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Friday, March 25, 2016

L’ultima porcata della Unione Europea? Togliere la data di scadenza dell’olio oliva! Perchè? Per favorire lo smaltimento delle vecchie scorte dei produttori. E della Gente chi se ne frega!!

Fonte:http://sapereeundovere.com/lultima-porcata-della-unione-europea-togliere-la-data-di-scadenza-dellolio-oliva-perche-per-favorire-lo-smaltimento-delle-vecchie-scorte-dei-produttori-e-della-gente-chi-se-ne-fr/


Togliere la data di scadenza dell’olio di oliva per favorire lo smaltimento delle vecchie scorte a danno dei consumatori è l’ultima – pessima – novità in arrivo dall’Unione europea che mette a rischio la qualità, dopo l’invasione delle produzioni straniere.
E’ quanto denuncia la Coldiretti con migliaia di agricoltori, che con i trattori sono scesi in strada a Bari per difendere l’agricoltura italiana, sulla base di quanto previsto dal disegno di legge europea 2015, diretto a modificare l’articolo 7 della legge 9 del 2013 nella parte in cui prevede un termine minimo di conservazione non superiore ai diciotto mesi per l’olio di oliva.
Di fatto si tratta di una norma che favorisce lo smaltimento di olio vecchio e – spiega la Coldiretti – fa invece venir meno una importante misura di salvaguardia per il consumatore, poiché numerosi studi hanno dimostrato che con il tempo l’olio di oliva modifica le proprie caratteristiche.
Con l’invecchiamento – precisa la Coldiretti – l’olio comincia a perdere progressivamente tutte quelle qualità organolettiche che lo caratterizzano (polifenoli, antiossidanti, vitamine) e che sono alla base delle proprietà che lo rendono un alimento prezioso per la salute in quanto rallentano i processi degenerativi dell’organismo. Secondo la Coldiretti è necessario mantenere il termine minimo di conservazione, prevedendo una possibilità di deroga solo qualora il produttore adotti ulteriori accorgimenti per la conservazione organolettica del prodotto, da riportare in etichetta. Sarebbe importante introdurre l’obbligo dell’indicazione in etichetta dell’annata della raccolta.
Ma il disegno di legge europea 2015 rischia di modificare in peggio l’etichettatura degli oli di oliva, abrogando le norme che prevedono che ‘l’indicazione dell’origine delle miscele di oli di oliva deve essere stampata con diversa e più evidente rilevanza cromatica rispetto allo sfondo, alle altre indicazioni e alla denominazione di vendita’, con l’effetto – denuncia la Coldiretti – di attenuare i livelli di tutela nella commercializzazione dell’olio di oliva.
“Un danno per i consumatori ed i produttori in un Paese come l’Italia che è il primo importatore mondiale di olio di oliva che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri” afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel denunciare che “il recente via libera finale all’accordo che comprende anche la quota aggiuntiva per l’importazione senza dazi nella Unione Europea di 35mila tonnellate in più l’anno di olio d’oliva tunisino è una scelta sbagliata che non aiuta i produttori tunisini, danneggia quelli italiani ed aumenta il rischio delle frodi a danno dei consumatori.
A guadagnare – sostiene Moncalvo – sono solo le grandi multinazionali che hanno già avuto dall’Unione Europea un regalo da 110 milioni di euro grazie allo sconto di 1,24 euro a chilo che è stato concesso con il nuovo contingente agevolato di 35 milioni di chili dalla Tunisia va ad aggiungersi alle attuali 56.700 tonnellate a dazio zero già previste dall’accordo di associazione Ue-Tunisia, portando il totale degli arrivi ‘agevolati’ annuale oltre quota 90mila tonnellate, praticamente pari a tutto l’import in Italia dal Paese africano”.
Di fronte al crescendo di inganni il consiglio di Coldiretti è quello di guardare con più attenzione le etichette ed acquistare extravergini a denominazione di origine Dop, quelli in cui è esplicitamente indicato che sono stati ottenuti al 100 per 100 da olive italiane o di acquistare direttamente dai produttori nei frantoi o nei mercati di Campagna Amica. L’olio di oliva – conclude la Coldiretti – è un settore strategico del Made in Italy con circa 250 milioni di piante su 1,2 milioni di ettari coltivati, con un fatturato del settore stimato in 2 miliardi di euro e con un impiego di manodopera per 50 milioni di giornate.

COMMENTO DELL'AMMINISTRATORE

W L'OLIO DI OLIVA ITALIANO... 

SCIOGLIMENTO DELL'ARMA DEI CARABINIERI: I PARTITI (PD-PDL) APPROVANO LA FORZA DI GENDARMERIA EUROPEA

Fonte:http://www.attivotv.it/unione-europea-impone-la-smilitarizzazione/


Sul sito dell’U.N.A.C. (Unione Nazionale Arma Carabinieri) leggiamo una breaking news inquietante: “L’Arma verso lo scioglimento. L’Unione Europea impone la smilitarizzazione della quarta Forza Armata e l’accorpamento dei carabinieri alla Polizia di Stato … L’Arma dei carabinieri in un futuro più o meno prossimo, ma certamente non remoto, è destinata ad un inevitabile scioglimento“. Poco meno di due anni fa la Camera dei Deputati ratificava ad unanimità l’accordo europeo per la costituzione di una forza armata speciale, chiamata EGF. La Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor o EGF) è il primo Corpo militare dell’Unione Europea a carattere sovranazionale. La EGF è composta da forze di polizia ad ordinamento militare dell’UE in grado di intervenire in aree di crisi, sotto egida NATO, ONU, UE o di coalizioni costituite “ad hoc” fra diversi Paesi. Eurogendfor può contare su una forza di 800 “gendarmi”mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani).
I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.
 
 
carabinieri Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionale che, in quanto tale, gode di piena autonomia. Infatti, la EGF non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo ma risponde direttamente ai Governi, attraverso il comitato interministeriale. 

L’articolo 21 del trattato di Velsen, con cui viene istituito questo corpo d’armata sovranazionale, prevede l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor. 

L’articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali. 

L’articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate. 

L’articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. 

L’articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio. 
 
Nel trattato di Velsen c’è un’intera sezione intitolata “Missions and tasks“, in cui si apprende che Eurogendfor potrà operare “anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile”, in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all’autorità civile o sotto comando militare
 
Tra le altre cose, rientra nei compiti dell’Eurogendfor: 
 
1)garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico

2)eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria) 

3)controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale 

4)dirigere la pubblica sorveglianza

5)operare come polizia di frontiera 

6)acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence. 
 
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno 2010 il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l’art.4 della medesima legge introduce i compiti dell’Eurogendfor, tra cui:
 
a) condurre missioni di sicurezza eordine pubblico;
 
b) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attivita’ generale d’intelligence;
 
c) proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici.
 
In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non rispondono direttamente delle loro azioni nè allo Stato italiano, nè all’Unione Europea.
Forse non è a rischio solo lo scioglimento della Beneamata Arma, potrebbe essere a rischio la sovranità nazionale.

COMMENTO DELL'AMMINISTRATORE
Chi era al governo italiano nel 2010?

LA PRIMA GUERRA MONDIALE, OVVERO IL SUICIDIO DELLA CIVILTÁ LIBERALE

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Fonte:http://www.miglioverde.eu/la-guerra-mondiale-ovvero-suicidio-della-civilta-liberale/

