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Friday, January 9, 2015

Perché molti credono e danno fiducia ad ideologie totalitarie e dittature?

Fonte:https://neuroneproteso.wordpress.com/2008/12/10/perche-molti-credono-e-danno-fiducia-ad-ideologie-totalitarie-e-dittature/#more-484



Trascrivo ciò che è scaturito dalla discussione sul gruppo it.discussioni.psicologia.
Riporto solo le risposte più significative e gli autori, se non identificati da uno pseudonimo, abbreviati.
L'”esperimento” secondo me è riuscito bene e probabilmente in futuro lo ripeterò con altri argomenti.
Masque:
Conosco molte persone che dichiarano apertamente che desidererebbero essere governati da sistemi molto rigidi, totalitari e violenti. Mi riferisco a molti nostalgici del ventennio che, recentemente sembrano sbucati come funghi dopo una giornata di pioggia.
Perche` queste persone desiderano una situazione simile? Perche` non pensano che sarebbe pericolosa anche per loro e che, una volta attuata, sarebbe difficilissimo liberarsene?
Io mi sono fatto un paio di idee. Penso che la violenza e la “forza” che mostrano queste ideologie, li faccia sentire piu` al sicuro, oppure che, dichiarandosi alleati ad esse, acquisiscano quella forza che nella loro simbologia ed ideali appare costantemente.
A questo probabilmente si aggiunge un desiderio di conservare o migliorare la propria posizione sociale ed economica. Mi spiego meglio: solitamente chi e` molto benestante vota partiti conservatori (o di destra se preferiamo) perche` sembrano garantire loro la protezione dei propri beni, al contrario dei partiti progressisti (o di sinistra) che tipicamente tendono a voler distribuire le ricchezze. Con i partiti progressisti, i benestanti sentono minacciati i propri averi, mentre i “poveri” vedono in loro la speranza di potersi risollevare. Dipende molto dall’idea di cosa minacci la propria posizione sociale ed economica, infatti, nelle ultime elezioni si e` notato quanto buona parte dei lavoratori operai abbia spostato il proprio voto da quello di partiti che li difendevano dai “ricchi”, a quelli che dicono di difenderli dalla nuova minaccia percepita: “gli immigrati”.
Tornando al discorso iniziale: cosa passa per la mente di chi desidera per il proprio paese un ritorno ad un regime totalitario e violento?
Quali vantaggi ritiene maggiori degli svantaggi che inevitabilmente porterebbe?
Kama:
disciplina, controllo, a tutti i livelli, dall’economia alla giustizia. Contro ogni idea nuova che possa portare ad un nuovo tipo di società.
Per le persone ammanicate, che hanno, i cosi detti soldi e potere, la sicurezza che nulla cambi a loro svantaggio.
F.S.:
Ognuno di noi ha bisogno di regole semplici per la propria vita, perché le scelte costano moltissimo in termini energetici. Chi non riesce a darsene da sé le cerca negli altri.
E’ solo una delle considerazioni che si possono fare, ovviamente.
Desdemona (quotando Masque):
> Io mi sono fatto un paio di idee. Penso che la violenza e la “forza” che
> mostrano queste ideologie, li faccia sentire piu` al sicuro, oppure che,
> dichiarandosi alleati ad esse, acquisiscano quella forza che nella loro
> simbologia ed ideali appare costantemente.
Questo è a mio avviso verosimile in effetti.
> A questo probabilmente si aggiunge un desiderio di conservare o
> migliorare la propria posizione sociale ed economica. Mi spiego meglio:
> solitamente chi e` molto benestante vota partiti conservatori (o di
> destra se preferiamo) perche` sembrano garantire loro la protezione dei
> propri beni, al contrario dei partiti progressisti (o di sinistra) che
> tipicamente tendono a voler distribuire le ricchezze.
Qui,se permetti, occorre fare un distinguo.
La Destra, come hai giustamente evidenziato, tende ad essere capitalista, ossia attua una politica “del Capitale” permettendo di conseguenza a chi possiede un capitale economico di avere maggior potere. La proprietà Privata in definitiva è maggiormente protetta e “preferita” rispetto a quella Pubblica
La Sinistra invece tendenzialmente fa l’esatto contrario: predilige il Pubblico [ scuole, sanità etc ] al Privato.
Occorre precisare che se ti stai riferendo al regime Fascista, questo prediligeva il potere dello Stato rispetto al potere del Capitale.
