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Wednesday, February 25, 2015

15 + 1 cose che (forse) non sai sull'immigrazione italiana negli Stati Uniti


 


Fonte:http://www.focus.it/cultura/storia/15-1-cose-che-forse-non-sai-sullimmigrazione-italiana-negli-stati-uniti?gimg=55827&gpath=#img55827





















Di solito quando parliamo di immigrazione italiana negli Usa, ci riferiamo alla grande immigrazione che ebbe luogo tra il 1880 e il 1921. In realtà un flusso di migranti italiani avevano già scelto di andare negli Stati Uniti tra la fine del 1700 e la prima metà del 1800: molti erano dissidenti politici, gli sconfitti dei moti del 1848, ai quali l'esilio negli Usa è dato come possibilità alternativa al carcere. L'America allora era allettante come una cayenna...


Personaggi famosi L'emigrante più famoso di questa prima ondata è Giuseppe Garibaldi, che arriva a New York nel 1850. Ad ospitarlo è un altro italiano eccellente: Antonio Meucci. Garibaldi era già una celebrità per le sue imprese militari, ma questo non gli impedisce di cercarsi un lavoro. Per un anno fa l'operaio in una fonderia. In compenso durante l'esperienza americana si farà molti amici che in seguito finanzieranno la spedizione dei mille in Italia.
Tra gli emigranti italiani "di peso" va ricordato anche Lorenzo Da Ponte, il librettista di Mozart che quando vede Manhattan per la prima volta, nel 1805, rimane colpito dalla sua… desolazione (l'epoca dei grattacieli è ancora lontana).


Nel West Negli anni della corsa all'oro e dell'epopea del West gli italiani non mancano. Lo scrittore che per primo mette su carta le gesta dei cowboy, nel libro "A Texas cowboy" è un italiano: si chiama Charles Angelo Siringo e di professione fa il cacciatore di taglie.
Parlano italiano anche i primi vigneti della California, che poi diventeranno rinomati in tutto il mondo, come quello fondato nel 1882 da Raphaelo Petri a San Francisco.











In fuga dalla povertà (e dai Savoia) L'Italia comincia a registrare gli emigranti solo nel 1876, quando si calcola che negli Usa ci siano già 44 mila italiani circa. Nel 2010 diventeranno 17 milioni e 250 mila (tanti gli americani che hanno dichiarato di avere origini e parenti italiani).
Gli italiani che partono per l'America, provengono soprattutto dalle regioni del sud, impoverite dall'unità d'Italia. Le politiche repressive dell'esercito dei Savoia coi massacri di "briganti" (che spesso briganti non sono) e la mancanza di una riforma agraria spingono centinaia di migliaia di contadini a lasciare la propria terra. Perché proprio in America? Dagli Usa, reduci dalla guerra di secessione, c'è richiesta di manodopera per sostituire gli schiavi ormai liberi. E poi c'è anche una ragione pratica ed economica: il viaggio in nave verso le Americhe, che dura circa 12 giorni, costa meno del biglietto del treno per il nord dell'Europa.




Vittime del razzismo Il fatto che gli italiani si trovino a rimpiazzare gli afro-americani e lavorare a stretto contatto con loro, li rende socialmente indesiderabili agli occhi dei bianchi. Gli atti di razzismo non si contano: e se sospettati di un crimine gli italiani, come i neri, vengono linciati pubblicamente e senza processo.




L'arrivo a New York L'approdo dei bastimenti di emigranti è l'isola di Ellis Island, nella baia di New York. In molti muoiono durante il viaggio e quelli che sopravvivono vengono esaminati scrupolosamente dalle autorità sanitarie: si teme che gli italiani portino malattie, come il tracoma (un'infezione degli occhi che rende ciechi). Alle visite mediche segue una visita psico-attitudinale. Chi non supera i controlli, che possono durare anche tre giorni (in cella), viene marchiato con una X sui vestiti e rimandato indietro.
Sui documenti rilasciati agli italiani, accanto alla scritta white (bianco), che indica il colore della pelle, a volte c'è un punto interrogativo: è un altro indice del razzismo che devono subire gli italiani da una parte della società americana.




Andata e ritorno Gli italiani arrivano negli Usa a botte di 1.000 al giorno (nel solo 1906 si calcola ne sbarchino 358 mila). In maggioranza sono uomini e non tutti vogliono restare, ma mettere da parte qualche soldo per tornare a casa e comprare un pezzo di terra (cosa che farà quasi la metà di loro).
La prima grande comunità italiana a New York si forma ad Harlem, dove gli "italians" vanno a vivere in edifici fatiscenti di 5/6 piani, coi servizi in comune, in strade che rispettano la regione di provenienza. I siciliani coi siciliani, i calabresi coi calabresi e così via.


