto livello di inglese ed è meno alienante che lavorare in cucina.
Lo stipendio varia abbastanza: se lavori in un ristorante di medie pretese, la paga è all’incirca 1.200 sterline lavorando 50 ore settimanali. Stipendio basso, affitti alti, poco tempo, molta fatica.
Nemo propheta in patria, e allora migliaia di persone rimpinzano la manodopera a basso costo del Regno Unito, e non importa nulla vestirsi da cameriere all’estero, tanto l’idea è “Imparo l’inglese e poi trovo il lavoro della mia vita, pago le prime bollette, metto da parte un po’ di soldi e inizio un lavoro ‘vero’”.
Al pub non sono mai stato particolarmente “bravo”: ai miei superiori non è mai sembrato mi interessasse molto e quindi non mi hanno mai dato nessuna responsabilità precisa; il mio inglese non è mai stato particolarmente male, gente che lo parlava peggio di me è stata promossa con facilità: tutto dipende da una cosa che gli inglesi chiamano attitude, ovvero l’atteggiamento, il sorriso che mostri la mattina quando entri o la sera quando chiudi.
Ogni primo venerdì del mese ricevo 1.200 sterline, pago l’affitto della mia camera singola, che ne costa 660 al mese, l’abbonamento della metropolitana 120 al mese, le sigarette 6 al giorno, la spesa mensile per il cibo 100. In pochissimo tempo ho dilapidato la maggior parte dello stipendio e non ho fatto nulla per me stesso che non sia correlato al lavorare o mantenersi vivo. Se si lavora full-time nella ristorazione si deve mettere in conto di lavorare molto, guadagnare abbastanza e spendere moltissimo.
È deprimente pensare di dover stare in una cucina o in una sala gran parte della propria vita e non potersi permettere nulla mentre si stampano conti più alti del tuo stipendio settimanale.
Londra è perfetta per fare carriera nella ristorazione o per coprire le proprie frustrazioni: ho visto pseudo-registe/scrittrici frustrate lanciarsi nel buco nero del minimum wage uscendo al lato opposto come un po’ meno sottopagati asini della fattoria degli animali di Orwell.
“Ma dopo cinque anni sei ancora pagato il minimo? Che problemi hai? Non pensi al tuo futuro?”.
Chi esce dalla zona grigia di sopravvivenza è restio a ricordare il passato, e in molti casi la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio.
Vivere a Londra al salario minimo vuol dire 1.500 pound il primo mese in cui affitti una casa, fra affitto e deposito, vivere con in casa altre sette persone in qualche zona dormitorio, oppure dividere la camera con qualcuno in zone decenti. Vuol dire spagnoli che friggono tortillas alle 9 di mattina, vuol dire possibili accoltellamenti davanti alla porta di casa, vuol dire non avere soldi per andare al ristorante, vuol dire non avere tempo per fare la spesa e rimanere con in frigo un pacco di orecchiette dalla Puglia e la crema per i piedi di un tuo coinquilino. Vuol dire la carta Oyster della metro senza credito e correre per andare a lavoro, vuol dire l’utopia di mettere da parte abbastanza soldi per una macchina, vuol dire alcol economico e mal di testa la mattina.
Si parte pensando di risparmiare soldi e ci si ritrova a spendere ogni centesimo in qualche catapecchia di zona 3, passando la giornata fra lavoro,Tube e Skype con la famiglia: “Ti vedo dimagrito… Ma mangi?”, “Beato te che sei in Inghilterra, qui in Italia si fa la fame! Avessi anche io il coraggio di partire…”, “Italia, pizza, mafia, Berlusconi, bella vita”.
Lavorare nella ristorazione è un climax di orari serrati, doppi turni, chiudere la sera e svegliarsi la mattina con la faccia di uno che ha dormito cinque ore, vuol dire main away del tavolo uno e attenzione al complain del tavolo 14, all’inizio vuol dire sognarsi i clienti la notte e svegliarsi per incontrarne di nuovi da sognare.
Molte volte le persone della mia età parlano dall’altra parte del bar e mi guardano come un alieno, scandiscono le parole e con un sorriso ironico mi chiedono: “Quanto tempo è che lavori qui?”. Quando gli dico quanto vengo pagato, sbattono gli occhi increduli.
I primi mesi, quando credevo che la mia carriera da cameriere sarebbe durata pochi mesi, mi sentivo portato per una carriera artistica, ero convinto di essere sprecato per questo impiego e non avrei mai visto il mio futuro dietro un bancone a sopportare persone scortesi, insulti razzisti e manager semianalfabeti più giovani di me urlarmi improperi dopo essersi fatti una striscia di cocaina in bagno.
Lentamente, con il passare del tempo il mio punto di vista è iniziato a cambiare: ho visto gli stessi manager semianalfabeti lavorare 50-60 ore alla settimana con un solo giorno libero senza lamentarsi, guadagnandosi promozioni e aumenti, mentre dall’altra parte del bar ho ascoltato persone che lavorano in banca lamentarsi dei prezzi alti della birra e dei loro orari di lavoro. Ho realizzato che gli stessi che reputavo “emarginati” del mondo del lavoro hanno delle capacità che io non ho, e anche se sono pagati 7,20 sterline all’ora non saltano un turno e lavorano anche nel giorno off se richiesto, non dimenticano mai di mettere dell’acqua fresca sul tavolo dei clienti appena arrivati o di salutare con un sorriso a 32 denti quando questi se ne vanno. Per questo fanno carriera.
Vivere col salario minimo a Londra è difficile, e può capitare di rimanerci impantanati a lungo. Ogni tanto ti viene in mente che potresti tornare a casa dove il minimum wage nemmeno c’è, ma dove i prezzi sono più bassi e la qualità di vita è apparentemente superiore, dove lavorativamente sei più che un piccolo granello di sabbia.
Arrivare alla soglia dei trenta ed essere pagato 7,20 sterline lorde l’ora è una goccia di sudore freddo che scende giù per la schiena.
Se contate di venire a Londra per migliorare la vostra posizione nel mondo dovrete fare i conti con la vostra soglia di sopportazione, magari trovandovi ad essere sfruttato da un connazionale che vi pagherà in nero e vi tratterà da schiavo, oppure dovendovi uniformare alle stupide regole di una grande compagnia per la quale sarete una cifra in un database, e normalmente ci sarà un periodo variabile nel quale anche voi, come me e Andrea, rimpinguerete la “Legione del minimum wage”.
Vivere col salario minimo in una delle città più care d’Europa è una prova di coraggio, di passione, di ingegno, di fatica, ma è un'esperienza dalle molteplici lezioni di vita, e non solo una voce di cui vergognarmi nel mio CV di fotografo.
Ogni tanto sento dire: “Ho lavorato nella ristorazione a Londra: nulla mi fa paura”.
E poi Andrea, male che vada, magari anche la classe operaia va in paradiso.

* Marco Sconocchia, nato a Torino nel 1988, ha studiato fotografia all'istituto Franco Balbis di Torino. Dopo aver lavorato in vari studi fotografici si è appassionato a reportage e storie di comunità. Vive a Londra dal 2012, è freelance e fondatore di f/27, un collettivo di fotografi e giornalisti.