Secondo la suddetta interpretazione quindi,[ che e’ una MIA interpretazione suscettibile perciò di essere sbagliata] molti non comprendono che votare a destra non significa assolutamente aderire ad un pensiero politico simile a quello esistente durante il Fascismo.
Qualcosa di simile al Fascismo,se Dio vuole, oggi non c’e’.
Ma se proprio si volesse individuare un pensiero che alla lontana gli somiglia, spogliato di tutte le cose ODIOSE che erano sue proprie [ leggi razziali, antisemitismo, pena di morte etc], andrebbe ricercato in un’ideologia che consegni molto piu’ potere allo Stato sacrificando maggiormente la libertà individuale del songolo: il Socialismo.
[…] infatti nelle
> ultime elezioni si e` notato quanto buona parte dei lavoratori operai
> abbia spostato il proprio voto da quello di partiti che li difendevano
> dai “ricchi”, a quelli che dicono di difenderli dalla nuova minaccia
> percepita: “gli immigrati”.
verissimo…… personalmente credo che sia sfuggito a queste persona che un partito di destra che persegue una politica del Capitale, mal rappresenti comunque le esigenze degli operai e del ceto medio-basso in genere.
Al di la’ della politica sull’immigrazione adottata…..
> Tornando al discorso iniziale: cosa passa per la mente di chi desidera
> per il proprio paese un ritorno ad un regime totalitario e violento?
> Quali vantaggi ritiene maggiori degli svantaggi che inevitabilmente
> porterebbe?
Credo che la maggior parte delle persone faccia confusione identificando il Fascismo a destra.
E SPERO che realmente le persone non auspichino il ritorno della violenza e della intimidazione.
Credo che quando cio’ che vivi non ti piace, distorci automaticamente la percezione della realtà al punto da illuderti che “si stava meglio quando si stava peggio”.
[Quante volte ci capita di vivere una situazione lamentandoci continuamente di essa e poi, quando le cose cambiano, stupidamente si rimpiange cio’ di cui ci si lamentava?]
Questo meccanismo e’ secondo me usuale nella MASSA [ un singolo individuo non fa cose che farebbe se fosse in gruppo,sia nel bene che nel male].
E ricorda che i giovani non hanno vissuto sulla propria pelle il Regime…..
Tutti questi elementi insieme giustificano forse il fenomeno da te denunciato
V.D.P.:
Mi pare che tu stesso faccia delle ipotesi … di contenuto politico.
Su quelle … <<non est hic locus>>: si è OT, insomma :-))
Invece … si è IT se si fanno ipotesi psicologiche sulla -diciamo così …- “aspirazione all’autoritarismo”.
In questo àmbito, è possibile sostenere l’ipotesi che la persona stessa sia tendente all’autoritarismo, e “quindi” si sia fatta una rappresentazione-mentale della realtà tale “da raccapezzarvicisi meglio” essa stessa in contesti fortemente “gerarchizzati”, o palesemente autoritari.
Un’altra ipotesi -“ma” anch’essa fondata sull’autoritarismo (inconsapevole) della persona stessa- è quella per la quale ella “non ha accettato” ciò che io sommessamente definisco <<la caduta degli dèi>>, ossia il fatto (inevitabile) che i propri genitori (o le figure autorevoli di riferimento)… “cadano nella polvere” per il fatto che la persona sia cresciuta e *veda bene* di essere “meglio” di chi aveva rappresentato fino a quel momento una guida e un modello da imitare.
[Le eventuali componenti masochiste … individuate nella accettazione della violenza del regime-autoritario … “si spiegano” con una sorta di inconscio desiderio di essere puniti pe il fatto di aver osato pensare d’essere diventati “meglio”.
Ma quest’ultima “spegazione” è più difficile e contorta di quanto si possa dire “così in due parole” …]
In sintesi “si vuole” essere dentro un sistema che abbia *dentro* una guida-e-modello; un replicante di qualcuno già conosciuto.
Si vuole stare in quel sistema … perchè si vuole poter continuare a pensare che … esistano “gli dèi”; nel senso di <<persone onnipotenti>>.
Non è “per caso” che ogni regime autoritario … abbia un “Capo supremo”; del quale si dice sempre che <<non sbaglia mai>>.
