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Saturday, July 18, 2015

ANCHE STALIN COMBATTEVA L’EVASIONE FISCALE: ABOLENDO IL CONTANTE!


I regimi comunisti hanno incarnato, nella forma più pura e ideologicamente coerente, il dominio assoluto della classe politico-burocratica sui ceti produttivi privati. Come spiegò con grande profondità d’analisi il dissidente jugoslavo Milovan Gilas nel libro La Nuova Classe, il potere della burocrazia comunista si fonda sulla gestione e amministrazione della proprietà statale. La casta governante «ottiene il suo potere, i suoi privilegi, la sua forza ideologica e le sue abitudini da una forma particolare di proprietà – quella collettiva – che amministra e distribuisce in nome della nazione e della società», mentre la proprietà privata rappresenta un forte ostacolo al potere burocratico. Si spiegano così le guerre sanguinose che i regimi comunisti hanno sempre scatenato contro i ceti che traggono il proprio reddito dalla proprietà privata, come gli imprenditori, i commercianti, i lavoratori autonomi e soprattutto i contadini, i quali nei paesi non industrializzati costituiscono la stragrande maggioranza dei ceti produttivi.

Gilas notò inoltre che la classe politico-burocratica trae vantaggio dalla statalizzazione dell’economia anche quando provoca il crollo della produzione e il caos economico generale. Un tipico caso fu la collettivizzazione dell’agricoltura in Unione Sovietica, totalmente ingiustificata dal punto di vista economico, ma politicamente indispensabile perché la nuova classe doveva insediarsi con tutta sicurezza nel suo potere e nei suoi possessi. La collettivizzazione «fu una guerra spaventosa e devastatrice che somigliò a una folle impresa, se si esclude il profitto che ne trasse la nuova classe assicurandosi l’autorità».

Ucraina 1932: attacco ai kulaki

Dopo un primo tentativo di collettivizzazione delle terre, nel 1932 Stalin decide di scatenare in Ucraina la caccia ai kulaki (i contadini ricchi, nel gergo comunista; in pratica, quelli che possedevano due o tre mucche), e per espropriare i piccoli coltivatori diretti dei loro fondi utilizza gli strumenti fiscali. In un recente articolo il giornalista Maurizio Blondet ha riportato i resoconti inviati al Ministero degli Esteri da Sergio Gradenigo, il viceconsole italiano in Ucraina nei primi anni Trenta, un testimone oculare dei metodi utilizzati dal governo sovietico per combattere “l’evasione fiscale” dei contadini.

Il partito comunista stabilisce, ad esempio, che per ogni gallina posseduta, il contadino deve dare allo Stato 30 uova al mese, cioè un uovo al giorno. Com’è possibile che i contadini possano assolvere una richiesta del genere? Il fatto è che, secondo i capi comunisti, “per ogni gallina dichiarata si deve logicamente sospettare che ve ne siano due non dichiarate”. Si tratta, osserva Blondet, della stessa cultura fiscale dei poteri pubblici italiani, cioè di tutto quel blocco di interessi e di potere, in genere costituito da persone di sinistra e da dipendenti pubblici, convinto che il problema dell’Italia non sia l’enorme spesa pubblica parassitaria, lo spreco e la corruzione delle caste pubbliche inadempienti, bensì l’evasione fiscale; e che non c’è nessun bisogno di ridurre emolumenti e stipendi scandalosi né di snellire la pletora pubblica, se solo si riesce a mettere le mani sul tesoro, valutato in duecento miliardi, che l’evasore fiscale nasconde all’Agenzia delle Entrate.

I contadini che non riescono a pagare il dovuto, racconta il viceconsole, vengono multati del quintuplo. Se continuano a non pagare entrano in azione due esattori guidati da un membro della GPU (la polizia politica), che entrano a forza nell’abitazione dell’agricoltore, gli fracassano la stufa, il camino, le finestre, le porte, i mobili e tutto ciò che trovano. Gli confiscano poi tutto il confiscabile, come la vacca e il cavallo. I contadini, ridotti alla fame, abbandonano le campagne e vanno in città ad accalcarsi nelle interminabili file in cui si distribuisce il cibo.

