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Sunday, August 30, 2015

Crollo di fedeli alle udienze di Bergoglio, i cristiani abbandonati lo abbandonano

Imola Oggi

Fonte:http://www.imolaoggi.it/2015/08/28/crollo-di-fedeli-alle-udienze-di-bergoglio-i-cristiani-abbandonati-lo-abbandonano/

di Fabrizio Melis

papa-francescoUn’emorragia lenta e costante, che in poco più di due anni ha assunto proporzioni preoccupanti. Il numero delle persone che il mercoledì si reca a piazza San Pietro per assistere all’udienza del Papa ha iniziato a calare con l’avvento di Francesco al soglio di Pietro, ed il trend non accenna a cambiare verso.
Da che è diventato Pontefice, Bergoglio ha perso suppergiù due fedeli su tre. I numeri non potrebbero essere più ufficiali: a diffondere il conto delle presenza è stata infatti la Prefettura della casa pontificia, ossia l’organismo vaticano che ha tra i propri compiti quello di provvedere all’organizzazione delle udienze. L’occasione per la pubblicazione del riepilogo è stata offerta dalla centesima udienza tenuta da Bergoglio questo mercoledì.
Le cifre del flop – I numeri: ai cento appuntamenti di Francesco hanno preso parte in totale 3.147.600 persone. Interessante il dato disaggregato sui singoli anni. Nel 2013, primo anno di pontificato del Papa argentino, i fedeli presenti sono stati 1.548.500 per un totale di 30 udienze (da tenere a mente che il pontificato è iniziato nel marzo di quell’anno); nel 2014 alle 43 udienze officiate da Francesco hanno preso parte 1.199.000 fedeli; per l’anno in corso, dove si contano 27 udienze compresa quella di questa settimana, il totale si ferma a quota 400.100. Per rendersi conto della portata di questa emorragia è utile fare il calcolo delle presenze medie per udienza: nel 2013 l’udienza papale media è stata seguita da 51.617 persone, nel 2014 da 27.883, nel 2015 da 14.818. E il trend sembra essere in ulteriore contrazione, dato che dal Vaticano fanno sapere che all’ultima udienza l’affluenza si è attestata in circa sulle diecimila persone. In ultima analisi, da quando è diventato Papa Jorge Bergoglio ha perso per strada poco meno di due fedeli su tre.
Il confronto diventa ancora più stridente se si va a fare il confronto con chi lo ha preceduto alla guida della Chiesa. I numeri di Giovanni Paolo II, non a caso passato alla storia come Pontefice tra i più amati di sempre, restano irraggiungibili: nel suo primo anno di pontificato, in sole nove udienze, Wojtyla raggiunse quota 200mila fedeli, arrivando. nel corso dell’anno successivo al picco fatto senare a quota 1.585.000 fedeli. Dopo qualche anno di relativa stanca, il grande exploit con l’Anno Santo del 2000, quando i pellegrini tornarono ad essere in numero superiore ad un milione e 400mila.

Meglio Ratzinger – Se da un Pontefice dal carisma unanimemente riconosciuto come Wojtyla certi numeri non stupiscono, lo stesso non può tuttavia dirsi per un Papa al contrario dipinto come respingente e poco incline a suscitare il carisma delle folle: Joseph Ratzinger. Negli otto anni di Pontificato, Benedetto XVI ha fatto registrare un totale di 20.544.970 fedeli tra incontri in Vaticano e a Castel Gandolfo. Particolarmente lusinghieri i risultati del 2012 (quando i pellegrini sono stati in tutto 2.351.200), del 2011 (2.553.800, persino meglio dell’anno che sarebbe seguito) e quelli relativi all’inizio del pontificato: nei primi otto mesi da guida della Chiesa, infatti, Ratzinger aveva fatto registrare oltre 2 milioni e 800 mila fedeli, con 810mila fedeli in appena nove udienze da aprile (momento dell’elezione) alla fine dell’anno. Un trend che, come detto, in seguito all’elezione di papa Francesco ha conosciuto una brusca ed inattesa inversione di tendenza. E che, visti i dati di questi ultimi mesi, le carte in regola per peggiorare pare averle tutte.