M.S.:
Questo discorso mi interessa molto, e anch’io a suo tempo mi sono fatto la stessa domanda che ti fai tu. Rifiutando l’idea che chi la pensa in un certo modo sia un cretino (sarebbero troppi) e partendo dal presupposto che deve esserci una base razionale, magari inconscia, per tale scelta, sono arrivato a una serie di conclusioni di cui l’estrema sintesi è che… hanno paura.
Secondo me, quelli che accettano di essere governati da un regime sono persone che non si sentono in grado – perché non ne hanno voglia, o perché non ne hanno i mezzi – di affrontare le sfide che il mondo offre.
Temono i cambiamenti, li vivono come una minaccia e non li vogliono affrontare, fenomeno che si vede spesso nelle persone anziane, ma non solo. Un regime (=qualcuno che dice loro cosa devono fare, e guai a sgarrare) è per loro preferibile, perché li guida senza che loro debbano scegliere. Sanno che questo gli costerà, certo, ma preferiscono pagare che rischiare.
Gli innovatori in genere sono sempre di sinistra, e non mi riferisco solo agli artisti, ma anche agli industriali e agli imprenditori.
L. (quotando M.S.):
> Gli innovatori in genere sono sempre di sinistra, e non mi riferisco
> solo agli artisti, ma anche agli industriali e agli imprenditori.
Gli innovatori (per esempio nella scienza, che ama l’eureka) sono né di destra, né di sinistra necessariamente.
Non sono neanche -necessariamente/sempre- per il nuovo, se sono presenti a se stessi (si pensi all’uso militare delle bombe a fissione o fusione, come anticipo dell’apocalisse del pianeta se tale novità fosse attuata).
Sono per il nuovo -> se il nuovo migliora una situazione, quindi non per il “nuovismo”.
Sono per la novità -> *per esaminarla*, *_non_* necessariamente per accoglierla, nel caso porti un danno.
I processi di stereotipicizzazione, quali mettere sotto i termini:
-sinistra
-destra
… sono semplificazioni.
Stiamo trascurando per ritornare propriamente IT -> il gap tra l’arte dell’apparire e quello della sostanza dei fatti.
Anticamente tale arte psicologico/politica (nel senso che riguardava la polis (città, in greco), la capacità di influire su più soggetti, coalizzati in una polis) era detta oratoria.
Il termine oratoria discende dal latino (or) che significa bocca.
Semplicemente con il linguaggio -insomma- [oggi sui media, anche questa parola latina da medium, (che significa ‘mezzo di comunicazione’): con films, immagini, suoni, discorsi, testi, etc] era in grado di influire su una massa.
Quali sono le specificità del dare un ‘dictat’ (da cui il termine dittature), ossia di un dire che sia accolto senza discutere?
Eminentemente nello sfruttare le dinamiche di massa e la capacità -di una massa- di condizionare un singolo che non abbia grandi strumenti di analisi e sintesi psicologica.
Se io -come Pretolini- un artista di varietà (fine seconda guerra mondiale) che mostrava come (secondo lui) Nerone plagiava una massa dico:
“Perché Roma risorgerà più bella e più forte che pria! ..”
E aspetto il boato della folla .. la folla diviene con pulsioni animali, come quando un branco di bisonti comincia a muoversi. Chi non si muove in modo coordinato con la massa -> viene schiacciato.
Ho trovato il film di Pretolini su you tube:
Ecco perché è molto importante la struttura di internet:
La struttura di internet nacque -per scopi militari- per resistere ad un atto nucleare in USA.
La sua struttura è tale che è una connessione di nodi che rinviano dei testi, o immagini, (etc), frazionandoli e poi ricomponendoli secondo un percorso che non necessariamente deve essere lo stesso.
Questo per far sì che -in caso che un nodo della rete non funzioni- la quantità di informazione possa circolare lo stesso!
Se ci si riflette, ciò consente il *non controllo della rete* (una interfaccia della massa) e della informazione da parte di una struttura autoritaria.
Una struttura autoritaria, come l’attuale dirigenza in alcuni paesi, può al più emanare delle direttive per i server che raccolgono i collegamenti internet e investigare se tali direttive sono applicate e chiudere quei server che non si attengono alle direttive.
Lo stato supervisivo della rete -però- non esiste, se non per accoglimento della massa dei “nodi della rete”.
Se gli utenti e i nodi della rete, decidono di rimanere “pensanti” e non “pensati(da altri)”, non c’è modo di controllare tutta la rete!