Il pane ovviamente scarseggia sempre di più, e per risposta il governo accentua la propaganda contro questi contadini affamati, bollati come evasori fiscali che occultano il grano da qualche parte. Molti abitanti delle città collaborano volentieri alla lotta all’evasione, aiutando la polizia nella caccia ai contadini. Intanto nelle città arrivano milioni di bambini abbandonati, che i genitori non riescono più a sfamare. Questi “piccoli delinquenti” vengono definiti “fuorilegge” dal governo, e possono quindi essere massacrati impunemente da chiunque. La GPU si incarica di sterminarne un gran numero. La grande carestia provocata dalla feroce repressione fiscale comincia a mietere le sue vittime, e alla fine se ne conteranno, secondo gli studiosi, tre milioni o anche più: è l’holodomor, il genocidio ucraino.

Malgrado l’immensa tragedia che sta svolgendosi sotto i loro occhi, le autorità comuniste reagiscono alla resistenza passiva e alla sparizione fisica dei contadini intensificando ancor di più la lotta all’evasione fiscale. «Le autorità», racconta il viceconsole italiano, «non prendono alcuna misura per alleviare le condizioni della popolazione. Al contrario, negano l’esistenza della carestia e dicono che il grano si trova: basta cercarlo attorno alle case dei contadini, dove è stato seppellito. Le Brigate della Gioventù Comunista fanno pattuglie apposta per trovarlo, e scavano laddove la terra ha l’aria di essere smossa. Effettivamente s’è trovato del grano nascosto in diversi posti, anche in un cortile di villaggio i cui abitanti erano tutti morti». Erano in realtà le sementi conservate per l’anno successivo, senza le quali non ci sarebbe stato più nessun raccolto. Per gli esattori si trattava invece di un atto di sabotaggio e di evasione.

I risultati della lotta all’evasione però non arrivano, e i dirigenti sovietici escogitano un’altra bella pensata: l’abolizione del contante. Nelle sedute del Partito Comunista i contadini vengono accusati di accumulare il denaro e, per conseguenza, di far sparire dalla circolazione la moneta. «Tutto ciò», scrive Gradenigo, «prelude forse, come si dice da qualche tempo, all’abolizione del rublo, che colpirà i kulaki che lo occultano». È questo, conclude Blondet, l’ideale cui tende anche da noi l’Agenzia delle Entrate: avere i produttori tutti morti, ma strappar loro l’ultimo sacco di grano; perseguitare i piccoli imprenditori fino a ridurli al suicidio; giungere alla distruzione della piccola impresa, ma esigere dalla vedova i tributi da cui il marito aveva sperato di salvarsi con la morte. Più tasse, sovrattasse, interessi di mora e penali.

Inquietanti parallelismi

La storia spaventosa dell’Ucraina all’inizio degli anni Trenta presenta parecchie tristi analogie con l’Italia dei giorni nostri. La percentuale sui redditi che lo Stato italiano confisca ai ceti produttivi privati ha raggiunto infatti livelli non troppo distanti da quelli di allora. Solo qualche decennio fa un sistema economico come quello italiano, in cui lo Stato si appropria del 74 (io dico dell'87) per cento degli utili delle imprese, sarebbe stato classificato come socialista, senza troppe discussioni. Negli ultimi quindici anni, caratterizzati da una bassissima crescita economica, lo Stato italiano ha assorbito infatti dal settore privato 300 miliardi in più rispetto ai 500 miliardi che già incassava. Solo nelle esperienze storiche delle rivoluzioni comuniste si sono verificate delle espropriazioni di ricchezze private così rapide e imponenti.

Un sintomo rivelatore della vicinanza ideologica tra i due sistemi è il fatto che in Italia i membri della casta politico-burocratica hanno adottato, in difesa dei propri interessi, lo stesso frasario utilizzato dalla nomenklatura sovietica per denigrare e criminalizzare i ceti produttivi: “ricchi”, “egoisti”, “evasori”, “speculatori”. Oggi come allora gli accertamenti fiscali vengono eseguiti con metodi terroristici e arbitrari, e accompagnati da una martellante propaganda di regime contro il nemico del popolo, “l’evasore fiscale”. Lo Stato italiano inoltre, attraverso gli studi di settore, i redditi presunti o gli obblighi contributivi svincolati dagli utili prodotti, usa anche la collaudata tecnica sovietica di rovinare i produttori privati esigendo dei tributi di entità assolutamente irraggiungibile.