Cattocomunismo in crisi: il Pd perde milioni di elettori e il papa milioni di fedeli

Imola Oggi

Fonte:http://www.imolaoggi.it/2015/08/28/cattocomunismo-in-crisi-il-pd-perde-milioni-di-elettori-e-il-papa-milioni-di-fedeli/


cattocomunistiCattomunismo in crisi nera. Così dice Massimo D’alema: il Pd è il primo partito progressista, è ancora il primo partito, ma dal 41% (di quei quattro gatti che sono andati a votare) i sondaggi ci danno al 30%, quindi è successo qualcosa. Abbiamo perso per strada due milioni di elettori.
Non vanno meglio le cose per la Chiesa. Un’emorragia lenta e costante, che in poco più di due anni ha assunto proporzioni preoccupanti. Il numero delle persone che il mercoledì si reca a piazza San Pietro per assistere all’udienza del Papa ha iniziato a calare con l’avvento di Francesco al soglio di Pietro, ed il trend non accenna a cambiare verso.
Da che è diventato Pontefice, Bergoglio ha perso suppergiù due fedeli su tre. I numeri non potrebbero essere più ufficiali: a diffondere il conto delle presenza è stata infatti la Prefettura della casa pontificia, ossia l’organismo vaticano che ha tra i propri compiti quello di provvedere all’organizzazione delle udienze.
Invece di spendere tempo e soldi pubblici per sparlare contro presunti xenofili al fine di giustificare il business sui clandestini che profughi non sono, (vedi mafia capitale) non sarebbe ora che ora che ognuno tornasse nei suoi ranghi? Non sarebbe ora che Bergoglio e la chiesa tutta smettessero di occuparsi di politica e cominciassero a preoccuparsi dei poveri cristiani nei quali ancora è rimasto un lume di fede?
Non sarebbe meglio che i politici smettessero di occuparsi SOLO degli stranieri e cominciassero a occuparsi ANCHE di quei disgraziati inconsapevoli che hanno avuto la dabbenaggine di eleggerli e che pagano i loro lauti e immeritati stipendi?

Armando Manocchia

ECCO IL 191° SEGNALE DELLA RIPRESA: LA FINANZA SETACCIA SOLO LE PICCOLE IMPRESE

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Fonte:http://www.miglioverde.eu/ecco-il-191-segnale-della-ripresa-la-finanza-setaccia-solo-le-piccole-imprese/



finanza4

di LUIGI CORTINOVIS

Sei giovane? Apri un’impresa! Vedrai che lo Stato non si dimenticherà di te! Infatti, il Fisco mette nel mirino le piccole imprese. Lo dicono i dati forniti da Unimpresa e riportati da diversi quotidiani: nel corso del 2014 l’Agenzia delle Entrate ha effettuato 177.300 accertamenti nei confronti di soggetti produttivi. Di questi, 160.007 (ovvero il 90,23% del totale) hanno riguardato micro-piccole imprese e partite Iva. I controlli nei confronti delle medie aziende sono stati 14.211 (ovvero l’8,01%), mentre solo 548 sono andate a carico di grandi aziende.

E’ infatti molto più semplice per il Fisco trovare errori e altro nelle piccole aziende, mentre diventa difficilissimo farlo in aziende in cui si utilizzano meccanismi complessi e che hanno disponibilità maggiori per consulenze e fiscalisti, che sanno come sfruttare le regole elusorie di un sistema burocratico infernale.
“Sempre secondo Unimpresa nel 2014 sono stati individuati 48.936 soggetti che non avrebbero versato nelle casse dello Stato fino a 1.549 euro ciascuno; altri 70.083 soggetti avrebbero sottratto all’ erario fino a 25.823 euro ciascuno; altri 44.163 soggetti avrebbero illegalmente trattenuto imposte fino a 185.925 euro ciascuno; altri 13.606 soggetti fino a 5,1 milioni ciascuno; altri 495 soggetti fino a 25,8 milioni ciascuno e 47 soggetti, per lo più grandi industrie (31 su 47), oltre 25,8 milioni ciascuno”.


«L’amministrazione finanziaria si accanisce sui deboli e quindi va cambiato drasticamente il rapporto tra Stato e contribuenti. Siamo amareggiati perchè il governo di Matteo Renzi con la delega fiscale non ha fatto nulla in questa direzione», commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Nell’occhio del fisco finiscono soprattutto imprese create da giovani. La gran parte delle nuove attività imprenditoriali sono infatti avviate da giovani che, non riuscendo a trovare il classico posto fisso, provano a farcela da soli e si mettono in proprio. Secondo un’indagine di Unioncamere, da gennaio a fine settembre sono nate 100 mila nuove imprese e tutte targate under 35».

Un solo motto: L’Italia è un paese senza futuro!