: – )
Una questione di potenzialità democratica non tanto banale, nei suoi risvolti psicologici e sociologici.
Faccio il caso di alcuni server chiusi in Italia e riaperti con gli stessi contenuti all’estero e impermeabili alla attività di condizionamento, a meno di accordi con gli stati esteri che li ospitano, e dell’azioni di tali stati sull’emanare direttive sui soggetti teoricamente sottoposti.
Quindi anche sulla capacità di gestire la quantità di informazione siamo ad una svolta epocale, così come per la gestione della distribuzione delle risorse finanziarie, o della terra coltivabile, dell’uso dell’uomo come unità per lavori ripetitivi (valutando se sia più conveniente comprare robots grazie ai finanziamenti pubblici, grazie alle minori rivendicazioni delle macchine che richiedono solo manutenzione), quindi come merce economica, salariato per la sua eventuale funzione, o semplicemente assistito se la collettività è/fosse in grado di generare un surplus, una eccedenza di risorse da dividere tra i soggetti che -di loro- non riescano ad accedere alle risorse primarie (cibo, acqua, etc).
Un argomento propriamente IT, in quanto di analisi psicologica, da sottoporre alla Vs attenzione è -inoltre- il seguente:
Perché la legge della jungla, detta anche legge di mercato, quella dinamica psicologica -insomma- per cui (stereotipando) “il pesce grosso mangia il pesce piccolo” .. che ha mostrato l’utopia delle risorse illimitate .. visto che ha portato il pianeta al collasso .. dovrebbe ancora essere perseguita?
E’ una questione molto dibattuta nei centri di potere che studiano le strategie (psicologiche) di gestione del potere e della gestione delle masse e delle risorse.
Nella teoria dei sistemi, posso dire, che un progettista tiene conto della tipologia delle risorse in cui un processo naturale o artificiale agisce e monitorizza gli inputs al fine che gli outputs -con cui gestire il design- siano correlati, tenenti conto del reale, meglio se in feedback, ossia in una catena di controreazione (controreazione: il processo per cui gli stessi outputs si modificano se dagli input un processo si satura, ad esempio, impostando -sempre per esemplificare- ‘di spegnere una pompa'(azione output) se il galleggiante (valore di input) dice che l’acqua è finita, altrimenti si brucia il motore).
Però noi viviamo -pur nel presente- ma contemporaneamente nel passato e nel futuro.
Provo a spiegarmi:
Vi sono oggi, 8 dicembre 2008 (per il sistema di temporizzazione occidentale), -sia popoli nascosti nella foresta amazzonica che vivono con archi e frecce come milioni di anni fa, -sia popoli che usano il pc, come il videofonino, il cerca persone, in case pieni di sensori che accendono la luce solo al passaggio.
Noi, singole menti dell’occidente tecnologico, abbiamo una responsabilità più grande di coloro che si debbono procurare solo il cibo per arrivare al giorno dopo.
La nostra capacità di gestire le dinamiche di massa rendendole sia animali (pur utili, si pensi alla ritualizzazione del corteggiamento anche nella specie umana) e sia intellettuali, è una responsabilità di ogni singolo nel non esporsi a stereotipicizzazioni di clan, se non secondo un progetto che va seguito finché ritenuto convincente sia che abbia etichetta A oppure etichetta B.
Grazie della lettura e del Vs punto di vista, se lo riterrete opportuno,
L.
M.S. (quotando L.):
> Non sono neanche -necessariamente/sempre- per il nuovo, se sono presenti
> a se stessi (si pensi all’uso militare delle bombe a fissione o fusione,
> come anticipo dell’apocalisse del pianeta se tale novità fosse attuata).
>
> Sono per il nuovo -> se il nuovo migliora una situazione, quindi non per
> il “nuovismo”.
>
> Sono per la novità -> *per esaminarla*, *_non_* necessariamente per
> accoglierla, nel caso porti un danno.
Questo è ovvio. Il nuovismo, come lo chiami tu, è rincorrere una moda, non innovare, e di solito i cambiamenti introdotti senza un fondato motivo e che non portano un vero vantaggio a qualcuno (non necessariamente all’azienda… sob) durano poco.
> I processi di stereotipicizzazione, quali mettere sotto i termini:
>
> -sinistra
> -destra
>
> … sono semplificazioni.