COPERTINAdi GUGLIELMO PIOMBINI
La fine dell’era liberale
Dopo i riconoscimenti ricevuti per il libro La rivoluzione del 1789, don Beniamino Di Martino ha confermato le sue notevoli doti di storico pubblicando, sempre con l’editore Leonardo Facco, uno studio su un altro avvenimento decisivo della storia contemporanea, La prima guerra mondiale come effetto dello “Stato totale”. L’interpretazione della Scuola Austriaca d’economia (120 pagine, € 10,00). La Grande Guerra ha rappresentato infatti il grande spartiacque, la grande cesura storica che ha interrotto bruscamente l’epoca del liberalismo classico (1776-1914) per aprire la nuova era dello Stato onnipotente, che a quanto pare non si è ancora conclusa con la caduta del comunismo e la fine del “secolo breve”.
Il mondo di ieri” che aveva preceduto la guerra, ricordato con nostalgia da Stefan Zweig, poteva giustamente andare fiero delle proprie realizzazioni. In meno di un secolo e mezzo la rivoluzione industriale e la diffusione del capitalismo avevano trasformato il mondo oltre ogni immaginazione, generando un’espansione economica senza pari, un susseguirsi di scoperte e invenzioni, un notevole miglioramento degli standard di vita e una crescita esponenziale della popolazione umana.
Questo processo fu accompagnato, sul piano culturale, dalla diffusione delle idee liberali classiche basate sul non intervento del governo nell’economia, la libertà individuale, il libero scambio, il gold standard monetario. I progressi civili ed economici più stupefacenti si verificarono in Inghilterra e negli Stati Uniti, i due paesi più fedeli ai principi del laissez-faire. Queste due nazioni trainarono l’intero Occidente in una corsa verso traguardi sempre più ambiziosi, che sembrava non avere fine. All’inizio del 1914, al momento del suo apogeo, l’Occidente surclassava il resto del mondo sotto qualsiasi aspetto. Mai nella storia una civiltà aveva dimostrato una superiorità così schiacciante su tutte le altre.
Il suicidio di una civiltà
guerra1mondialeChi poteva immaginare che, proprio nel momento del massimo trionfo, sarebbe arrivata la peggiore delle catastrofi? Chi poteva pensare che questa civiltà forte e sicura di sé si sarebbe lanciata a tutta velocità giù dal precipizio? Eppure, nell’agosto del 1914, l’irreparabile accadde. Per ragioni apparentemente futili che gli storici non sono ancora oggi riusciti a chiarire, i governi dell’epoca decisero di scatenare un conflitto suicida che in quasi cinque anni provocò infinite distruzioni morali e materiali, venti milioni di feriti, dieci milioni di morti, che salgono a sessantacinque milioni se si contano anche le vittime dell’influenza spagnola, che fu una conseguenza della guerra. Incalcolabile fu la distruzione del capitale umano, dato che la guerra spazzò via il fior fiore della società europea. Intere generazioni di giovani, i futuri protagonisti dell’industria, della scienza, dell’arte e della cultura, scomparvero prematuramente dalla faccia della terra.
E non finì qui. La Grande Guerra, fa notare Di Martino, non si concluse con i trattati di resa ma rappresentò solo il primo tempo di un terrificante Novecento. La guerra consentì l’avvento del bolscevismo in Russia e fu il fertilizzante per la presa del potere dei regimi fascisti in Italia e Germania. Dal vaso di Pandora della prima guerra mondiale scaturirono i demoni del totalitarismo, dei lager e dei gulag, dei genocidi, di una seconda guerra mondiale ancora più distruttiva della prima, conclusasi con un duplice bombardamento nucleare. Poteva il mondo andare peggio di così?
Le principali spiegazioni sulle cause della guerra
Eventi così drammatici richiedono spiegazioni adeguate, ma le tesi storiografiche più diffuse sulle cause della prima guerra mondiale lasciano sempre qualcosa di irrisolto. Non basta, ad esempio, dire che la guerra fu provocata dai nazionalismi. Anche nel corso dell’800, infatti, le idee nazionaliste erano diffuse e radicate, ma non avevano mai trovato gli strumenti per esplodere in maniera così distruttiva.
Ancor più deboli sembrano le tesi degli storici di estrazione marxista che spiegano lo scoppio della guerra con ragioni economiche. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale lo scrittore liberale inglese Norman Angell aveva dimostrato, nel libro La grande illusione, che l’interdipendenza economica fra le nazioni aveva raggiunto un tale livello di integrazione da rendere la guerra di conquista una completa assurdità. Entrando in guerra tutte le nazioni avrebbero segnato la propria rovina, indipendentemente dall’esito del conflitto. Il libro di Angell fu il più grande best-seller dell’epoca, fu tradotto il 25 lingue, vendette milioni di copie e venne ampiamente dibattuto. Le élite politiche e intellettuali ne conoscevano perfettamente le tesi. Malgrado ciò, non esitarono ad accendere la miccia dell’immane deflagrazione bellica.
Altri studiosi hanno rinunciato a dare una spiegazione razionale della Grande Guerra. Secondo lo storico inglese Niall Ferguson la prima guerra mondiale sarebbe scoppiata quasi per caso, per la concatenazione di una serie di sfortunate circostanze. Si trattò, a suo parere, di un errore di valutazione commesso dalle classi dirigenti europee del tempo: “il più grande errore della storia moderna” (La verità taciuta. La Prima guerra mondiale: il più grande errore della storia mondiale, 1998, p. 587).
La guerra come effetto dello Stato totale
Von MisesUna spiegazione molto più convincente si trova invece nelle opere degli esponenti della Scuola Austriaca di economia. Attraverso l’indagine economica, scrive Di Martino, la Scuola Austriaca ha prodotto una vera e propria interpretazione filosofica generale della storia contemporanea, e in particolare di quell’immane sciagura bellica. Studiosi del calibro di Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek, Murray N. Rothbard, Ralph Raico o Hans-Hermann Hoppe, infatti, hanno offerto una lettura autenticamente liberale delle cause e delle conseguenze della Grande Guerra.
A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, ricordano gli autori “austriaci”, si verifica un preoccupante cambiamento del clima culturale generale. I principi del liberalismo classico vengono progressivamente rifiutati in favore delle idee collettiviste, socialiste, protezioniste, militariste, imperialiste. La glorificazione della potenza statale e la critica all’individualismo “borghese” sono i tratti caratteristici di questo nuovo spirito del tempo, e all’inizio del nuovo secolo la maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca la guerra come mezzo di edificazione dello Stato totale. Il socialismo di Stato, scrive Mises, era l’ideale sociale dell’età che ha preparato la guerra mondiale.
Se accogliamo questa spiegazione, la storia del XX secolo non appare più una successione di eventi inspiegabili o irrazionali. Lo scoppio della prima guerra mondiale non fu un’improvvisa esplosione di follia collettiva, ma la conseguenza logica, addirittura inevitabile, delle idee statolatriche coltivate assiduamente dalla società europea per decenni. Se anche lo studente serbo Gavrilo Princip avesse mancato il colpo di pistola contro l’arciduca Francesco Ferdinando, con molta probabilità la guerra sarebbe prima o poi scoppiata lo stesso, perché le idee dominanti dell’epoca convergevano verso lo Stato totale e la guerra totale.
Il ruolo negativo dell’Italia e della Germania
Se l’interpretazione “austriaca” è corretta, viene da chiedersi: perché l’Occidente ad un certo punto rifiutò l’individualismo liberale in favore del collettivismo statalista? Perché voltò le spalle ai più elevati principi della civiltà per abbracciare un nuovo sistema di valori che idolatrava la coercizione e la violenza? Le nuove idee hanno sempre bisogno di un riferimento concreto per diffondersi. Possiamo quindi azzardare questa ipotesi: così come l’Inghilterra e gli Stati Uniti rappresentarono i modelli dell’epoca liberale, l’Italia e la Germania furono gli esempi che ispirarono l’avvento dell’era dello Stato onnipotente. Nel 1870, l’anno della conquista di Roma e della proclamazione del Reich tedesco, questi due paesi portarono a termine la propria unificazione territoriale. Sorsero così due nuovi stati centralizzati, militaristi e aggressivi, che sconvolsero il panorama politico dell’Europa della Restaurazione.
Italia e Germania inaugurarono un nuovo trend nella cultura europea, molto diverso dal precedente. Il Risorgimento italiano eccitò i sentimenti nazionalisti in tutto il vecchio continente, suscitando analoghi desideri di centralizzazione nazionale nel mondo tedesco (pangermanesimo) e nel mondo slavo (panslavismo). Anche il Reich tedesco fondato da Bismarck, uno Stato sovrano nel vero senso della parola, potente e ambizioso come non si vedeva dai tempi della Francia di Luigi XIV o di Napoleone, divenne il modello verso cui guardare. Dopo la vittoria di Sedan contro i francesi nel 1870, tutto il mondo cominciò a guardare con ammirazione l’esercito prussiano.
Anche le politiche sociali ed economiche di Bismarck divennero oggetto di imitazione. Il cancelliere tedesco fondò un sistema pensionistico pubblico, primo esempio di stato sociale; istituì numerosi dazi; cartellizzò le industrie tedesche. Il sostegno accademico a questo programma statalista venne fornito da un gruppo di economisti appartenenti alla scuola storica tedesca, i cosiddetti “socialisti della cattedra” come Adolf Wagner e Gustav Schmoller, contro i quali Carl Menger e gli economisti austriaci condussero una dura polemica. Queste nuove idee “tedesche” si diffusero negli anni ’80 anche in Inghilterra, dove furono accolte dai socialisti fabiani come Bernard Shaw e H. G. Wells.
hayek4Ecco come Hayek descrive, nel libro La via della schiavitù, il modo con cui il socialismo tedesco spodestò il liberalismo inglese: «Per oltre duecento anni le idee inglesi sono andate diffondendosi in direzione dell’Oriente. Il regno della libertà che era stato conseguito in Inghilterra sembrava destinato a diffondersi attraverso tutto il mondo. Il dominio di queste idee ha probabilmente raggiunto la sua maggior diffusione intorno al 1870. Da allora cominciò a regredire, e un differente sistema di idee, in realtà non nuove ma vecchissime, cominciò ad avanzare dall’Oriente. L’Inghilterra perdette la sua leadership intellettuale nella sfera politica e sociale, e divenne un paese importatore di idee. Per i sessant’anni successivi la Germania diventò il centro dal quale si irradiarono, verso l’Oriente e verso l’Occidente, le idee destinate a governare il mondo del ventesimo secolo. Queste idee erano quelle di Hegel e di Marx, di List o Schmoller, di Sombart o Mannheim, ora quelle del socialismo nella sua forma più radicale, o quelle concernenti semplicemente una “organizzazione” o una “pianificazione” meno radicale. Le idee tedesche venivano importate dovunque con grande rapidità e le istituzioni tedesche imitate».
Una catastrofe culturale
Secondo l’interpretazione “austriaca” della storia recente, messa in luce con maestria da Beniamino Di Martino, la prima guerra mondiale fu il logico risultato delle idee stataliste che avevano contagiato non solo le élite ma anche le masse popolari. Un’immane catastrofe era inevitabile perché la cultura europea e americana, affascinata dallo Stato totale, era già da tempo malata.
Se tutte le nazioni e i loro leader avessero avuto in mente in maniera chiara ed esclusiva i propri interessi economici, osservò nel 1946 l’economista Wilhelm Roepke, la prima guerra mondiale – e la seconda, che della prima fu solo una continuazione ancor peggiore – non sarebbe mai scoppiata. Mai come allora fu evidente che l’interesse e il benessere di un grandissimo numero di esseri umani dipendeva dalla preservazione della pace. Il fatto che la guerra scoppiò lo stesso dimostra, senza ombra di dubbio, che le fondamenta morali e culturali della società europea erano già crollate nel più completo e disastroso disordine.
Il 2 maggio, a Lodi, don Beniamino di Martino presenterà il suo libro, insieme al professor Francesco Perfetti. Per informazioni, contattare l’associazione “Lodi Liberale”

Tuesday, March 22, 2016

DI FRONTE ALL’ISLAM, LE LIBERTÀ INDIVIDUALI SONO A RISCHIO

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Fonte:http://www.miglioverde.eu/di-fronte-allislam-le-liberta-individuali-sono-a-rischio/

martel 

di LEONARDO FACCO*
 
«La religione è incompatibile col sistema della libertà». D’acchito, questa frase di Alphonse Francois de Sade può sicuramente apparire eccessiva, ma dietro ogni iperbole, o provocazione se si preferisce, c’è più che un fondo di verità.

Del resto, all’interno del dibattito affrontato in questo numero dei Quaderni Padani, non possiamo esimerci dall’essere spietati nell’analizzare il confronto fra due civiltà (quella cristiana e quella mediorientale islamica), che ben poche comunanze hanno tra di loro. Evito, per questioni di competenza, di addentrarmi nelle vicende storiche di questo aspro confronto, ma non possono esimermi, invece, dal discutere uno degli argomenti che maggiormente mi stanno a cuore: quello delle libertà individuali.

Ebbene, se è vero, come personalmente ritengo, che ideologia e teodicèa sono due facce della stessa medaglia, è altrettanto vero che tra una società di cultura cristiana (o cattolica se preferite) e una di stretta osservanza islamica le differenze sono abissali.

Benché la “Sacra Romana Chiesa” abbia alle sue spalle un passato in parte quantomeno discutibile (e comunque non certo condivisibile da un laico), l’Islam è, da sempre, un Movimento politico e religioso di estrazione radicale, che trova la sua forza nella netta definizione del campo del conflitto: da un lato, il “Partito di Dio” (Allah) formato dagli autentici credenti; dall’altro, il “Partito di Satana”, sempre più spesso identificato con l’Occidente. Parafrasando Renzo Guolo, studioso del settore, questa è una semplificazione del conflitto che, grazie anche al fallimento delle ideologie progressiste, rende irresistibile il fascino insieme rivoluzionario e tradizionalista dell’integralismo islamico.

