solve-et-repeteLa Legge 212/2000, che prende il nome di «statuto dei contribuenti», sembra essere caduta nel dimenticatoio. La norma che dovrebbe rappresentare un caposaldo nella gestione dei rapporti tra cittadino e Stato è uno di quei casi che si possono definire «lettera morta», in quanto disapplicata o ignorata da sempre. I punti cardine dell’impianto che l’allora governo Amato volle dare sono:
– non-retroattività: come nel diritto penale, anche al contenzioso tributario è esteso il principio per il quale l’efficacia di una norma tributaria decorre successivamente alla sua approvazione e pubblicazione;
– divieto d’estensione di nuovi tributi o di creazione di nuovi per decreto senza una votazione parlamentare;
– termini perentori a pena di nullità per la notifica, prescrizione e produzione di documenti (minimo 30 gg.);
– limitazione dell’onere della prova;
– principio di correttezza e buonafede.
È evidente che i princìpi basilari di questa legge hanno subìto plurime violazioni o, addirittura, sono stati completamente stravolti nel corso degli anni sfruttando la possibilità di modificare qualsiasi legge con norme di pari rango gerarchico in tempi seguenti.
Abbiamo visto l’introduzione di nuovi balzelli con effetto retroattivo, così come ci s’è trovati di fronte al ribaltamento completo dei diritti dell’imputato in caso d’illeciti fiscali con la reintroduzione della clausola solve et repete all’interno del costrutto del contenzioso tributario.
Nel 2010, con la Legge 122/2010, l’allora governo Berlusconi impose che dal 2011 l’avviso d’accertamento ai fini IRPEFIRAP e IVA emesso dall’Agenzia delle Entrate fosse immediatamente esecutivo, obbligando così il contribuente sottoposto ad accertamento fiscale a pagare prima di poter ricorrere contro le pretese dell’amministrazione tributaria. Viene così ribaltato per legge l’onere della prova in àmbito fiscale, decretando che lo Stato ha ragione fino a prova contraria e il cittadino, spogliato della sua sovranità e ridotto a suddito, è un mariolo. Tale aspetto è evidentemente un abominio giuridico: si cancellano secoli di lotte per i diritti dell’individuo solo per tutelare la finanza pubblica, che dovrebbe invece essere gestita con la diligenza del buon padre di famiglia, ma che col tempo è divenuta un maelstrom in cui sono risucchiate risorse e ricchezze che, se lasciate al mercato, sarebbero sicuramente ben più produttive.
Quel che fa specie è che a livello mediatico queste violazioni dei diritti dei cittadini non trovano spazio se non nelle rare apparizioni che quotidiani e TV concedono a questo o quel membro del Tea Party Italia, che ha fatto dell’abolizione della clausola del solve et repete una battaglia, aderendo alla proposta di legge che prevede la sua abolizione, presentata dall’ex consigliere regionale di Forza Italia del Lazio Andrea Bernaudo, oggi responsabile nazionale del soccorso azzurro partite IVA. Anche Matteo Salvini, tra i punti base della sua proposta alternativa al governo Renzi, ha inserito la volontà di far tornare al centro dei rapporti con lo Stato il cittadino, riportando, anche nell’ordinamento tributario, l’onere della prova a carico dell’accusatore e non dell’accusato.
Il problema di fondo è che la suddetta clausola dovrebbe essere già nulla, poiché fu dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale oltre cinquant’anni fa. Correva l’anno 1961 e la Corte, con sentenza numero 21 del 29 marzo, dichiarò incostituzionale la clausola del solve et repete nell’ordinamento tributario, in quanto palesemente contrastante con gli articoli 3, 24 e 113 della Costituzione.
Inoltre, i requisiti della domanda d’ingiunzione di pagamento sono disciplinati dal diritto comunitario, e gli Stati membri non possono prevedere requisiti aggiuntivi, come sancito dalla sentenza della Corte di giustizia europea del 13 dicembre 2012 riferita alla causa C-215/11. Anche sotto il profilo della normativa europea, quindi, il solve et repete tributario è in palese contrasto col principio d’uguaglianza tra i cittadini, il diritto d’agire in giudizio a tutela dei propri diritti e l’inammissibilità di limitare il medesimo diritto, compresa la tutela del cittadino per il risarcimento danni nei confronti dello Stato.
Ci troviamo in presenza, dunque, di una norma che già non dovrebbe esser applicata, poiché le sentenze della Corte costituzionale sono un precedente vincolante, così come le sentenze della Corte di giustizia. Ma l’autorità tributaria sembra ignorarne l’illegittimità, continuando ad applicarla per mero opportunismo.

Quel che lascia perplessi, però, è il silenzio della gente; di quelli che credono che se non si avesse nulla da nascondere nulla succederebbe e chi cade nelle spire dell’AdE e d’Equitalia se l’è solo meritato come «vile evasore»; di quelli che preferiscono urlare «via tutti» o «i problemi sono ben altri», che non capiscono che il rapporto tra cittadino e Stato è alla base di qualsiasi rivoluzione; di quelli che «non m’interessa, tanto non ci posso fare nulla»; e di tanti altri che rappresentano quella maggioranza silenziosa e ignava che permette il continuo degrado della cosa pubblica con la sua inerzia e il suo disinteresse.
In definitiva, il solve et repete è una clausola del diritto tributario che significa «paga e ricorri», una bestialità già dichiarata incostituzionale oltre cinquant’anni fa e ancora riproposta. In una nazione «normale», come piaceva dire a certuni alla fine del secolo scorso, questo sarebbe stato un discorso inutile, un mero esercizio intellettuale. Invece, nell’Italia del 2015, accade ancora, nel silenzio assenso di buona parte della popolazione.