Oggi tutti sanno che la propaganda staliniana contro i kulaki evasori era falsa. Le immense quantità di grano o di denaro nascoste dai contadini ucraini non esistevano. Erano pura propaganda, pretesti per colpire delle categorie sociali considerate inaffidabili e poco controllabili. Allo stesso modo, anche oggi le iperboliche cifre sull’evasione sbandierate dalla casta politico-burocratica, e prontamente riprese dai media sussidiati, sono inventate di sana pianta, sono numeri privi di fondamento reale, dedotti da accertamenti gonfiati che, nella grande maggioranza dei casi, si rivelano infondati. Anche se il ceto politico-burocratico ha un forte interesse a far credere questa favola, non esiste alcun tesoro nascosto su cui mettere le mani. Accanto alle forme legali di elusione e di erosione fiscale esiste più che altro l’evasione di sopravvivenza di chi cerca di portare a casa qualche centinaio di euro in più al mese per i bisogni della propria famiglia, come facevano gli agricoltori ucraini quando occultavano le sementi agli agenti della GPU.

Del resto, con le decine di strumenti di controllo sempre più invasivi che sono stati creati nel corso degli ultimi anni, quasi più nulla ormai sfugge all’occhio del fisco. Attraverso gli studi di settore, il redditometro, lo spesometro, le segnalazioni al 117, Serpico (il supercervellone elettronico che incrocia decine di migliaia di informazioni al secondo), l’abolizione del segreto bancario, i 400mila controlli all’anno sulle piccole imprese, i blitz contro la mancata emissioni di scontrini, il limite all’utilizzo dei contanti fino a 999 euro, l’utilizzo del pos per le transazioni commerciali sopra i 30 euro, il Grande Fratello fiscale conosce praticamente morte, vita e miracoli di ogni contribuente. Com’è possibile che possano sfuggirgli ogni anno centinaia di miliardi?

Negli anni Trenta l’evasione dei contadini rappresentava una piccola goccia nell’oceano di sprechi e privilegi che caratterizzava lo Stato sovietico. Qualcuno, in tutta sincerità, pensa che l’odierna situazione italiana sia diversa? Eppure anche oggi, come nell’Ucraina di quel tempo, la lotta all’evasione viene condotta in maniera spietata, senza alcun riguardo per la rovina dell’economia nazionale, la distruzione delle aziende o la disperazione delle vittime. Non una parola di rammarico, di rispetto, o anche solo di pietà umana è uscita dalla bocca dei politici o dei funzionari statali per le migliaia di lavoratori privati che si sono suicidati a causa di una pressione fiscale sulle imprese e sul lavoro che non ha eguali nel mondo.

Per la scarsa resistenza opposta dai contadini, durante la grande carestia che colpì l’Ucraina il numero di vittime tra gli aguzzini armati fu quasi irrilevante. Anche oggi in Italia i tax-payers privati soffrono in maniera indicibile (negli ultimi cinque anni hanno chiuso 400.000 partite iva e 75.500 imprese artigiane), mentre nessun tax-consumer statale ha perso il lavoro, è stato indotto a emigrare o si è suicidato per ragioni economiche. Come mai? Una “crisi economica” non dovrebbe colpire in maniera più o meno equilibrata tutte le fasce della popolazione?


Così come l’holodomor non fu una carestia naturale, ma una guerra studiata a tavolino dal governo sovietico con l’intento di liquidare un’intera classe sociale, allo stesso modo i ceti produttivi italiani non sono stati vittime di una crisi economica di tipo congiunturale, ma di un deliberato attacco sferrato dal ceto parassitario che controlla l’apparato statale. È questa la ragione per cui, oggi come allora, le vittime si contano da una sola parte.

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