Ora, se un’organizzazione sociale autenticamente liberale non può non porre al centro delle sue scelte l’individuo, in quanto portatore di diritti naturali inviolabili (secondo uno sviluppo coerente della dottrina di John Locke), nei paesi musulmani tutto ciò è inconcepibile. Il panislamismo, antica e al contempo nuova aspirazione alla ricomposizione del mondo musulmano in un’unica comunità di credenti (la Umma), è uno degli elementi più rilevanti della concezione mediorientale, che punta alla propria rinascita tramite il protagonismo di un movimento islamista caratterizzato sì da due anime (una radicale, o integralista, e una neo-tradizionalista), ma con un unico obiettivo: la totale contrapposizione all’Occidente, alla sue forme culturali, ai suoi dogmi religiosi.

È per altri versi, altrettanto vero che l’Islam non si esaurisce nell’islamismo. Esistono differenti Islam (da quello della civiltà a quello della cultura; da quello popolare a quello laicizzato); tuttavia l’uso del termine Islam fonda la sua peculiarità sulla religione, intesa come principio di organizzazione dell’azione collettiva umana.

Soprattutto tra quei movimenti di area sunnita (Egitto e Algeria tanto per intenderci, peraltro oggi in forte espansione rispetto a quelli di area sciita) è lapalissiano constatare che la tensione ideale verso l’utopia (il progetto di civiltà divina in terra) si esprime in primo luogo proprio come lotta contro l’Occidente e il suo sistema di valori. Citando ancora Guolo, «l’Occidente, per i veri credenti islamici, è responsabile, attraverso l’imposizione dell’esperienza della modernità (che ha permesso agli individui di affrancare la propria esistenza dalla derivazione divina)dello stato di decadenza e di barbarie preislamica in cui versa l’antica comunità del profeta (Maometto)». Ecco quindi spiegato il motivo per cui i movimenti islamisti (vere e proprie organizzazioni di mobilitazione politica e sociale che mirano a ristabilire l’ordine della Città di Dio) vengono considerati gli interpreti più coerenti e lucidi di questo rifiuto politico e religioso, in vista di un riscatto individuale e di redenzione collettiva.

Per sommi capi, anche per evitare di soffermarci sulla complessità di questa ideologia, i seguaci dell’islamismo leggono nelle parole del Corano (testo fondante della legalità per come essi la intendono) l’aspirazione al ritorno ad una comunità originaria. Termini come Sunna(tradizione), Wala (totale e assoluta obbedienza al Signore), Umma (comunità), Rububiyya (assoluta dedizione dell’uomo alla signoria divina), Imam (autorità religiosa), Da’wa (impegno nella predicazione del verbo), Jihad (combattimento per la fede) Fatwa (legge) e, per non dilungarci, Harb al muqadaca (guerra santa) sono vere e proprie “parole d’ordine”. Ma attenzione: “ritornare a Dio”, quindi ristabilire l’unità di quanti credono nella sua unicità, diventa un imperativo per tutti i fratelli di fede sparsi a Oriente e a Occidente e umiliati dagli stranieri.

Il che sta chiaramente a significare che le orde di adepti della Mezzaluna, che sono sparsi ovunque (dai celebratori del Ramadan a Torino fino agli organizzatori di corsi alla guerra santa a Londra), vanno considerati come “nemici potenziali”. Se, dunque, non è così difficile rendersi conto dell’ostilità feroce che i Musulmani nutrono per la nostra civiltà (per loro il Corano è come, per molti di noi, la Costituzione) è bene sapere che essi, rifacendosi proprio a “versetti e sure”, puntano al proprio riscatto attraverso il recupero di una concezione “universale e totalizzante” dell’Islam, da loro concepito al contempo come fede e culto, patria e nazionalità, religione e Stato, spiritualità e azione. Insomma, una congerie di asserzioni coercitive che risultano assolutamente inconcepibili per un qualsiasi liberale che si rispetti.

Ancora: la stessa organizzazione sociale islamica (l’Umma musulmana) è, a dir poco, inaccettabile in una società anche solo proto-liberale.
Se per noi, lo Stato è spesso considerato uno di quegli orpelli o marchingegni giacobini sorti per imbrigliare le libertà degli individui, nei progetti degli islamisti, invece, l’orientamento più diffuso è che il potere dell’Imam non ha scadenza. Non è casuale che la necessità di mantenere e riprodurre la comunità religiosa si fondi su una sorta di “individualismo olistico” (gerarchico) di macabra memoria, senza dimenticare, tra l’altro, l’assoluta innegabilità e l’assoggettamento della donna al potere-volere dell’uomo.

In conclusione. Per i Musulmani, l’interpretazione religiosa del conflitto politico rende alcune istanze non negoziabili: tradotto, questo significa che con l’Islam non si può discutere. Ora, non essendoci dubbi sul fatto che l’obiettivo islamico è quello di espandere il proprio dominio, in tempi come i nostri – in cui le conversioni di massa sono pressoché impossibili – l’universalismo religioso islamico può espandersi solo attraverso l’annullamento della territorialità. Ciò significa prevedere e accettare non solo l’annullamento degli Stati-Nazione già riconosciuti, ma anche l’annullamento delle Nazioni per consenso o di qualsiasi altra comunità abbia intenzione di autodeterminarsi.

Riconsiderati, allora, tutti i concetti sopra esposti, è logico e ovvio considerare il conflitto fra Occidente e Islam come uno scontro totale o, peggio ancora, come il tentativo islamico di abbattimento di ogni libertà individuale, sociale e civile conquistata in questi due ultimi millenni di storia.

*Riproposizione di un articolo originariamente apparso sulla rivista Quaderni Padani, numeri 22/23, anno V, marzo – giugno 1999. – Ripreso dal Blog di Cristian Merlo – Libertycorner – che così lo ha introdotto:

“Questo bellissimo contributo risale alla primavera del 1999. Sono passati più di 15 anni da allora e, nel frattempo, è successo di tutto: gli attentati alle Torri Gemelle, l’evoluzione di Al-Qaida, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq e poi gli attentati di Londra e Madrid; e come dimenticare i fatti più vicini a noi, quali la destabilizzazione di tutta l’area mediorientale, la guerra in Libia ed in Siria, l’affermarsi dell’Isis in taluni territori, l’ondata migratoria senza precedenti che perdura da anni, l’attentato a Charlie Hebdo, per arrivare a ieri sera. Sembra passata un’era geologica, da quel 1999.
Eppure questo scritto, elaborato in tempi non sospetti, per attualità e freschezza, sembra essere andato in stampa oggi: perché, semplicemente, non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Il suo autore, l’amico Leonardo Facco, è infatti riuscito, con lo stile chiaro e nitido che lo contraddistingue, a spiegarci i motivi per cui ” è logico e ovvio considerare il conflitto fra Occidente e Islam come uno scontro totale o, peggio ancora, come il tentativo islamico di abbattimento di ogni libertà individuale, sociale e civile conquistata in questi due ultimi millenni di storia”.


Con buona pace di tutti coloro che continuano a sostenere che “si tratta solo di frange estremiste”, “che sono due gatti rispetto al miliardo e passa di islamici”, “che il fondamentalismo non ha nulla a che fare con l’Islam moderato”, che “L’Islam è una religione di pace” e via di amenità in amenità.
Insomma, un testo da leggere d’un fiato”. (Cr. M.)

Austria non garantirà più depositi bancari. Fallimenti? Addio risparmi di una vita

Fonte:http://www.wallstreetitalia.com/austria-non-garantir-pi-depositi-bancari-fallimenti-addio-risparmi-di-una-vita/

9 aprile 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – In Austria, a partire da luglio, entrerà ufficialmente in vigore il regime del “bail in”, ovvero quella situazione in cui sono i creditori ad accollarsi le perdite di un eventuale crack di una banca o di una corsa agli sportelli.
La decisione era già stata in qualche modo anticipata con la notizia del buco monstre della bad bank di Hypo Alpe Adria. In quell’occasione, il ministero austriaco delle finanze aveva ricordato che, sulla base della nuova normativa, i creditori possono essere di fatto costretti a contribuire alle perdite, in modo tale che i contribuenti non debbano accollarsi l’intero peso.
Detto più semplicemente: avete depositato i vostri risparmi in una banca che poi fallisce? Amen, lo stato non vi garantirà più. Sarete voi stessi a essere chiamati in causa.
L’annuncio forte è arrivato oggi: l’Austria non garantirà più i depositi bancari; lo stato eliminerà insomma le garanzie finora assicurate ai depositi bancari, dopo aver ricevuto il via libera dall’Unione europea. D’altronde, la nuova legislazione sul bail in è stata approvata dalla stessa Ue due anni fa. Ed è molto probabile che l’Austria dia il via a un trend che si espanderà poi non solo in Europa, ma anche in altri paesi del mondo.
Il rischio è talmente concreto che il sito Goldcore ha presentato un grafico,




elencando i paesi che corrono il pericolo di vedere introdotto il tanto temuto regime (quello in cui i correntisti rischiano di perdere i loro depositi nel caso di crack della banca dove sono custoditi i loro risparmi).
Al primo posto c’è la Grecia; seguono Portogallo e Spagna. Al quarto posto l’Italia; poi Francia, Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti, Giappone.
Il grafico elenca anche le aree geografiche in cui le banche sono più sicure: palma d’oro alla Svizzera; seguono Germania, Singapore, Canada, Australia, Norvegia, Olanda, Hong Kong.
Tornando al caso Austria, ecco come cambieranno le cose: al momento, gli austriaci hanno depositi garantiti fino a un valore di 100.000 euro; esattamente, la prima metà dalla banca, la seconda dallo stato. Le cose cambieranno a partire da luglio, quando lo Stato non garantirà più i depositi.
Di conseguenza, le banche, per far fronte all’eventualità di buchi di bilancio, dovranno creare un fondo speciale di assicurazione per i depositi bancari. Una volta costituito, il fondo sarà rimpinguato gradualmente nel corso dei successivi dieci anni, arrivando a un valore di 1,5 miliardi di euro.
In caso di fallimento di una grande banca nel periodo precedente, la legislazione permetterà al fondo di contrarre prestiti all’estero sebbene, stando alla fonte che ha riportato la notizia, Die Presse, non sia chiaro chi fornirà i finanziamenti e sulla base di quali termini.
In ogni caso, è chiaro che anche se il fondo fosse alla fine dotato dei finanziamenti previsti, il suo aiuto sarebbe ridicolo. L’ammontare di 1,5 miliardi di euro si confermerebbe infatti inadeguato a salvare i correntisti dal fallimento di una banca. La cifra rappresenta appena lo 0,8% dei depositi totali in Austria.
Die Presse cita l’esempio di Bank Corp in Bulgaria. Quando la banca fallì, aveva depositi per 1,8 miliardi di euro; ma sul fondo di assicurazione sui depositi, era presente solo 1 miliardo di euro.
Torna alla mente la dichiarazione del ministro delle finanze irlandese Michael Noonan che, il 27 giugno del 2013, affermò: “il bail in è ora la regola”. Noonan definì rivoluzionaria la decisione di non considerare più i depositi sacrosanti.
Ben presto anche i depositi di altre banche dell’Unione europea potrebbero non essere più al sicuro.
Il giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten scrive: “i correntisti dovranno effettuare ricerche in modo attento sulla situazione della banca in cui decideranno di parcheggiare i loro risparmi”. Con l’ammissione: peccato che “questo compito sia estremamente difficile, causa i comunicati finanziari poco chiari e la complessità delle interdipendenze nel sistema bancario”. (Lna)

Italia, sì al “prelievo forzoso”: si potranno colpire conti correnti

Fonte:http://www.tgnewsitalia.it/wp/2016/03/19/italia-si-al-prelievo-forzoso-si-potranno-colpire-conti-correnti/


Italia, sì al “prelievo forzoso”: si potranno colpire conti correnti

ROMA (WSI) – In queste ore in cui tutti i riflettori sono puntati più che mai sulla Grecia, gli stessi italiani forse non si sono resi conto di quanto stava accadendo a casa loro.