Sì, e non rendono nemmeno più l’idea di quello che sono veramente oggi la destra e la sinistra (come schieramenti politici). Però è vero anche che la distinzione che facevo si riflette, parzialmente almeno, nell’appartenenza politica: chi avversa i nuovi fenomeni, le nuove tendenze e ne ostacola il cammino appartiene spesso e volentieri alla destra politica. Secondo me questo, a prescindere dalle mie conclusioni, significa che c’è un diverso atteggiamento di fondo, una diversa mentalità di base, fra gli individui delle due grandi ali della politica.
> Eminentemente nello sfruttare le dinamiche di massa e la capacità -di
> una massa- di condizionare un singolo che non abbia grandi strumenti di
> analisi e sintesi psicologica.
>
> Se io -come Pretolini- un artista di varietà (fine seconda guerra
> mondiale) che mostrava come (secondo lui) Nerone plagiava una massa
> dico:
>
> “Perché Roma risorgerà più bella e più forte che pria! ..”

“Bravo!” – “Grazie!” :-)
> La nostra capacità di gestire le dinamiche di massa rendendole sia
> animali (pur utili, si pensi alla ritualizzazione del corteggiamento
> anche nella specie umana) e sia intellettuali, è una responsabilità di
> ogni singolo nel non esporsi a stereotipicizzazioni di clan, se non
> secondo un progetto che va seguito finché ritenuto convincente sia che
> abbia etichetta A oppure etichetta B.

Quando si comincia a parlare di questi argomenti va a finire sempre in sociologia :-)
L’autonomia del singolo rispetto al gruppo di riferimento non è cosa che il singolo possa determinare completamente. E nei fatti non è che poi il gruppo sia destinato a condizionare completamente il singolo: è facile dare una adesione formale e poi “sfilarsi” successivamente, o quando si è nel privato…
L’etichetta “A” o “B” funziona se e solo se il rispettivo “marchio” è recepito positivamente (il brand, tecnicamente): se quel particolare brand io lo detesto, hai voglia a dirmi che è buono e bello. Quindi anche la pubblicità non può assolutamente prescindere dagli orientamenti pregressi delle persone: anzi li deve conoscere e assecondare. Che è anche quello che fa (una certa) politica, poi.
Voglio dire che i mass media e la propaganda rafforzano l’orientamento che esiste già, o lo inducono se non ce n’è uno, ma non possono eliminare un orientamento contrario preesistente del soggetto.
F.S. (quotando M.S.):
>Però è vero anche
>che la distinzione che facevo si riflette, parzialmente almeno,
>nell’appartenenza politica: chi avversa i nuovi fenomeni, le nuove
>tendenze e ne ostacola il cammino appartiene spesso e volentieri alla
>destra politica. Secondo me questo, a prescindere dalle mie conclusioni,
>significa che c’è un diverso atteggiamento di fondo, una diversa
>mentalità di base, fra gli individui delle due grandi ali della politica.
Non sarà un caso che solitamente si usino le etichette “conservatore” e “progressista”. C’è stato anche il “solito” studio di ricercatori inglesi, mi pare. Notizia di qualche mese fa sui quotidiani. Se ricordo bene, rilevava che chi sceglie la sinistra predilige ragionamenti più complessi.
Vorrei che fosse chiaro che personalmente mi astengo da giudizi di valore in merito. Ho le mie preferenze, ma non attribuisco ad esse alcuna base scientifica.
Masque (quotando M.S.):
> Un regime (=qualcuno che dice loro cosa devono fare, e guai a
> sgarrare) è per loro preferibile, perché li guida senza che loro debbano
> scegliere. Sanno che questo gli costerà, certo, ma preferiscono pagare
> che rischiare.
Questo e` un buon punto, secondo me, che avevo sottovalutato. Come ha scritto anche Federico, il prendere decisioni e` un lavoro che costa energia piu` si allagra il bacino di possibilita` e scelte. E` cognitivamente piu` economico dover scegliere fra una serie limitata di possibilita` o adirittura affiancarsi a qualcuno le cui idee “ci piacciono” e lasciar scegliere a lui piuttosto che noi. Perche` se va bene per lui, allora va bene anche per noi.
Pero`, questo e` possibile anche se il “lui” non e` un regime ma, chesso`, un partito o una associazione libertaria e progressista. Anche in questo caso faccio scegliere loro al posto mio e riduco cosi` il mio sforzo cognitivo.
