Donna in un Tratto di Penna - di Antonio Attinà

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Tuesday, March 22, 2016

DI FRONTE ALL’ISLAM, LE LIBERTÀ INDIVIDUALI SONO A RISCHIO

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Fonte:http://www.miglioverde.eu/di-fronte-allislam-le-liberta-individuali-sono-a-rischio/

martel 

di LEONARDO FACCO*
 
«La religione è incompatibile col sistema della libertà». D’acchito, questa frase di Alphonse Francois de Sade può sicuramente apparire eccessiva, ma dietro ogni iperbole, o provocazione se si preferisce, c’è più che un fondo di verità.

Del resto, all’interno del dibattito affrontato in questo numero dei Quaderni Padani, non possiamo esimerci dall’essere spietati nell’analizzare il confronto fra due civiltà (quella cristiana e quella mediorientale islamica), che ben poche comunanze hanno tra di loro. Evito, per questioni di competenza, di addentrarmi nelle vicende storiche di questo aspro confronto, ma non possono esimermi, invece, dal discutere uno degli argomenti che maggiormente mi stanno a cuore: quello delle libertà individuali.

Ebbene, se è vero, come personalmente ritengo, che ideologia e teodicèa sono due facce della stessa medaglia, è altrettanto vero che tra una società di cultura cristiana (o cattolica se preferite) e una di stretta osservanza islamica le differenze sono abissali.

Benché la “Sacra Romana Chiesa” abbia alle sue spalle un passato in parte quantomeno discutibile (e comunque non certo condivisibile da un laico), l’Islam è, da sempre, un Movimento politico e religioso di estrazione radicale, che trova la sua forza nella netta definizione del campo del conflitto: da un lato, il “Partito di Dio” (Allah) formato dagli autentici credenti; dall’altro, il “Partito di Satana”, sempre più spesso identificato con l’Occidente. Parafrasando Renzo Guolo, studioso del settore, questa è una semplificazione del conflitto che, grazie anche al fallimento delle ideologie progressiste, rende irresistibile il fascino insieme rivoluzionario e tradizionalista dell’integralismo islamico.

Ora, se un’organizzazione sociale autenticamente liberale non può non porre al centro delle sue scelte l’individuo, in quanto portatore di diritti naturali inviolabili (secondo uno sviluppo coerente della dottrina di John Locke), nei paesi musulmani tutto ciò è inconcepibile. Il panislamismo, antica e al contempo nuova aspirazione alla ricomposizione del mondo musulmano in un’unica comunità di credenti (la Umma), è uno degli elementi più rilevanti della concezione mediorientale, che punta alla propria rinascita tramite il protagonismo di un movimento islamista caratterizzato sì da due anime (una radicale, o integralista, e una neo-tradizionalista), ma con un unico obiettivo: la totale contrapposizione all’Occidente, alla sue forme culturali, ai suoi dogmi religiosi.

È per altri versi, altrettanto vero che l’Islam non si esaurisce nell’islamismo. Esistono differenti Islam (da quello della civiltà a quello della cultura; da quello popolare a quello laicizzato); tuttavia l’uso del termine Islam fonda la sua peculiarità sulla religione, intesa come principio di organizzazione dell’azione collettiva umana.

Soprattutto tra quei movimenti di area sunnita (Egitto e Algeria tanto per intenderci, peraltro oggi in forte espansione rispetto a quelli di area sciita) è lapalissiano constatare che la tensione ideale verso l’utopia (il progetto di civiltà divina in terra) si esprime in primo luogo proprio come lotta contro l’Occidente e il suo sistema di valori. Citando ancora Guolo, «l’Occidente, per i veri credenti islamici, è responsabile, attraverso l’imposizione dell’esperienza della modernità (che ha permesso agli individui di affrancare la propria esistenza dalla derivazione divina)dello stato di decadenza e di barbarie preislamica in cui versa l’antica comunità del profeta (Maometto)». Ecco quindi spiegato il motivo per cui i movimenti islamisti (vere e proprie organizzazioni di mobilitazione politica e sociale che mirano a ristabilire l’ordine della Città di Dio) vengono considerati gli interpreti più coerenti e lucidi di questo rifiuto politico e religioso, in vista di un riscatto individuale e di redenzione collettiva.

Per sommi capi, anche per evitare di soffermarci sulla complessità di questa ideologia, i seguaci dell’islamismo leggono nelle parole del Corano (testo fondante della legalità per come essi la intendono) l’aspirazione al ritorno ad una comunità originaria. Termini come Sunna(tradizione), Wala (totale e assoluta obbedienza al Signore), Umma (comunità), Rububiyya (assoluta dedizione dell’uomo alla signoria divina), Imam (autorità religiosa), Da’wa (impegno nella predicazione del verbo), Jihad (combattimento per la fede) Fatwa (legge) e, per non dilungarci, Harb al muqadaca (guerra santa) sono vere e proprie “parole d’ordine”. Ma attenzione: “ritornare a Dio”, quindi ristabilire l’unità di quanti credono nella sua unicità, diventa un imperativo per tutti i fratelli di fede sparsi a Oriente e a Occidente e umiliati dagli stranieri.