Nella giornata di ieri, l’aula della Camera ha approvato in via definitiva la legge di delegazione europea 2014 che recepisce 58 direttive europee, adegua la normativa nazionale a 6 regolamenti Ue e attua 10 decisioni quadro. I sì sono stati 270, 113 i no, 22 gli astenuti.

Il punto è di quali direttive europee si sta parlando. In un momento in cui le parole più scritte e ripetute ovunque sono controlli di capitali, pensioni, tasse, corsa agli sportelli, in un momento in cui si teme che la crisi delle banche e degli Stati alla fine sarà esclusivamente sulle spalle dei cittadini, la Camera ha detto sì anche alla direttiva comunitaria che di per sé ha già reso legittima la procedura del “bail in”.

Cosa significa? Si tratta di un piano ben preciso che prevede che, in caso di crisi, siano i creditori e i correntisti a pagare per gli errori commessi dalle banche che, se non corretti, potrebbero tradursi in vere e proprie bombe sistemiche.

La norma stabilisce che, con effetto a partire dal 2016, in caso di crisi di liquidità di banche, i problemi – come dice la parola bail in, in contrapposizione a quella di bailout (aiuti che vengono dall’esterno) – saranno risolti accedendo, in caso di necessità, anche ai depositi superiori ai 100.000 euro.

Qualcuno potrà dire che alla fine saranno colpiti solo i ricchi. Ma la cosa non funziona proprio in questo modo, un po’ perchè in un periodo di forti pressioni del fisco, chi non evade, comunque vede assottigliarsi l’ammontare dei risparmi di una vita, e anche perchè a pagare saranno anche azionisti e obbligazionisti meno assicurati.

Sarà il governo italiano a dover valutare “l’opportunità di stabilire modalità applicative del bail-in coerenti con la forma societaria cooperativa”.

Il meccanismo è già scattato nella storia dell’Eurozona e ha un nome anche meno formale: “prelievo forzoso”.
 
Nella scheda di lettura che ha accompagnato il testo in aula, si legge: “Sono escluse dall’applicazione del bail-in alcune categorie di passività, segnatamente quelle più rilevanti per la stabilità sistemica o quelle protette nell’ambito fallimentare, come i depositi di valore inferiore a 100.000 euro, le obbligazioni garantite da attivi della banca, i debiti a breve sul mercato interbancario. Altre categorie di passività potranno essere escluse dall’autorità di risoluzione, in casi particolari, sulla base di una valutazione specifica degli effetti sulla stabilità sistemica e del possibile contagio. Nell’allocazione delle perdite dovrà essere rispettata la gerarchia prevista dalla direttiva, che in parte modifica quella concorsuale prevedendo, tra l’altro, che i depositi superiori a 100.000 euro detenuti dalle persone fisiche e dalle piccole e medie imprese siano colpiti dopo gli altri crediti chirografari (c.d. pecking order). In ogni caso, il trattamento riservato agli azionisti e ai creditori nell’ambito della risoluzione non potrà essere peggiore rispetto a quello che essi avrebbero subìto in caso di liquidazione coatta amministrativa”.

Di “prelievo forzoso” dai conti correnti hanno parlato il Movimento 5 Stelle e Forza Italia, che hanno votato contro il recepimento della direttiva.

La protesta arriva sul blog di Beppe Grillo:

“Si chiama Direttiva Europea 2014/59/UE. Significa, brutalmente, che dal 1 gennaio 2016 se la vostra banca va in crisi dovrete pagare voi con i vostri conti correnti, azioni e obbligazioni. Oggi con limite superiore a 100 mila euro, ma si potrebbe finire a 30 mila come già in Germania”, hanno scritto i parlamentari M5S. “Se ricordate è la stessa cosa che successe qualche anno fa a Cipro: per evitare il fallimento delle banche si rastrellarono i soldi dei risparmiatori con un bail-in, e questa bella idea piacque così tanto all’Europa che si decise di farla adottare a tutti quanti. Tutto ciò in barba ad ogni buonsenso, alla Costituzione e persino alle più recenti parole del Papa. I giornali opportunamente tacciono. Tra qualche mese diventeremo tutti soci delle banche, ma sia chiaro, sempre con le consuete regole contrattuali: se le perdite saranno di tutti, i profitti restano i loro”.

Ma il Mef parla invece di tutele per i depositi. “Con le nuove norme nessun creditore può subire perdite maggiori di quelle che avrebbe sopportato in caso la banca fosse stata sottoposta a liquidazione coatta amministrativa secondo la normativa oggi in vigore”.

Ancora: “La direttiva invece esclude esplicitamente alcune categorie di crediti escluse dal contributo alla risoluzione della crisi bancaria. Ad esempio, oltre che i depositi protetti (cioè i depositi ammessi al rimborso da parte di un sistema di garanzia dei depositi, fino a 100.000 euro), sono escluse le passività garantite, le disponibilità detenute dalla banca per conto del cliente (per esempio il contenuto della cassetta di sicurezza o i titoli depositati in un conto apposito), o i crediti da lavoro o dei fornitori. L`autorità di risoluzione può escludere altre categorie di crediti, al ricorrere di determinate condizioni secondo una valutazione da fare caso per caso”.

Precisando: “La direttiva BRRD ha anche introdotto dei criteri di privilegio dei crediti (la cosiddetta depositor preference): gli Stati nazionali devono modificare la gerarchia dell`insolvenza in modo tale che i crediti dei depositanti siano preferiti rispetto ai crediti chirografari e così fa l’Italia con il recepimento della direttiva. Il massimo privilegio nella tutela riguarda tutti i depositi fino a 100.000 euro (depositi protetti) e i depositi oltre questa soglia di persone fisiche, microimprese e piccole e medie imprese. Infatti i depositi protetti sono sempre esclusi dal bail-in, mentre in ragione della depositor preference anche i depositi sopra soglia di persone fisiche e piccole e medie imprese potranno risultare sostanzialmente indenni”.

Monday, March 14, 2016

ITALIA E SVIZZERA, UN CONFRONTO IMPIETOSO

Fonte:http://www.fronteliberazionefiscale.org/index.php/blog/167-italia-e-svizzera-un-confronto-impietoso