Le immigrate Anche le donne lavorano, spesso come operaie della manifattura. Le condizioni non sono delle migliori, come rivelerà tristemente la tragedia della Triangle, una fabbrica tessile di New York dove il 25 marzo 1911 scoppia un incendio: gli operai e le operaie, soprattutto italiani, sono stati chiusi a chiave per evitare che si assentino e non possono fuggire. Muoiono 123 donne e 23 uomini.




Sovversivi Le pessime condizioni di vita e di lavoro degli emigranti e l'arrivo negli Stati Uniti di anarchici e sovversivi in esilio, porta all'aumento dei disordini sociali.
Il 16 settembre 1920 scoppia una bomba a Wall Street, che produce una spaventosa esplosione, 39 morti e 200 feriti. È il più sanguinoso attentato mai avvenuto a New York, prima dell'11 settembre 2001. Si pensa che a commetterlo sia stato l'italiano Mario Buda, che intanto è fuggito. Lui, considerato l'inventore dell'autobomba, negherà ogni addebito fino alla morte, nel 1963.



Sindacalisti Gli emigranti italiani sono quelli che maggiormente avvertono l'esigenza di un sindacato: tra i leader della protesta operaia si fa strada il giornalista e drammaturgo Carlo Tresca, anarchico, arrivato negli Usa nel 1904 per sfuggire a una condanna politica. Tresca si oppone con tenacia al fascismo, al comunismo e anche alla mafia, ma per le sue idee socialiste non piace alla polizia americana. E ha un nemico giurato: il potente uomo d'affari italo-americano Generoso Pope, filofascista e in contatto col boss Frank Costello.
Tresca viene ucciso nel 1943 mentre cammina sulla Fifth Avenue da un sicario che avrebbe agito su ordine del padrino Vito Genovese. Ai suoi funerali partecipano circa 5000 persone.



Leggende nere e innocenti veri Oltre ai "sovversivi", a contribuire alla pessima fama degli italiani negli anni di inizio novecento è anche la Mano Nera, la mafia degli italo-americani.
È in questo clima di ostilità e pregiudizio verso gli italiani che vengono arrestati gli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, accusati di rapina e omicidio. I due vengono condannati a morte nel 1927, nonostante l'assenza di prove e la confessione di un detenuto portoricano li scagioni. A poco servono il sostegno di intellettuali come Albert Einstein, Dorothy Parker e George Bernard Shaw e l'intervento ufficiale del governo di Benito Mussolini: nulla può salvarli.

La riabilitazione avverrà solo 50 anni più tardi, nel 1977, per opera del Governatore del Massachusetts, Michael Dukakis.



Luci e ombre dell'l'integrazione Come fare a integrare gli italiani nella società newyorkese? Un gruppo di missionarie con a capo la suora protestante Anna Ruddy si offre di portare l'America nei quartieri dove gli italiani vivono segregati: nasce la Harlem House, un centro sociale, dove le missionarie forniscono assistenza sanitaria a bambini e adulti e impartiscono loro lezioni di inglese e di educazione civica.

Inizia così la fase di "assimilazione" degli italiani. I primi tempi non sono facili. Ai bambini viene vietato parlare l'italiano a scuola. Anche le usanze italiane vengono bandite: le assistenti sociali arrivano a consigliare alle donne di smettere di usare l'olio di oliva a favore del burro. Un brutto colpo per la cucina italiana. Che si prenderà la sua rivincita più volte. L'ultima nel 2013 quando l'emporio Eataly risulterà il terzo luogo più visitato di New York, in base agli scontrini emessi, dopo l'Empire State Building e il Metropolitan Museum.







I politici italo-americani Nel 1916 il Congresso degli Stati Uniti elegge il primo deputato italo-americano: è Fiorello La Guardia, figlio di un musicista di Cerignola. Nel 1933 diventa sindaco di New York, guadagnandosi la fama di amministratore onesto e competente: lavora nel solco del New Deal del Presidente Roosevelt (nella foto seduto con la Guardia) per mettere fine alla grande Depressione, costruendo scuole, parchi e case popolari. Combatte la mafia ed è tra i primi uomini politici americani a schierarsi contro fascismo e nazismo.
Morirà nel 1947, in tempo per vedersi dedicato il secondo aeroporto di New York di cui, secondo un sondaggio, è stato il sindaco più amato di sempre.



Politici, mafiosi e poliziotti Se è vero che nella New York italo-americana si sono fatti strada molti mafiosi, è anche vero che dalla stessa comunità nascono anche figure di spicco come Vito Marcantonio, deputato molto attivo nella lotta per i diritti civili e per i diritti dei lavoratori, dei poveri e di tutti gli esclusi; Rudolph Giuliani, prima procuratore federale e poi sindaco della città, molto attivo nella lotta alla criminalità; il poliziotto Frank Serpico, figlio di emigranti di Marigliano (Napoli) che diventerà famoso negli anni 70 per la denuncia dei casi di corruzione della polizia newyorkese; e Mario Cuomo (nella foto a destra con Rudolph Giuliani), il governatore "liberal" dello stato di New York, scomparso il 1 gennaio 2015, molto attivo contro la pena di morte.



