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Thursday, July 21, 2016

Cina, Ue verso un nuovo sistema di dazi

Fonte:http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2016-07-20/cina-ue-un-nuovo-sistema-dazi-230518.shtml?uuid=ADSyLgv&refresh_ce=1

La Commissione europea ha annunciato ieri che intende proporre entro fine anno una nuova metodologia di calcolo dei dazi da applicare sui prodotti provenienti dai paesi le cui economie sono segnate da una elevata presenza pubblica. L’obiettivo è di superare la classica distinzione utilizzata finora tra paesi economie di mercato e paesi non economie di mercato. La nuova terza via appare una soluzione tagliata su misura per gestire il controverso caso cinese.
L’annuncio è giunto mentre da mesi l’Unione sta dibattendo se e come concedere lo status di economia di mercato alla Cina. Il protocollo d’ingresso del paese nell’Organizzazione mondiale del Commercio, risalente al 2001, prevede che dopo 15 anni da quella data i partner di Pechino debbano valutare la posizione cinese. Poiché la concessione dello status comporterebbe un allentamento delle difese commerciali, molte industrie si oppongono per paura di una invasione di merci a basso costo.
Si capisce meglio a questo punto perché la Commissione europea abbia annunciato ieri una terza via, che tenga conto dei paesi nei quali l’economia è influenzata pesantemente dallo Stato. Attualmente, se il paese è una economia di mercato il calcolo del dazio avviene in base alle sue vendite sul mercato domestico. Se il paese non è una economia di mercato, il calcolo avviene sulla base delle vendite in mercati terzi. Il nuovo metodo di calcolo dei dazi sarà basato invece su un metro più ampio.
Il nuovo «parametro internazionale», così come lo ha definito la commissaria al Commercio Cecilia Malmström, è il tentativo di trovare la quadratura del cerchio, una soluzione terza che sia accettabile ai cinesi, desiderosi di un cambio di regime, e che al tempo stesso non sia in violazione delle regole internazionali (si veda il Sole 24 Ore di ieri). L’Unione ha attualmente in essere 59 misure per contrastare dumping o sussidi cinesi. Delle 34 indagini in corso, 22 riguardano la Cina.
«Vogliamo mantenere la nostra apertura internazionale e restare favorevoli a un commercio più libero e più equo – ha detto qui a Bruxelles il vice presidente della Commissione Jyrki Katainen –. Nello stesso tempo, non siamo ingenui e sappiamo che il mondo non sempre gioca secondo le nostre regole. È per questo che la discussione sul fatto se l’Unione debba o meno garantire alla Cina lo status di economia di mercato è irrilevante. Noi non garantiremo alla Cina lo status di economia di mercato».
«Dovremmo dimenticarci di questa espressione, status di economia di mercato, noi cambiamo il modo in cui trattare la materia», ha aggiunto Katainen, nel giorno in cui da Ginevra gli Stati Uniti hanno denunciato ritardi cinesi nell’apertura dell’economia asiatica. Ufficialmente ieri la Commissione non ha preso alcuna decisione formale sul futuro della Cina. Annunciando però nuove proposte di metodologie di calcolo dei dazi, ha tratteggiato la soluzione che sta emergendo nel collegio dei commissari.
In una conferenza stampa, la signora Malmström ha spiegato che la nuova categoria non sarà più nazionale, ma settoriale: «Non vogliono prendere di mira la Cina (…). Il metodo può valere per tutti i paesi». Aegis Europe, una associazione imprenditoriale europea, ha detto di apprezzare la scelta di non concedere lo status di economia di mercato a Pechino, ma si è detta preoccupata per i rischi di un «compromesso al ribasso». L’attesa proposta comunitaria dovrà essere approvata da Consiglio e Parlamento.
Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, uno studio di impatto avrebbe dimostrato che la scelta della terza via non cambierà significativamente l’ammontare dei dazi e peserà sul mercato del lavoro per non più dello 0,01% (a rischio in Italia 3.300 posti di lavoro). La Commissione è alla ricerca di una delicata sintesi. La Cina non è solo un aggressivo esportatore che rischia di penalizzare l’industria europea; è anche un partner economico che l’Europa non vuole e non può inimicarsi.

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