di GUGLIELMO PIOMBINI


bandiere italia svizzera 1440Se è vero, come sostiene la vulgata prevalente, che la crisi attuale è stata provocata dalla finanza senza regole e dagli eccessi del capitalismo, allora i paesi europei economicamente più liberi dovrebbero trovarsi nelle condizioni peggiori. Possiamo verificare questa tesi confrontando la situazione economica di due paesi confinanti abitati da popolazioni parzialmente simili, l’Italia e la Svizzera. Quest’ultima, grazie alla sua forma confederale, ha sempre avuto un settore pubblico più leggero di quello dell’Italia, ma negli ultimi anni le differenze tra i due paesi si sono enormemente allargate. Nella classifica mondiale della libertà economica 2014, curata annualmente dall’Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, il sistema economico svizzero risulta il quarto più libero del mondo (dopo Hong Kong, Singapore e l’Australia), mentre quello italiano si trova all’86esimo posto. Ancora meglio fa la Svizzera nell’indice mondiale della competitività, piazzandosi al primo posto su 148 economie mondiali, mentre l’Italia si trova al 49esimo posto. La Svizzera è particolarmente competitiva proprio in quel settore finanziario demonizzato dagli avversari del libero mercato. Non esiste infatti un paese in cui il settore finanziario rappresenti una quota così importante del PIL come la Svizzera (il 13 % contro il 4 % della Francia o della Germania). Nonostante questa maggiore esposizione ai rischi, la piazza finanziaria elvetica si è dimostrata solida, e durante la crisi ha beneficiato di aiuti statali in misura nettamente minore rispetto a quanto avvenuto in altri Paesi (fonte). La recessione che ha colpito l’Europa sembra infatti aver risparmiato la Svizzera, che pur trovandosi incastonata nel cuore del vecchio continente, ha continuato a creare business ad un ritmo costante. Secondo uno studio della rete globale di revisione RSM, tra il 2007 e il 2011 il numero di aziende in Svizzera è aumentato da 499.000 a 648.000, uno dei tassi più alti nell'area Ocse: +149.000 unità, pari ad un tasso di crescita medio annuo del 6,8%. Nel 2013 il pil della Svizzera è aumentato del 2%, mentre l’Italia ha chiuso il 2013 con un calo del pil dell’1,9 % e un calo della produzione industriale del 3,8%.
Per quanto riguarda gli altri indicatori, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale in Svizzera nel 2013 il reddito procapite a parità di potere d’acquisto è stato di 46.475 dollari contro i 2 30.094 dollari dell’Italia; l’inflazione su base annua è stata dello 0,2 % contro l’l,3 % dell’Italia; l’incidenza della spesa pubblica sul pil è circa il 33 % contro il 50 % dell’Italia; il debito pubblico è in Svizzera il 36,4 % del Pil contro il 132,6 % dell’Italia; il tasso di disoccupazione in Svizzera nel 2013 è stato del 3,3 %, mentre in Italia nel gennaio 2014 ha fatto un nuovo balzo al 12,9 %; particolarmente eclatante è il dato sulla disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che in Svizzera è solo del 3,6 % contro il 40 % dell’Italia! (Il Mondo, 9/9/2013). Come ha fatto la Svizzera a realizzare queste straordinarie performance economiche? La verità è che la Confederazione Elvetica rappresenta un vero e proprio paradiso liberale, se paragonata all’Italia.
La tassazione
Benvenuti nel Paese con le tasse più basse d’Europa, titolava un recente articolo uscito su Il Sole-24 Ore. La leggerezza del fisco elvetico è favorita dalla concorrenza fiscale che si fanno i 26 cantoni per attrarre imprese e investimenti. Il fisco svizzero agisce infatti su tre livelli: federale, cantonale e comunale. L’imposta federale incide sul 7,83 % degli utili, quella cantonale varia dal 4,4 al 19 %, quella comunale dal 4 al 16 %. In media quindi sulle aziende l’erario esercita una pressione che varia tra il 16 e il 25 %, sulle persone fisiche dal 5 al 20 %. L’IVA è la più bassa d’Europa, all’8 % (contro il 22 % dell’Italia!), ma sui beni di consumo è al 2,5 %, mentre l’istruzione e le cure mediche sono esenti. Non ci sono imposte sulle successioni per i discendenti diretti.
Alcuni Cantoni garantiscono delle esenzioni fiscali per certi periodi o per certe attività, ed è possibile stringere accordi con l’erario sulle tasse da pagare per gli anni successivi. Una notevole differenza con l’Italia riguarda il famigerato cuneo fiscale. Il datore di lavoro italiano farà un salto sulla sedia quando scoprirà quanto pagano in tasse i colleghi della Svizzera sugli stipendi dei dipendenti. «Per 1000 euro di salario il datore di lavoro in Italia deve spenderne altri 1300, qui appena 200», spiega Gianluca Marano, quarantenne di Milano che nel 2008 ha aperto a Chiasso una società di consulenza per gli imprenditori e i privati che vogliono aprire un’attività oltre il confine. Nel complesso il carico fiscale complessivo delle aziende (total tax rate) in Svizzera raggiunge al massimo il 28,7% del reddito d’impresa, contro l’incredibile 67,7 % dell’Italia, secondo i dati della Banca Mondiale. Non c’è quindi da meravigliarsi se negli ultimi anni centinaia di imprese italiane si sono trasferite nel Canton Ticino. All’ingresso di Chiasso c’è un cartello che dice “Benvenuta impresa nella città di Chiasso”. Uno dei tanti imprenditori italiani in trasferta ha commentato: «Quando arriva un imprenditore in Svizzera lo accolgono le autorità. In Italia gli mandano la guardia di finanza». Nel complesso sono 558.000 gli italiani che risiedono in Svizzera, su una popolazione di 8 milioni di abitanti, ai quali si devono aggiungere i quasi 60.000 frontalieri che passano quotidianamente il confine per lavoro, aumentati del 75 % dal 2002 a oggi. Di recente l’Ufficio Federale di Statistica ha svolto un’approfondita indagine sugli stipendi svizzeri. I risultati confermano che in Svizzera si guadagna mediamente il doppio o il triplo rispetto ai paesi confinanti: nel biennio 2007-2008 il salario medio era infatti equivalente a circa 3000 euro mensili al netto delle imposte. È vero che il costo della vita è mediamente più alto che negli altri paesi europei, tuttavia, rileva l’indagine, «in nessun caso è doppio o triplo. Per fare un raffronto affidabile con gli altri paesi basti pensare che i costi tra assicurazioni e imposte varie rappresentano in media circa il 30%-35% del budget totale di una persona, il resto serve per vivere».
Le pensioni
Probabilmente non esiste al mondo un sistema pensionistico più ingiusto, rovinoso e finanziariamente insostenibile di quello italiano. L’Inps si fonda su un meccanismo diabolico che taglieggia i lavoratori privati per concedere spropositati privilegi pensionistici alle categorie statali privilegiate. La moria delle aziende è spesso dovuta all’impossibilità di far fronte a un carico previdenziale completamente slegato dagli utili prodotti, e la maggior parte delle cartelle esattoriali sono costituite da contributi previdenziali non pagati. In Italia l’esosa contribuzione previdenziale obbligatoria a carico degli artigiani e dei commercianti, per non parlare di quella degli iscritti alla gestione separata (prevista al 33% per il 2014), è la principale causa di dissuasione dall’iniziare una nuova attività economica. Il problema è che i lavoratori privati perdono la proprietà dei risparmi che versano all’Inps, mentre la classe politico-burocratica riesce facilmente a dirottarli verso le proprie tasche per mezzo di leggi, leggine e sentenze amministrative. In sostanza, coloro che pagano i contributi e sostengono l’intero sistema, i lavoratori autonomi e dipendenti del settore privato, ricevono una pensione che rappresenta una frazione minuscola di quanto hanno effettivamente versato; d’altro canto, alcune categorie statali che non hanno mai versato contributi o che li versano solo in maniera figurativa, come i politici, i magistrati, i militari e i dipendenti pubblici in genere, si sono garantiti elevati trattamenti previdenziali, vitalizi, pensioni d’oro, doppie, triple e baby. Questi sperperi e queste palesi ingiustizie non possono esistere nel sistema pensionistico svizzero, che si fonda su tre pilastri. Il primo è quello della pensione pubblica, che richiede contributi obbligatori piuttosto limitati (il 4,2 % del reddito per il datore di lavoro e per il dipendente) e garantisce solo il minimo fabbisogno vitale al momento della pensione. La pensione pubblica è infatti quasi uguale per tutti: la minima è di 1105 franchi al mese (poco più di 900 euro al cambio attuale), la massima è il doppio (2210 franchi, cioè 1813 euro). Sul piano dell’equità non ci sono quindi paragoni con la distanza siderale che in Italia separa il trattamento pensionistico di un pensionato sociale (500 euro al mese) da quello di un membro della casta politico-burocratica (fino a 90.000 euro al mese, talvolta a partire dalla mezza età). Il secondo pilastro pensionistico svizzero è quello della previdenza professionale, che a differenza della pensione pubblica non è a ripartizione ma a capitalizzazione (si riceve cioè l’investimento accumulato). I contributi per la previdenza professionale sono in pratica obbligatori solo per i lavoratori dipendenti che percepiscono un salario superiore a 20.000 franchi e inferiore a 82.000. Per tutte le altre categorie, come quelle dei lavoratori autonomi, questo tipo di assicurazione pensionistica è solo facoltativo. Infine, il terzo pilastro pensionistico svizzero è quello della pensione integrativa privata, che serve a colmare eventuali lacune; è facoltativa ma viene favorita con delle agevolazioni fiscali. Nel 2014 il sistema pensionistico svizzero è stato giudicato dal Global Retirement Index, un indice che valuta 150 sistemi pensionistici internazionali, il migliore del mondo quanto a capacità di garantire la sicurezza finanziaria agli ex lavoratori. Fare ulteriori confronti con il sistema pensionistico pubblico italiano, ricolmo di disparità e privilegi, e destinato alla bancarotta a causa dei suoi colossali deficit, sarebbe blasfemo.
La sanità
Se il sistema sanitario italiano è ben conosciuto per i suoi enormi sperperi, la corruzione, gli ospedali fatiscenti e le liste d’attesa interminabili, niente di tutto questo si verifica nel sistema sanitario svizzero, che è interamente privato e gestito dalle assicurazioni. Il paziente paga mensilmente un’assicurazione obbligatoria di circa 300 euro al mese, cifra nient’affatto elevata se si tiene conto che in Svizzera gli stipendi sono mediamente molto più alti che in Italia e le tasse molto più basse. Nessuno resta fuori perché una società di “compensazione sociale” provvede a coprire le spese di chi non può sostenerle. Il sistema svizzero è attentissimo ad evitare gli sprechi, e per questa ragione è molto raro, ad esempio, che un medico prescriva antibiotici. L’assicurazione sanitaria privata comunque garantisce tutto, compreso il ricovero in ospedale in stanza singola o con al massimo tre persone. Anche se si stenta a crederlo, quando un paziente entra 4 in ospedale per operarsi viene accolto da un infermiere che, catalogo alla mano, gli chiede di scegliere quale stampa preferisce avere sul muro (Picasso, Van Gogh, ecc.). Poi viene organizzato una specie di seminario personale dove i medici spiegano al paziente tutti i dettagli dell’intervento. Il paziente può scegliere di essere operato dal primario oppure dall’assistente. Nel primo caso paga un surplus, ma se quel giorno non c’è e opera un assistente (comunque sempre un medico d’eccellenza) il supplemento viene immediatamente restituito con tante scuse. Infine, l’assicurazione sanitaria spesso riduce il premio da pagare a coloro che svolgono attività salutari, come frequentare la palestra, la piscina o la sauna. Chi è più in forma, quindi, paga meno per la sanità! (Sanità? Vietato Sprecare, Il Fatto Quotidiano Zurigo, 12 aprile 2012)