BEN VENGA UN’EUROPA FATTA DI TANTI LIECHTENSTEIN

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Fonte:http://www.miglioverde.eu/ben-venga-uneuropa-fatta-di-tanti-liechtenstein/


LIECHTENSTEIN di PAOLO PAMINI

Tutto si può dire dei popoli europei tranne che manchi loro la voglia di chiedersi se siano ancora nello Stato giusto. Ai catalani non è dato a sapere se potranno votare sull’indipendenza a 300 anni esatti dalla perdita della loro sovranità; gli scozzesi lo hanno fatto e indipendentemente dall’esito saranno più slegati da Londra; dopo già aver plebiscitato l’indipendenza in primavera con un referendum spontaneo online, i veneti stanno aspettando passi concreti dalla Regione. Non parliamo poi dei fiamminghi in Belgio, o ancora dei lombardi che qualche idea se la stanno iniziando a fare.
Il tratto comune di tutte queste realtà è che sono il risultato di unioni politiche quasi mai volontarie, spesso frutto di guerre e stravolgimenti politici su scala continentale. Paradossalmente, quasi tutti accorpati con l’argomento nazionalista (spagnolo, italiano, inglese) che proprio oggi anima invece la volontà di autodeterminazione. Quella che stiamo vivendo è probabilmente la dinamica più progressista della storia recente.
L’economista istituzionale tende a dire che, in materia di Stati, piccolo è bello, e più piccolo è ancor meglio. Lo sanno bene gli svizzeri, che possono scegliere tra 26 cantoni e quasi 3’000 comuni, ma ancor più i cittadini di Monaco, Andorra, Liechtenstein, San Marino, ecc. E lo sapeva bene anche Goethe, che avversava l’unificazione tedesca ben sapendo che la poliedricità all’interno del Sacro Romano Impero aveva creato un’incredibile ricchezza culturale ed economica. Va concesso che grandi Stati hanno il vantaggio di creare al loro interno un vasto mercato unico non intralciato da dazi e regolamentazioni protezionistiche. Tuttavia, a tal fine non serve un grande Stato, bensì una semplice politica economica di apertura e abolizione tariffale.
Quella chiamata “laissez-faire, laissez-passer”, o liberismo. Storicamente poi, i vantaggi di un mercato nazionale unico soccombono progressivamente alla bulimia fiscale. Erano meglio i dazi di un tempo tra gli Stati della Penisola o la tassazione predatoria di oggi? Inoltre, mai un piccolo Stato potrebbe veramente praticare una politica protezionista senza rischiare la propria vita a breve termine: vi immaginate Montecarlo che pretende l’autarchia alimentare ed il blocco delle frontiere?
La chiave di volta per comprendere tutto ciò sta nel fatto che l’ingordigia fiscale e la mania regolatoria non sono un incidente storico, bensì il risultato naturale e prevedibile dello Stato, un’agenzia che produce servizi sottraendo ai propri “clienti” le necessarie risorse, senza possibilità d’appello tranne l’emigrazione in un altro Stato. I politici svizzeri non sono più capaci di quelli altrove, ma solo soggetti a maggior concorrenza istituzionale.
Ben venga quindi un’Europa fatta di tante Catalogne, tanti Veneti, tanti Liechtenstein. Proprio l’assetto che non a caso nel Medioevo soffiò l’aria di libertà decisiva per il decollo europeo nei secoli seguenti. Piccolo è bello, ma soprattutto chi è piccolo deve rimanere forzatamente libero, rispettosamente aperto agli altri, e finanziariamente diligente. C’è solo da sperare in una transizione pacifica, che sarà probabile se consideriamo l’attuale sviluppo economico nelle regioni menzionate sopra, ma non scontata alla luce del canto del cigno dei grandi Stati nazionali e della violenza che ne potrebbe scaturire quando non v’è più nulla da perdere.

*AreaLiberale e Liberales Institut

Corriere del Ticino

Sunday, August 16, 2015

Preludio di una nuova crisi economica mondiale: 9 segnali

Fonte:http://it.sputniknews.com/economia/20150809/917409.html

13:55 09.08.2015


In Russia agosto è tradizionalmente considerato un mese difficile. L'agosto di quest'anno potrebbe diventare una conferma di questa tendenza anche per l'economia mondiale. Il canale televisivo russo "Vesti" condivide le previsioni economiche per il mese corrente.


Agosto può trasformarsi in un mese di transizione che ci preparerà agli eventi dell'autunno e dell'inverno. È possibile che nei prossimi mesi prendano il largo i fattori indicanti una nuova crisi finanziaria mondiale, ritengono gli analisti di "Vesti".

№1. Il crollo del mercato azionario in Cina
A luglio, nonostante il sostegno senza precedenti del governo, lo "Shanghai Composite Index" è sceso del 13,4%. Conseguentemente luglio è stato il mese peggiore per il mercato borsistico cinese degli ultimi 6 anni.