Il che sta chiaramente a significare che le orde di adepti della Mezzaluna, che sono sparsi ovunque (dai celebratori del Ramadan a Torino fino agli organizzatori di corsi alla guerra santa a Londra), vanno considerati come “nemici potenziali”. Se, dunque, non è così difficile rendersi conto dell’ostilità feroce che i Musulmani nutrono per la nostra civiltà (per loro il Corano è come, per molti di noi, la Costituzione) è bene sapere che essi, rifacendosi proprio a “versetti e sure”, puntano al proprio riscatto attraverso il recupero di una concezione “universale e totalizzante” dell’Islam, da loro concepito al contempo come fede e culto, patria e nazionalità, religione e Stato, spiritualità e azione. Insomma, una congerie di asserzioni coercitive che risultano assolutamente inconcepibili per un qualsiasi liberale che si rispetti.

Ancora: la stessa organizzazione sociale islamica (l’Umma musulmana) è, a dir poco, inaccettabile in una società anche solo proto-liberale.
Se per noi, lo Stato è spesso considerato uno di quegli orpelli o marchingegni giacobini sorti per imbrigliare le libertà degli individui, nei progetti degli islamisti, invece, l’orientamento più diffuso è che il potere dell’Imam non ha scadenza. Non è casuale che la necessità di mantenere e riprodurre la comunità religiosa si fondi su una sorta di “individualismo olistico” (gerarchico) di macabra memoria, senza dimenticare, tra l’altro, l’assoluta innegabilità e l’assoggettamento della donna al potere-volere dell’uomo.

In conclusione. Per i Musulmani, l’interpretazione religiosa del conflitto politico rende alcune istanze non negoziabili: tradotto, questo significa che con l’Islam non si può discutere. Ora, non essendoci dubbi sul fatto che l’obiettivo islamico è quello di espandere il proprio dominio, in tempi come i nostri – in cui le conversioni di massa sono pressoché impossibili – l’universalismo religioso islamico può espandersi solo attraverso l’annullamento della territorialità. Ciò significa prevedere e accettare non solo l’annullamento degli Stati-Nazione già riconosciuti, ma anche l’annullamento delle Nazioni per consenso o di qualsiasi altra comunità abbia intenzione di autodeterminarsi.

Riconsiderati, allora, tutti i concetti sopra esposti, è logico e ovvio considerare il conflitto fra Occidente e Islam come uno scontro totale o, peggio ancora, come il tentativo islamico di abbattimento di ogni libertà individuale, sociale e civile conquistata in questi due ultimi millenni di storia.

*Riproposizione di un articolo originariamente apparso sulla rivista Quaderni Padani, numeri 22/23, anno V, marzo – giugno 1999. – Ripreso dal Blog di Cristian Merlo – Libertycorner – che così lo ha introdotto:

“Questo bellissimo contributo risale alla primavera del 1999. Sono passati più di 15 anni da allora e, nel frattempo, è successo di tutto: gli attentati alle Torri Gemelle, l’evoluzione di Al-Qaida, la guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq e poi gli attentati di Londra e Madrid; e come dimenticare i fatti più vicini a noi, quali la destabilizzazione di tutta l’area mediorientale, la guerra in Libia ed in Siria, l’affermarsi dell’Isis in taluni territori, l’ondata migratoria senza precedenti che perdura da anni, l’attentato a Charlie Hebdo, per arrivare a ieri sera. Sembra passata un’era geologica, da quel 1999.
Eppure questo scritto, elaborato in tempi non sospetti, per attualità e freschezza, sembra essere andato in stampa oggi: perché, semplicemente, non c’è niente di nuovo sotto il sole.

Il suo autore, l’amico Leonardo Facco, è infatti riuscito, con lo stile chiaro e nitido che lo contraddistingue, a spiegarci i motivi per cui ” è logico e ovvio considerare il conflitto fra Occidente e Islam come uno scontro totale o, peggio ancora, come il tentativo islamico di abbattimento di ogni libertà individuale, sociale e civile conquistata in questi due ultimi millenni di storia”.


Con buona pace di tutti coloro che continuano a sostenere che “si tratta solo di frange estremiste”, “che sono due gatti rispetto al miliardo e passa di islamici”, “che il fondamentalismo non ha nulla a che fare con l’Islam moderato”, che “L’Islam è una religione di pace” e via di amenità in amenità.
Insomma, un testo da leggere d’un fiato”. (Cr. M.)

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