Donna in un Tratto di Penna - di Antonio Attinà

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Wednesday, February 24, 2016

Apple vs FBI: una battaglia di libertà che è solo all’inizio

Fonte:http://thefielder.net/23/02/2016/apple-vs-fbi-una-battaglia-di-liberta-che-e-solo-allinizio/

di Matteo Gianola

Economics and Policy columnist



An Apple logo hangs above the entrance to the Apple store on 5th Avenue in the Manhattan borough of New York CityUn giorno, una persona si accorse dell’utilità del mobile nei servizi bancari e, dopo mille e più spinte da parte del suo consulente, decise di scaricare l’app della banca per il suo device portatile. Non gli sembrava vero di poter fare a meno di recarsi allo sportello e di sorbirsi delle file, anche fastidiose, per fare questa o quell’operazione, e scoprì la comodità d’avere uno sportello bancario sempre nella propria tasca, in completa sicurezza. Perché quest’immagine? Perché, nel corso degli anni, gli istituti bancari hanno effettuato numerosi investimenti nell’ambito della sicurezza, per rendere perfettamente sicure le transazioni effettuate da home banking o da mobile, creando sistemi di sicurezza che vanno dalle OTP (One Time Password) alle firme digitali per le funzioni dispositive e per l’acquisto a distanza di prodotti. La base della tecnologia usata è quella della crittografia dei messaggi volta alla creazione di un’interfaccia di sicurezza che possa dare una tranquillità d’uso ed evitare il problema che, comunemente, prende il nome di “man in the middle”, quel “pirata” informatico che, intercettando codici e messaggi, va a modificarli per un vantaggio personale. E se questo man in the middle fosse lo Stato?
Esiste sì un database delle transazioni che i vari enti statali possono richiedere per controlli vari, da quelli fiscali a quelli di sicurezza nazionale, ma si tratta di un controllo ex post che non compromette né controlla i flussi d’informazioni che avvengono costantemente tra i supporti portatili o fissi e il mainframe dell’istituto, proprio per non inficiarne gli alti standard di sicurezza. Non credo che qualcuno voglia un soggetto che si possa intromettere in questo processo ma, di recente, qualcosa sembra che si voglia muovere in un senso opposto e in maniera ben più strutturale rispetto a quanto potrebbe avvenire con una semplice (si fa per dire) app bancaria.
Quest’esempio descrive perfettamente che cosa sta succedendo oggi tra Apple e lo Stato americano. Qualche settimana fa l’FBI ha chiesto aiuto all’azienda di Cupertino per sbloccare l’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno dei due attentatori della strage di San Bernardino lo scorso dicembre, pensando che possa contenere dei dati utili alle indagini al fine d’evitare futuri attentati e, forse, riuscire a individuare la cellula terroristica cui il soggetto potrebbe essere affiliato. Di fronte al primo diniego, il 16 febbraio scorso un magistrato federale ha ordinato ad Apple di procurare all’FBI una chiave software che sia in grado di disattivare o bypassare i meccanismi di protezione e sicurezza dell’iPhone, in particolare il meccanismo automatico d’autodistruzione dei dati che si attiva dopo dieci tentativi falliti d’inserire il codice d’accesso. Né l’FBI né Apple stessa, infatti, conoscono il codice usato da Farook, e l’idea sarebbe di provare a usare un counter per giungere al codice, ma il limite dei dieci tentativi costituisce un limite invalicabile. Nonostante l’FBI abbia, in realtà, la copia backup da iCloud di tutti i contenuti del telefono fino al 19 ottobre, quando il proprietario del dispositivo disabilitò la sincronizzazione automatica dei propri contenuti col cloud, quello che interessa ai federali è l’ottenimenti dei dati successivi a questa data fino al 2 dicembre, giorno dell’attentato a San Bernardino.
Bene, qual è l’oggetto del contendere? Il sistema operativo mobile Apple, fin da iOS 7, prevede forme di cifratura dei dati, ma dal 2014, con iOS 8, l’azienda ha deciso di conferire una protezione maggiore ai dati personali, inserendo nei protocolli di cifratura anche le foto e i messaggi attraverso un codice utente. Una volta impostato il codice, Apple non è più in grado di sbloccare l’apparecchio. A questo si aggiunge un altro particolare. Nei device più recenti, quelli equipaggiati dal processore A7 in poi, si aggiunge un’ulteriore chiave hardware di protezione (di cui si tralasciano i dettagli per opportunità) che crea una sorta di “cassaforte” in cui sono stoccati i dati protetti. Benché il telefono in questione, un iPhone 5C, monti un processore A6, quindi privo della componente hardware di protezione, l’OS in uso, iOS 9, pone il problema non aggirabile per gli agenti del sistema di crittografia dei dati; a tal ragione il Governo americano ha formalmente chiesto ad Apple di creare una back-door nel sistema per poter, poi, effettuare un backup della memoria interna proprio perché, in assenza della protezione hardware, chiamata Secure Enclave, il meccanismo d’autodistruzione dei dati potrebbe essere disabilitato via software con la creazione di una versione iOS ad hoc. Questo permetterebbe, quindi, che l’Azienda possa intervenire sul caso singolo predisponendo un aggiornamento “firmato” e mirato solo a questo caso specifico, rendendo inutilizzabile la back-door creata su qualsiasi altro dispositivo.
Detta così, sembrerebbe che non ci possano essere contenziosi tra Cupertino e Quantico. Vengono meno, inoltre, molte obiezioni che si sono levate dal web in questi giorni sul pericolo per la privacy d’ogni utente al mondo in caso di creazione di questa “porta di servizio”, poiché la soluzione software che sarebbe ipoteticamente creata non si applicherebbe a nessun altro device sulla Terra, garantendo la sicurezza dei terminali e la privacy a tutti, senza intromissioni da parte delle agenzie federali americane. Ma c’è un “ma”, e importante. Quello che i vertici di Apple contestano non è la soluzione che potrebbe essere trovata al problema, il quale effettivamente impatta sulla sicurezza nazionale, ma il principio giuridico che una decisione del genere avallerebbe: quello della possibilità di pretendere, con la scusa dell’interesse nazionale, nuovi software con cui “crackare” i dispositivi dell’azienda. La stessa cosa che potrebbero voler fare, a quel punto, altri governi. Se questo principio fosse accettato, quindi, potenzialmente qualsiasi casa produttrice di software potrebbe essere forzata, in futuro, a produrre degli aggiornamenti ad hoc per annullare qualsivoglia protezione dei dati degli utenti, anche quelli relativi alle transazioni bancarie, per bloccare o spingere determinati comportamenti (per tornare all’esempio riportato in incipit dell’articolo). La battaglia, quindi, non sarà relativa a una questione di sicurezza nazionale, ma a difesa della privacy e della sicurezza dei dati sensibili d’ogni singolo individuo che usi supporti informatici; una battaglia di libertà che sarà lunghissima e di cui presumibilmente abbiamo visto solo le battuti iniziali.

(FotoREUTERS/Mike Segar)

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