Il crollo del mercato azionario in Cina viene già paragonato con il crack del 1929 negli Stati Uniti: il crollo del mercato azionario cinese minaccia l'economia mondiale di conseguenze altrettanto gravi a quelle della "Grande Depressione" alla fine degli anni '20.

№2. L'economia USA si avvicina alla recessione 
Viene indicato non solo dai dati macroeconomici, ma dai bilanci delle imprese. Le previsioni di crescita del PIL statunitense non si sono realizzate: l'economia USA si è fermata ad una crescita del 2% contro il 2,3% previsto. Si riducono i profitti delle corporation "giganti" dell'economia statunitense: "Exxon Mobil" e "Chevron". L'utile della "Exxon" è sceso del 51%, il peggior risultato del trimestre dal 2009, mentre l'utile della "Chevron" su base annua è crollato del 90%, scrivono gli analisti di "Vesti".

№3. Il FMI non prenderà parte al salvataggio della Grecia 
Le probabilità di una "Grexit" crescono nuovamente; il FMI ha deciso di non concordare il nuovo programma di prestiti per i prossimi mesi. Così i fondi non potranno essere stanziati prima dell'inizio del prossimo anno.
 
№4. Stop della crescita dell'indice "S&P 500" 
L'indice S&P 500 include 500 società statunitensi a maggiore capitalizzazione secondo l'agenzia "Standard&Poor's". Nel corso degli ultimi 6 anni lo S&P 500 è cresciuto e la fine di questa tendenza può segnalare agli investitori il momento di vendere gli asset e capitalizzare. Secondo la "Goldman Sachs", ci si può aspettare un calo dello S&P 500 pari allo 0,7% entro i prossimi 2 mesi, rilevano gli analisti di "Vesti".

№5. A luglio calo dei prezzi del petrolio del 20% 
Luglio è stato il mese peggiore per il petrolio dall'ottobre del 2008 e questo declino può divenire un altro segnale dell'avvicinamento della crisi globale, segnala "Vesti".
La situazione nel mercato del petrolio rimane difficile: la quantità di oro nero offerta continua a superare la domanda. Tra i fattori che influenzano negativamente il prezzo del petrolio, "Vesti" indica l'aspettativa di rialzo dei tassi d'interesse da parte dell'americana "Federal Reserve", il rallentamento dell'economia cinese e dell'economia mondiale nel suo complesso, così come i risultati degli accordi sull'Iran, che fanno presagire un aumento dell'offerta di greggio sul mercato.

№6. La debole dinamica del mercato dei metalli 
Il leader indiscusso del calo delle materie prime ("commodities") è il petrolio, tuttavia si nota un drastico calo delle quotazioni dei metalli preziosi: lo indica il "Bloomberg Commodity Index", sceso ai minimi degli ultimi 13 anni. Si ha l'impressione che l'oro abbia trascinato l'indice al minimo, ma ci sono materie prime che quest'anno sono andate molto peggio del metallo prezioso per antonomasia, rileva "Vesti".

№7. L'Italia sulle orme della Grecia
La trasformazione della crisi greca in una italiana minaccia l'Europa. Attualmente il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è del 44%, il debito pubblico italiano in rapporto al PIL ha raggiunto il 135%. In generale la stessa dinamica del debito in tutti i Paesi dell'Europa meridionale può caratterizzarsi come "instabile". È in rialzo la popolarità di "Syriza" in Grecia e del "Movimento 5 Stelle" in Italia, forze politiche che pretendono dai creditori una ristrutturazione del debito.

№8. Il default di Portorico 
Porto Rico, Stato legato al governo USA, ha saltato il pagamento sul rimborso del suo debito pari all'importo di 58 milioni di dollari. Portorico non può dichiarare default, in quanto non è uno Stato indipendente. Secondo il presidente USA Barack Obama, anche se avrà gravi conseguenze per il sistema finanziario nazionale, Washington non salverà il Paese centro-americano come è stato fatto con la Grecia.

№9. L'economia del Canada in recessione
L'economia canadese ha mostrato un trend negativo negli ultimi 5 mesi consecutivi. Si considera tecnicamente in recessione se il PIL scende per 2 trimestri consecutivi. Secondo l'agenzia di statistica nazionale del Canada ("Statistics Canada"), lo scorso maggio il PIL del Paese è diminuito dello 0,2% rispetto al mese di aprile. Il decremento è dovuto principalmente al peggioramento delle attività nel settore industriale, minerario, petrolifero, del gas e retail dell'economia canadese.