Il mercato del lavoro
In Svizzera il mercato del lavoro, anche sotto il profilo dei licenziamenti, è molto liberale. Solo in caso di malattia, incidente o gravidanza i lavoratori godono di una protezione contro il licenziamento temporalmente limitata. Di regola i lavoratori e i datori di lavoro sono liberi di licenziarsi o licenziare nei termini concordati nel contratto di lavoro, o in mancanza semplicemente rispettando i termini di disdetta previsti dal codice delle obbligazioni. Questa grande flessibilità in entrata, ricorda Paolo Malberti sul Corriere della Sera, fa sì che «ogni giorno come apri il giornale sei subissato di annunci. Se non ti trovi più bene dove stai, fai qualche colloquio e cambi ditta. E con l’occasione puoi anche toglierti la soddisfazione di mandare il capetto che te li ha rotti a quel paese». In ogni caso per chi rimane senza lavoro non ci sono sussidi pubblici o casse integrazioni come in Italia, che favoriscono senza ragione i dipendenti delle grandi aziende rispetto a tutti gli altri. C’è invece un’assicurazione privata che copre il rischio di rimanere disoccupati, usufruibile da chi ha lavorato come dipendente in Svizzera per più di 12 mesi negli ultimi due anni. Questa assicurazione contro la disoccupazione viene pagata con dei contributi pari al 2 % dello stipendio, per metà a carico del datore di lavoro e per metà a carico del lavoratore. Il bello del mercato del lavoro svizzero è che le regole del settore privato non sono molto diverse da quelle che valgono per il settore pubblico, comprese quelle sui licenziamenti: ecco forse spiegata la ragione principale della sorprendente efficienza della burocrazia svizzera. Tanto per fare un paio di esempi, ci vogliono solo due settimane per la registrazione al Registro del Commercio e un solo giorno per immatricolare un veicolo. In Svizzera, infatti, non esiste come in Italia il posto fisso a vita per il dipendente pubblico che, in spregio a ogni sbandierato principio costituzionale di uguaglianza, crea una società divisa in due caste: i cittadini di serie A (gli statali ipertutelati qualunque cosa accada) e i cittadini di serie B (i lavoratori privati assoggettati alle incertezze dell’economia). Negli ultimi decenni si è imposta infatti nella maggioranza dei cantoni e dei comuni svizzeri la tendenza ad equiparare le condizioni di impiego degli impiegati pubblici a quelle vigenti nell’economia privata. La Confederazione ha seguito questa evoluzione con la nuova legge sul personale federale del 2002, che ha abolito lo statuto di funzionario autorizzando così i licenziamenti. Dal 1° luglio 2013 è entrata in vigore un’ulteriore revisione legislativa che ha reso ancor più flessibile il rapporto di pubblico impiego. In Svizzera comunque i dipendenti statali sono molto meno numerosi che in Italia: solo 1 su 47 abitanti, mentre in Italia sono 1 su 18 (1 su 23 in Lombardia). In particolare i dipendenti federali in Svizzera sono circa 35.000, cioè uno ogni 200 abitanti: un rapporto che esprime senza bisogno di troppe spiegazioni la leggerezza del governo centrale nella confederazione elvetica. In sostanza la probabilità di imbattersi in un dipendente pubblico svizzero è del 60 % inferiore rispetto alla probabilità di imbattersi in un dipendente pubblico italiano.
Quando le strade hanno cominciato a divergere?
Perché l’Italia è uno Stato fallito sull’orlo del crack, mentre la Svizzera è un successo planetario? Se guardiamo alla storia, ci accorgiamo che le strade prese dai due paesi hanno cominciato a divergere proprio negli anni dell’unità d’Italia. In Svizzera le ultime turbolenze si ebbero nel 1848, nella “guerra civile” del Sonderbund tra cantoni cattolici e cantoni protestanti. Si trattò in realtà di uno scontro incruento, nel quale morirono meno di cento persone e che durò solo 26 giorni. Alla fine venne adottata una nuova costituzione, dopodiché la Svizzera imboccò definitivamente la via della saggezza, della neutralità, del federalismo e della riduzione ai minimi termini del governo centrale. Anche gli italiani avrebbero potuto seguire la sorte felice degli svizzeri, se ai tempi del Risorgimento fossero prevalse le idee di Carlo Cattaneo e di coloro che proponevano un assetto confederale per l’Italia. Gli avvenimenti presero purtroppo una piega opposta. Un’interminabile serie di sciagure si sono infatti abbattute sugli italiani da quando la penisola è stata forzosamente unificata per via militare dai Savoia. Fin da subito le popolazioni del sud dell’Italia non accettarono la conquista dei piemontesi, che avevano inasprito fortemente la tassazione e introdotto la coscrizione obbligatoria, e si rivoltarono in massa. Questa guerra civile durò una decina d’anni e, malgrado venga minimizzata ancora oggi nei libri di testo come “lotta al brigantaggio”, fu in verità il conflitto più cruento che si ebbe in Europa nel periodo compreso tra le guerre napoleoniche e la prima guerra mondiale. L’esercito piemontese represse la rivolta con lo stato d’assedio, i campi di concentramento e la tattica della terra bruciata. Quante furono di preciso le vittime tra la popolazione meridionale non si saprà mai, ma le stime degli storici vanno dalle centomila (secondo Giordano Bruno Guerri) al milione (secondo La Civiltà cattolica). Il 1874 può essere considerato l’anno simbolo della distanza ormai abissale che separava la Svizzera dall’Italia unita. Una modifica della costituzione elvetica attribuì infatti ai cittadini quel potere referendario di confermare, abrogare o proporre nuove leggi, che ancora oggi rende la Svizzera famosa nel mondo. In quegli stessi anni in Italia si era conclusa da poco la feroce repressione al sud, e il Regno d’Italia era diventato uno degli stati più centralisti e fiscalisti d’Europa. Come ricorda Gilberto Oneto, tra il 1860 e il 1880 la porzione di reddito nazionale assorbita dalla tassazione praticamente raddoppiò. Fra il 1865 e il 1871 si ebbe un aumento del 63 % delle imposte sul reddito e del 107% delle imposte sui consumi che gravavano soprattutto sulle classi popolari, come l’odiata tassa sul macinato che trasformava i mugnai in esattori, inaugurando la prassi italiana di mettere cittadini contro altri cittadini. All’inizio degli anni Settanta il ministro delle finanze Quintino Sella ammise che l’Italia era il paese più tassato al mondo. Nel 1892 la pressione fiscale raggiunse il 18 % del pil contro il 7 % dell’Inghilterra e il 10 % della Germania. La tassazione eccessiva provocò la rovina dell’economia italiana, e con essa un fenomeno sconosciuto prima dell’unità: l’emigrazione di massa all’estero degli italiani. Tra il 1876 e il 1914 emigrarono 14 milioni di italiani, su una popolazione che nel 1881 era di poco superiore a 29 milioni. All’inizio gli emigranti partirono soprattutto dalle regioni del nord, in particolare dal Veneto. Il grande esodo meridionale cominciò con l’adozione delle tariffe protezionistiche del 1887, che colpirono soprattutto l’agricoltura del sud, gettando nella disperazione milioni di persone già oberate dalle tasse italiane e dalla pesante novità del servizio di leva, che distraeva per anni dai lavori nei campi le braccia migliori (G. Oneto, La questione settentrionale, 2008, p. 152, 154). Il Regno d’Italia era anche uno Stato militarista e guerrafondaio: sentendosi grande e forte, si lanciò in una serie continua di guerre che mai i piccoli Stati preunitari si sarebbero sognati di intraprendere. Dal 1861 al 1871 impegnò metà dell’esercito nella repressione della rivolta delle regioni del sud; nel 1866 entrò nella terza guerra d’Indipendenza senza alcun motivo (dato che l’Austria aveva già offerto il Veneto al Regno d’Italia in cambio della sua neutralità), rimediando alcune cocenti sconfitte; poi cominciò l’epoca delle sciagurate avventure coloniali in Somalia ed Eritrea, culminate con l’umiliante disfatta di Adua nel 1896, e in Libia nel 1911.
Per gli abitanti della penisola, comunque, le disgrazie non erano finite. Nel 1915 il governo italiano non seguì il saggio esempio di neutralità della Svizzera, e si gettò a cuor leggero nella fornace della 6 prima guerra mondiale. Milioni di coscritti, quasi tutti poveri contadini, vennero spediti a morire nelle trincee. Quelli che cercavano di salvarsi la vita disertando o rifiutandosi di avanzare sotto il fuoco nemico venivano fucilati dai carabinieri che sparavano a vista sui “codardi”, o dai plotoni d’esecuzione che per punizione decimavano interi reparti. In questa “inutile strage” il Regno d’Italia sacrificò la vita di quasi settecentomila italiani, mentre un numero più che doppio di giovani rimasero feriti o mutilati. Seguirono i vent’anni del fascismo, che dichiarava di voler portare a compimento la rivoluzione nazionale del Risorgimento, e la catastrofe immane della seconda guerra mondiale, che lasciò l’Italia completamente distrutta. Nel 1948 l’Italia evitò per un soffio di diventare una dittatura comunista di tipo staliniano, ma nei vent’anni successivi l’adozione di politiche economiche più liberali generò il cosiddetto “miracolo economico”. Forse è stato questo l’unico periodo positivo della storia dell’Italia unita. Nel 1968 si aprì infatti la stagione degli anni di piombo, del terrorismo e della crisi economica. Chiuso questo tragico periodo, negli anni Ottanta ebbe inizio l’epoca dell’esplosione della spesa statale, del debito pubblico, della tassazione e della corruzione, che ci ha portato alla crisi dei giorni nostri. Il verdetto della storia sembra chiaro. In 150 anni di vita lo Stato nazionale ha dato agli italiani soprattutto due cose, morte e tasse. È venuto il momento di ripudiare questo esperimento fallimentare, questa parentesi sbagliata della nostra storia, e di rivendicare quella vocazione pluralistica e quelle libertà che hanno reso grande non solo la Svizzera, ma anche la civiltà italiana nei secoli passati.
L’autore
Guglielmo Piombini, nato nel 1968, si è laureato in giurisprudenza presso la facoltà di Bologna. È autore di diversi libri di orientamento liberale e libertario, tra cui: Privatizziamo il chiaro di luna! Le ragioni dell'ecologia di mercato (insieme a Carlo Lottieri, Leonardo Facco Editore, 1996), Anarchici senza bombe. Il nuovo pensiero libertario (insieme ad Alberto Mingardi, StampAlternativa, 2000), La proprietà è sacra (Il Fenicottero, 2001), Il libro grigio del sindacato. Origini ed anatomia dell'oppressione corporativa (insieme a Giorgio Bianco e Carlo Stagnaro, Il Fenicottero, 2002), Prima dello Stato. Il medioevo della libertà (Leonardo Facco Editore, 2004). È titolare della Libreria del Ponte a Bologna (www.libreriadelponte.com), specializzata in testi riguardanti il pensiero liberale.
L’istituto
Lo Switzerland Institute in Venice è un istituto sorto per iniziativa di Luigi Marco Bassani, Carlo Lottieri e Daniele Velo Dalbrenta al fine di affrontare – particolarmente in ambito accademico – i temi del diritto di secessione e della concorrenza istituzionale, da un lato, e della libertà e della proprietà, dall’altro. L’obiettivo è promuovere e sostenere ricerche che favoriscano una crescente legittimazione di quelle iniziative politiche che meglio possono favorire la libertà d’impresa e l’autogoverno, traendo lezione anche dall’esperienza storica della Svizzera. Il riferimento alla società elvetica nasce non solo dall’intenzione di operare a cavallo tra il Ticino e il Veneto, ma anche perché i promotori considerano la società svizzera un modello da imitare e un’occasione di riflessione per l’intera Europa, e più specificamente per le aree di lingua italiana. Scopo dell’istituto è mostrare come quella svizzera sia una sorta di “utopia realizzata”: un modello imperfetto, naturalmente, ma che può aiutare a dirigersi nella giusta direzione