Quindi, mi chiedo: perche` a molti “piacciono” le idee forti (ma violente) dei regimi? Una spiegazione potrebbe essere che solitamente prospettano soluzioni facili a breve termine dei problemi (mentre il rovescio della medaglia, cioe` che la violenza potrebbe nuocere anche a noi che li sosteniamo e che quando diverneranno sconvenienti, ci sara` difficilissimo liberarcene) delle quali si occupano autonomamente senza bisogno della nostra collaborazione. Al contrario delle soluzioni piu` impegnative, perche` richiedono il contributo e la partecipazione di tutti, piu` lunghe (ma forse anche piu` lungimiranti) tipiche delle forme di governo piu` libertario e progressista?
Anche qua, quindi, sarebbe per un’alleggerimento del carico sul singolo?
F.S. (quotando Masque):
>Come ha
>scritto anche Federico, il prendere decisioni e` un lavoro che costa
>energia piu` si allagra il bacino di possibilita` e scelte. E`
>cognitivamente piu` economico dover scegliere fra una serie limitata di
>possibilita` o adirittura affiancarsi a qualcuno le cui idee “ci
>piacciono” e lasciar scegliere a lui piuttosto che noi.
Quando ho scritto, avevo usato voutamente espressioni molto neutrali.
Adesso mi sembra di poter aggiungere che il maggiore o minore dispendio energetico è un fattore che influenza direttamente lo stato di benessere. Un eccesso di “carico cognitivo”, ma anche (e soprattutto) un eccesso nel costante lavorìo che svolgiamo, senza esserne al corrente, per adattarci e orientarci nel mondo, porta inevitabilmente sofferenza.
Così, la semplificazione porta inevitabilmente piacere. Il fatto che poi uno possa scegliere una vita più complessa è dovuto alla nostra ineludibile complessità – nel senso che esistono altri fattori che aumentano il piacere di qualcuno davanti a soluzioni più complesse.
Un esempio di quanto ho detto è visibile quotidianamente: si tratta della sensazione di piacere che abbiamo quando portiamo a termine un lavoro. Che lo si voglia o no, per tutto il tempo che intercorre tra la presa in carico di un compito e la sua attuazione, il nostro cervello (con gli opportuni riflessi sul soma) lavora a quel compito. Può essere molto più faticoso e spiacevole procrastinare che fare. Così, le soluzioni a lungo termine, tipiche del pensiero “di sinistra”, possono portare molta fatica, e poco piacere.
Ovviamente è tutta una questione di bilanciamento. Anni fa, per esempio, mi resi conto che il nazismo era (semplicisticamente) spiegabile con una predominanza patologica della pulsione di vita. Non è un discorso facile.
Lady:
le motivazioni possono essere diverse. Ci possono essere caratteristiche biologiche innate, oppure lo sviluppo disarmonico, le disturbate relazioni familiari, i maltrattamenti subiti o l’ambiente sociale in cui uno è cresciuto. Tutti buone motivazioni per creare una personalità insicura facilmente plagiabile da un capo carismatico, fino alla personalità criminale tipica del killer. La storia ci insegna che i piu’ feroci torturatori “godono” della loro attività criminale, col pieno appoggio del regime didattoriale.
Questionmark:
La mia libertà finisce dove comincia la libertà degli altri, disse qualcuno.
Se io ritengo che in un determinato momento la mia libertà sia violata maggiormente dalla troppa espansione della libertà degli altri (ovvero c’è troppa gente che, non rispettando regole e buon senso, mi crea dei danni) ci si sposta verso forme di governo più rigide.
Al contrario nel momento in cui mi sento maggiormente compresso nella mia possibilità di agire liberamente da parte dello stato stesso o dei gruppi che lo rappresentano, quando sono le regole stesse (e non la non osservanza delle regole) a limitare la mia libertà ci si muove verso forme di governo più liberali.
In definitiva secondo me la logica è semplice…ci si muove sempre verso la massima espansione della propria utilità e libertà…banale ma…d’altra parte però non è detto che questa cosa poi corrisponda a verità; diciamo che è sempre difficile avere una visione chiara di che cosa significhi vivere in un certo stato di cose prima di provarlo.

LEGGETE PER MAGGIOR CHIARIMENTO:

Neil Richards - THE DANGER OF SURVEILLANCE - N. 25 della LIBERTARIAN MEDIATEQUE SEZIONE LIBRI