Sunday, March 13, 2016

La profezia di Orwell

Fonte:http://lastella.altervista.org/la-profezia-di-orwell/

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Sono passati più di sessant’anni da quando George Orwell pubblicò il suo romanzo profetico, “1984”, e alla luce degli eventi odierni, non c’è momento migliore per ricordare a noi stessi che ci stiamo rapidamente dirigendo proprio verso l’incubo così magistralmente descritto nel suo libro.


George OrwellSe qualcuno volesse avere un’idea più precisa del mondo che le élite ci impongono, allora non dovrebbe far altro che leggere questo libro. “1984”, scritto nel 1948, viene descritto come una satira politica, ma è in realtà una profezia politica. Ovviamente non è possibile che Orwell sia stato in grado di fare una descrizione così accurata, senza avere in prima persona una profonda comprensione (o addirittura la precisa conoscenza) di come stesse andando il mondo o di quanto fosse stato già “architettato”.
Orwell aveva molti contatti nei circoli politici e frequentava l’élite dell’epoca presso l’esclusivo college di Eton, dove vengono educati i membri delle famiglie reali. E’ molto probabile che da lì egli abbia messo insieme le varie informazioni di come stavano andando le cose. Orwell lavorò, inoltre, per la BBC, quando questa era sotto il controllo del Ministero dell’Informazione, una organizzazione creata allo scopo di comunicare dis-informazione.
Orwell descrisse una società globale di totale controllo, in cui alle persone non è nemmeno consentito avere pensieri che siano in disaccordo con le autorità. Nel libro la gente è sottomessa alla “Psicopolizia”, che ha a che fare con chiunque si sia macchiato del crimine del pensiero. Nel mondo orwelliano alle persone non è permesso avere una vita propria e tutto ciò che esse fanno, o pensano, viene controllato. Il governo o “Partito”, è capeggiato dal “GF”, o “Grande Fratello”, che appare ovunque su manifesti che recano scritta la frase: “Il Grande Fratello vi guarda”…
Nella società descritta da Orwell, lo stesso Grande Fratello potrebbe benissimo essere un’invenzione per nascondere i veri controllori (vedi governanti e loro successori, controllati da forze di cui il pubblico non sospetta minimamente l’esistenza). Il Grande Fratello di Orwell può anche non esistere, ma al popolo viene propinata la storia della sua lotta per salvarlo dal terrorista Emanuel Goldstein, la presunta e primaria minaccia al mondo “libero”.
Goldstein è stato alleato del Grande Fratello durante la rivoluzione, narra la storia, ma si dice che sia diventato una parte integrante della confraternita, la “Resistenza” (vedi al-Qaeda, Osama Bin Laden e chiunque le autorità incolperanno per i prossimi atti terroristici di cui invece sono in prima persona responsabili). Orwell lascia intuire che anche Goldstein non esiste, o che è stato eliminato, ma fintanto che la popolazione crede nella sua esistenza e nella sua complicità negli atti terroristici, sosterrà le azioni intraprese dal governo per proteggere la gente da lui e dai suoi attacchi.
Grande FratelloOrwell descrive così la sequenza degli eventi che hanno portato alla creazione dello stato del Grande Fratello. Una rivoluzione scoppiata nel Regno Unito si trasforma in guerra civile, e allo stesso tempo, l’Unione Sovietica invade tutto il continente europeo. A quel punto scoppia una Terza Guerra Mondiale fra i tre poteri emergenti di Oceania (che comprende la Gran Bretagna ed è governata da quelli che precedentemente erano gli Stati Uniti); Estasia (sotto il controllo di una Cina rivitalizzata); ed Eurasia (derivata dall’espansione dell’Unione Sovietica). Durante la lotta per il potere totale, centinaia di bombe atomiche vengono sganciate sull’Europa, sulla Russia occidentale e il Nord America.
Già dagli anni ’90 si parla di un possibile conflitto con la Cina, pianificato per dare il via all’imposizione di un governo mondiale. Col passare degli anni, sono svariate le fonti che prospettano una possibilità di questo genere, e tuttora arrivano notizie dai media che parlano di una Cina “rivitalizzata” e delle sue enormi potenzialità militari ed economiche.
La divisione del mondo in giganteschi superstati sta avvenendo oggi con l’Unione Europea, l’Unione Africana e con il progetto di una Unione Americana e del Pacifico. I tre superstati di cui si parla in “1984”, alla fine si rendono conto che una situazione di stallo in cui la guerra sia continuamente presente (vedi lotta, o guerra al terrorismo) è ben più efficace della vittoria. Una guerra costante mantiene le persone ben concentrate e occupate nella fabbricazione di armi e altri articoli da utilizzare nel conflitto.
Il tenore di vita è spaventoso, perché si è giunti a capire che una popolazione povera e bisognosa è più facile da controllare, rispetto a una che vive nell’abbondanza. Le tre superpotenze prendono il sopravvento su gran parte del mondo, ma lasciano ufficialmente “libera” una zona, in modo da avere qualcosa per cui combattere. Questa zona “contesa” include metà dell’area del Nord America, il Medio Oriente, il sud dell’India e, più giù, l’Indonesia e l’Australia settentrionale. Le fazioni belligeranti raramente combattono sul loro territorio. La “Pista Uno” (Airstrip One, il nome ufficiale della Gran Bretagna) apparentemente è l’obbiettivo dei “missili razzo” euroasiatici, ma viene insinuato che sia il governo dell’Oceania a sferrare questi attacchi sul proprio territorio per convincere la popolazione cittadina della Pista Uno di trovarsi sotto assedio costante (ecco di nuovo la lotta al terrorismo, l’11 settembre e gli attentati dinamitardi di Londra ecc.).
Giunti nell’anno 1984, la Pista Uno diventa uno stato in mano alla polizia e null’altro che una provincia dell’enorme Oceania (vedi Unione Europea). Il popolo è segregato in tre classi: il Partito Interno, il Partito Esterno e i Prolet, i “proletari”, controllati dai quattro ministeri all’interno di potenti strutture a piramide. I nomi dei ministeri sono in linea con la manipolazione orwelliana basata sulla legge del linguaggio, che lui chiama Neolingua.
La Neolingua impone di chiamare ogni cosa con un nome che sia esattamente l’opposto della sua reale funzione. I ministeri orwelliani sono:
– Il Ministero della Pace: il suo compito è quello di assicurare guerre continue.
– Il Ministero dell’Abbondanza: è responsabile del controllo del cibo e di altri beni di consumo attraverso il razionamento.
– Il Ministero della Verità: ha il controllo della propaganda per impedire alle persone di conoscere la verità.
– Il Ministero dell’Amore: il suo ruolo consiste nella sorveglianza, nell’identificazione di “dissidenti”, nel loro arresto e nelle torture inflitte nell’ignominiosa Stanza 101. Tutto questo è stato ideato per far sì che essi amino il governo che li controlla.
Il protagonista del romanzo di Orwell è un personaggio chiamato Winston Smith, membro del Partito Esterno, che vive tra le rovine di Londra, la città principale di Airstrip One (la Gran Bretagna). I suoi genitori sono morti durante la guerra civile e lui viene reclutato dal movimento SocIng (Socialismo Inglese). Gli viene assegnato un incarico al Ministero della Verità, che controlla tutti i mezzi di comunicazione nel superstato dell’Oceania. Uno dei suoi compiti è quello di riscrivere i documenti storici per conformarli alla versione dei fatti voluta dal Partito.
Il concetto è quello di fare in modo che il “passato” corrisponda all’espediente politico necessario a giustificare le azioni in corso. Winston, invece, vuole conoscere la storia vera e cerca di svelare la verità proibita (vedi Julian Assange). Tiene anche illegalmente un diario di ciò che accade (vedi Wikileaks).
Mentre lavora al Ministero della Verità incontra Julia, una ragazza-meccanico addetta alle “macchine scrivi-romanzi”, con la quale inizia una relazione clandestina. Non esistono libertà personali e questo vale anche per le relazioni amorose. Il sesso praticato per piacere viene scoraggiato e impiegato soltanto al fine di procreare nuovi membri del Partito. L’inseminazione artificiale è il metodo preferito. La vita sessuale viene regolata da due parole in Neolingua, “sessoreato” (immoralità sessuale) e buonsesso (castità). La parola sessoreato copre tutti i misfatti sessuali, tra cui la fornicazione, l’adulterio, l’omosessualità e i rapporti eterosessuali fini a se stessi. Tutti sono puniti con la morte. Ai giorni nostri l’espressione “ reato sessuale” (sessoreato) è più che mai in uso.
Winston e Julia sono costretti a incontrarsi in campagna, lontani dalle telecamere di sorveglianza, in una stanza sopra un negozio di antichità. Winston inizia a mettere in discussione le bugie del SocIng e la struttura del Partito, e la coppia viene presa di mira dalla Psicopolizia e da un membro del Partito Interno di nome O’Brien, che finge di far parte della Resistenza. O’Brein dà a Smith una copia del “libro” che propaganda il SocIng, presumibilmente scritto dal “terrorista” Emanuel Goldstein.
Winston e Julia vengono arrestati dalla Psicopolizia e portati al Ministero dell’Amore (luogo in cui i dissidenti vengono torturati e giustiziati) per essere interrogati. Durante la tortura, O’Brein dice a Winston che lo scopo non è quello di riuscire a ottenere da lui una falsa confessione. Al contrario, l’idea è quella di servirsi della tortura e della “terapia” dell’elettroshock per cambiare il suo modo di pensare e per “curare” il suo odio verso il Partito.
La riprogrammazione ha successo, e lo si capisce dalla frase con cui Orwell termina il libro: “Ora amava il Grande Fratello”. Winston scrive anche “2+2=5”, a conferma del fatto che ha perso il controllo della propria mente. La cosa interessante è che per distruggere i sentimenti di Winston nei confronti di Julia, i “torturatori” si servono della sua paura dei topi, una delle principali tecniche impiegate su bambini e adulti nei progetti di controllo mentale, da parte del governo per ottenere milioni di schiavi della mente a servizio del Programma globale. Prima si scopre cosa terrorizza maggiormente la vittima, e poi gli si fa provare l’esperienza. Potrebbe essere la paura dei ragni, dei serpenti o, nel caso di Winston, dei topi. Questo stato di puro terrore viene manipolato per “rifare” i circuiti della mente e la sua percezione della realtà.

Programmare il linguaggio

Controllo mentaleIl tema centrale di “1984” è il controllo mentale sul singolo e sulle masse attraverso la paura, il trauma e la manipolazione del linguaggio. Ai giorni nostri quest’ultimo viene espresso in maniera molto più evidente attraverso la cosiddetta “political corretness”(correttezza politica) e i “discorsi di incitamento all’odio” o il “crimine di odio”. Sono termini che potrebbe aver inventato Orwell, il quale spiegò come il linguaggio sia fondamentale per la percezione.
Orwell coniò il termine “Neolingua”(ovvero la lingua ufficiale dell’Oceania), e nel suo romanzo il numero di parole disponibili viene ridotto di anno in anno (vedi il linguaggio che si usa per mandare messaggini con i cellulari, che oggigiorno adempiono precisamente a quel compito).
La Neolingua si basa sulla premessa che meno parole sono disponibili e meno efficacemente è possibile esprimere il proprio punto di vista. Ma la cosa va ben oltre. In questa realtà noi pensiamo con le parole e limitare il linguaggio disponibile significa far diminuire persino la capacità di pensare liberamente. Come riportava un articolo in Internet: “Siamo in grado di comunicare il bisogno di libertà, o di organizzare una sommossa, se non abbiamo le parole né per l’una né per l’altra?”.
La Neolingua è stata ideata per eliminare ogni significato dal linguaggio, lasciando solo una inespressività che non dice nulla (vedi i discorsi della maggior parte dei politici), e sostituisce la lingua preesistente, ricca di sfumature, l’Archipensiero. Questo è ciò che sta accadendo oggi. Nella Neolingua la parola “libero” esiste ancora, ma può essere utilizzata soltanto in frasi tipo “il cane è libero dalle pulci” oppure “questo campo è libero dalle erbacce”.
Non può essere usata nel suo vecchio significato di “politicamente libero” o “intellettualmente libero”, dato che la libertà politica e la libertà intellettuale non esistono più, neppure come concetti e, di conseguenza, non hanno nome. Cambiamento” è un’altra parola promossa dagli orwelliani. Generalmente viene utilizzata per suggerire che un’idea è più valida solo perché è “più nuova”; ma “più nuova” non sempre significa migliore. Nazismo e Comunismo erano “cambiamenti”.
Coloro che si oppongono alla “globalizzazione“ (la centralizzazione del potere globale e l’abuso criminale nei confronti dei popoli o dei Paesi più poveri), vengono chiamati “anarchici” o “dimostranti anti-capitalisti”, quando ciò a cui in realtà si oppongono è il “cartellismo”. A chi la pensa diversamente, o mette in dubbio le fondamentali insensatezze su cui si basa la gestione del mondo, viene etichettato con il nome di “estremista”.
Se vi opponete all’ingiustizia siete un “militante”. Un “tutore della pace” è qualcuno che occupa un’altra nazione, e il “processo di pace” è un mezzo per rabbonire un popolo oppresso nel tentativo di impedirgli di opporsi all’oppressione. E’ una “mappa stradale” senza destinazione, perché si vuole arrivare dove si è già. I cosiddetti “valori occidentali” sono quelli che vanno imposti al resto del mondo, quando invece si tratta di “valori” che non vengono applicati neppure in “occidente”(vedi “libertà” e “democrazia”).
Propaganda orwelliana“1984 “è già qui. Lo stato orwelliano del Grande Fratello è tra noi, ora, con un Programma volto a imporre soppressione e controllo in dosi sempre più massicce, fino all’instaurazione delle tecniche più estreme descritte da Orwell. Nel mondo di”1984” per indottrinare la gente venivano affissi tre slogan:
– La guerra è pace
– La libertà è schiavitù
– L’ignoranza è forza
Non è affatto una coincidenza che oggi ci vengano dette queste stesse cose, e di continuo. Sono tutte espressioni del bipensiero di Orwell, in cui due pensieri apparentemente in contraddizione sono invece considerati entrambi validi. Esistono molti esempi moderni in proposito. Quante volte avete sentito usare dai governanti e dai media espressioni come queste: “combattere per la pace”, “scendere in guerra per il desiderio di pace” o “intraprendere una “missione di pace”. Ma, ovviamente, qualsiasi dichiarazione che contenga un appoggio al “combattimento” o alla “guerra” non può riguardare la pace, ma solo il combattimento e la guerra.
Nella società da incubo pensata da Orwell non esiste un dibattito, perché si parte dal presupposto che il Partito non ha mai torto. Come scrive Orwell: “Perfino quando si usa la parola bipensiero è necessario ricorrere al bipensiero. Nel farne uso, infatti, si ammette di manipolare la realtà, ma con un novello colpo di bipensiero si cancella questa consapevolezza, e così via, all’infinito, con la menzogna in costante posizione di vantaggio rispetto alla verità”.
Impiegando il bipensiero il Partito è in grado non solo di bombardare il suo stesso popolo dicendogli che si tratta di un attacco nemico; i membri del Partito (inclusi gli stessi addetti alle armi) vengono indottrinati a credere che sono i nemici a sganciare le bombe. Un’altra parola usata nel libro di Orwell facente parte della Neolingua è “voltoreato”, cioè l’indicazione che una persona è colpevole di psicoreato in base alla sua espressione facciale. Lo stesso succede da noi; attraverso l’introduzione di nuove tecnologie e sistemi di sorveglianza, è possibile studiare il linguaggio del corpo e le espressioni facciali per individuare presunti “terroristi”.
Nel libro di Orwell c’è anche lo “stopreato”, ovvero sbarazzarsi di pensieri indesiderati allo scopo di prevenire uno psicoreato. Scrive Orwell: “La mente dovrebbe produrre un buco nero ogni qualvolta vi si affacci un pensiero pericoloso. Un simile processo dovrebbe essere automatico, istintivo. In Neolingua lo chiamano stopreato. Cominciò a fare esercitazione di stopreato. Si raffigurava proposizioni del tipo “il Partito dice che la Terra è piatta”, “il Partito dice che il ghiaccio pesa più dell’acqua”, poi si allenava a non vedere o a non capire gli argomenti che contraddicevano simili conversazioni”.
Orwell dice che sul finire del XX secolo la tecnologia sarebbe stata guidata da due cose: “La guerra e il desiderio di determinare il pensiero di un altro essere umano”. Ed è infatti questa la nostra condizione odierna, con l’innovazione tecnologica motivata anche da metodi di controllo e sorveglianza sempre più sofisticati.
Orwell scrive anche del “teleschermo”, un oggetto obbligatorio in ogni casa, la cui funzione è quella di trasmettere costantemente messaggi propagandistici ma anche di filmare e registrare ogni attività e conversazione (vedi anche telefoni cellulari). Ecco la visione di Orwell riguardo alla sorveglianza e all’indottrinamento per mezzo del teleschermo: “Il teleschermo riceveva e trasmetteva simultaneamente. Qualsiasi suono che Winston avesse prodotto, al di sopra di un sommesso bisbiglio, sarebbe stato colto; per tutto il tempo, inoltre, in cui egli fosse rimasto nel campo visivo comandato dalla placca di metallo, avrebbe potuto essere, oltre che udito, anche veduto.
PsicopoliziaNaturalmente non vi era nessun modo per sapere esattamente in quale determinato momento vi stavano guardando. Quanto spesso e con quali principi la Psicopolizia veniva a interferire sui cavi che vi riguardavano, era pura materia per congetture. E sarebbe stato anche possibile che guardasse tutti, e continuamente. Ad ogni modo, avrebbe potuto cogliervi sul vostro cavo in qualsiasi momento avesse voluto. Si doveva vivere, o meglio, si viveva per un’abitudine che era diventata, infine, istinto, tenendo presente che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che, a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto”.
L’aspetto che riguarda la propaganda attraverso il teleschermo è già operativa da molto tempo. E’ ciò che chiamiamo “televisione”, che bombarda la mente collettiva con la versione ufficiale della vita, ogni giorno, tutti i giorni. Fox News, CNN, BBC sono solo alcuni esempi tra i più eclatanti, ma l’intero sistema dei media convenzionali ha praticamente la stessa impronta. Anche se ci sono canali a non finire, fondamentalmente si tratta di uno stesso canale che sforna notizie secondo un’unica e indiscussa linea ufficiale.
Le assurde “spiegazioni” a eventi quali l’11 settembre diventano la “storia” universalmente accettata, semplicemente attraverso la ripetizione sui teleschermi e nei giornali (propaganda scritta) e la soppressione delle indagini per stabilire se la versione ufficiale dei fatti regge a un esame minuzioso. Inoltre, la tecnologia che ci è permesso avere è indietro anni luce rispetto a quella che esiste realmente, e il grado di sorveglianza è già molto, ma molto più vicino a quello dei teleschermi orwelliani di quanto la maggior parte della gente possa immaginare.
Persino la tecnologia che conosciamo contempla ormai livelli di sorveglianza incredibili. Provate ad andare in Inghilterra e a camminare per le strade di una città e vi ritroverete a passare da una videocamera all’altra, mentre gran parte del vostro percorso viene filmato. In quasi tutti i negozi succede la stessa cosa, così come quando prelevate dei soldi da un Bancomat.
Attualmente è anche operativa una tecnologia applicata ai veicoli, che consente di registrare nei dettagli ogni vostro percorso, e dei microchip in grado di immobilizzare a piacimento il vostro motore via satellite. In Gran Bretagna sono state introdotte videocamere di sorveglianza “parlanti” che permettono agli operatori di dare ordini alla gente per strada, proprio come i teleschermi di Orwell.
Ciò che fate sul vostro computer, i siti in cui navigate o le vostre comunicazioni, tutto viene registrato e lo stesso vale per le telefonate. Le leggi che permettono di farlo legalmente aumentano di mese in mese e sono tutte giustificate dalla finta “lotta al terrorismo” derivata dalla finta versione dei fatti dell’11 settembre.
1984 George OrwellNel suo libro Orwell parla di “prolet” o “proletari”, che costituiscono all’incirca l’85% della popolazione. Sono le masse non pensanti, viste dalle autorità come bestiame, proprio come succede oggi. Poi ci sono i “nutriprolet”, le “notizie” fabbricate ad arte per “intrattenere” e ottundere la mente delle masse, abbassandone il livello culturale e impedendo loro di pensare liberamente. C’è poi la “non-persona”, qualcuno levato dalla circolazione e cancellato da ogni documento, che a poco a poco cessa ufficialmente di esistere (vedi Guantanamo Bay e coloro che sono semplicemente scomparsi per non comparire più). Parlare di una “nonpersona” è uno “psicoreato”, proprio come evidenziare le sofferenze, gli affronti e le ingiustizie imposte ai detenuti di Guantanamo Bay è considerato “appoggio ai terroristi”.
Qualsiasi notizia pubblicata da qualche parte che metta in cattiva luce il governo orwelliano viene descritta in Neolingua come “malriportata” o “malcitata”. Ancora una volta le autorità non sbagliano mai. Anche oggi vediamo i programmi “antiterroristici” orwelliani introdotti per incoraggiare e ricompensare quei cittadini che si sorvegliano a vicenda e che denunciano alle autorità i loro vicini, colleghi, clienti e anche compagni di studi.
Quando uscirete di casa e girerete per la città, piccola o grande che sia, praticamente tutto ciò che farete verrà osservato e filmato. Poi accadrà anche dentro casa vostra, come Orwell aveva previsto. Forse non c’è neppure bisogno di dire “poi”… Come scrisse Orwell: “Se volete farvi un’idea del futuro, immaginate uno scarpone che calpesta una faccia, per sempre”. Questo non deve per forza accadere, ma accadrà, se non ci daremo da fare sul serio.
Come Orwell possa essere stato così profetico e preciso è meno importante del fatto che lo fosse. Se volete vedere come sarà il futuro, a meno che non ci risvegliamo velocemente, leggete “1984” e lo avrete dinnanzi a voi.
Se è un mondo che non desideriamo sperimentare, allora è arrivato il momento di chiederci: “Cosa sto facendo io al riguardo?” Se la risposta è “niente”, non dovete lamentarvi quando sentirete la porta che conduce alla libertà chiudersi dietro di voi, ed è proprio questo che succederà se l’indifferenza o anche lo sdegno non si trasformeranno al più presto in azione.