Da wop a Guido Gli italiani in America vengono apostrofati in molti modi: durante la grande immigrazione il nomignolo più in voga è "wop", acronimo di "without official papers" (senza documenti ufficiali), che ad alcuni ricorda la parola "guappo". Nel 1978 la popolare trasmissione Saturday Night Live rende celebre lo sketch di padre Guido Sarducci (interpretato dal comico Don Novello, in foto), un prete che fuma, indossa occhiali scuri e parla di gossip: e diventa di moda il soprannome Guido (ma secondo alcuni era già diffuso).
Nel 2009 verrà rilanciato dal reality show Jersey Shore, che mette in scena la vita di 8 giovani italo-americani, i guidos e le guidettes. Non senza polemiche da parte della comunità italo-americana, che non si riconosce nel loro stile di vita urlato e trash.








Da poverissimi a benestanti Ma, nomignoli a parte, gli italo-americani nel corso del tempo hanno avuto modo di rifarsi: secondo il censimento del 2000, in media guadagnano 61.300 dollari all'anno, 11 mila in più della media nazionale (50 mila dollari) e hanno un' istruzione superiore alla media, che gli consente di ottenere lavori migliori. Il 29% ha un diploma, il 7% la laurea e il 2% insegna nelle università o svolge professioni di prestigio.

Vantano origini italiane rockstar, attori, registi e scrittori famosi. E nel 2013 New York elegge il suo quarto sindaco italo-americano: Bill De Blasio, i cui nonni materni erano arrivati in America a fine '800 rispettivamente da Benevento e Matera.

Tuesday, February 24, 2015

QUELLE IMMAGINI CHE GLI STATI UNITI NON VOGLIONO VEDIATE



Fonte:http://www.stopeuro.org/quelle-immagini-che-gli-stati-uniti-non-vogliono-vediate/

17.000 mutilati statunitensi in Iraq

Queste immagini terrificanti ci mostrano il costo umano negli Stati Uniti della barbara guerra in Iraq. Non possiamo immaginarci l’orrore e la sofferenza che deve star soffrendo a confronto il popolo iracheno. Vedendo le terribili foto dei soldati nordamericani mutilati, che godono di un enorme superiorità militare, rimaniamo storditi per il massacro che si deve star commettendo ogni giorno in quel paese.

Quale sarà il sentimento di questi giovani militari mutilati che credevano in un principio e nelle bugie del loro presidente [George W. Bush], il quale affermava che c’erano armi di distruzione di massa in Iraq, mai trovate? In seguito gli ispettori delle Nazioni Unite hanno confermato che non sono mai esistite, come avevano detto e confermato varie volte prima che gli Stati Uniti attaccassero l’Iraq.

Sappiate che questa guerra non è altro che una guerra per il petrolio. In Iraq, la resistenza nazionale irachena si è organizzata nel paese per recuperare l’indipendenza, la sovranità e soprattutto per difendersi dai massacri indiscriminati delle truppe nordamericane. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, i movimenti pacifisti sono ogni giorno più numerosi. E ricordiamo che questa guerra neocoloniale iniziò senza l’approvazione delle Nazioni Unite.


James Houston, un veterano di Pearl Harbor, abbraccia in lacrime e commozione il sergente Mark Graunke Jr, durante la Giornata dei Veternai di Guerra, nella città di Dallas, novembre 2004. Il sergente dei marine Graunke ha perso la mano e un occhio per l’esplosione di una bomba in Iraq.

Foto AP/The Dallas Morning News, Jim Mahoney.


Medici dell’esercito statunitense prestano soccorso ad un marine ferito.


Un soldato prova la sua gamba ortopedica.


Brandon Erickson ha perso una parte del braccio quando il suo convoglio militare è stato attaccato da gruppi della resistenza irachena. Brandon ha completato gli studi di scienze politiche nelluniversità del Nord Dakota, il 5 agosto 2004.
Foto Kory Wallen, fonte Associated Press via Cryptome.


Il soldato Brad Kennedy mette in ordine il suo materiale ortopedico, 25 agosto 2004.
Foto AP/The Clarion-Ledger, J.D. Schwalm.


Il soldato James E. Wright onora le spoglie di Ronald Reagan durante i funerali dell’ex presidente, il 10 giugno 2004. Wright ha perso la mano nella guerra in Iraq. L’ufficiale alla sua destra non è stato identificato.
Fonte Associated Press via Cryptome.


Schilling ha perso la gamba destra e presenta una grave ferita alla mano sinistra in seguito allo scoppio di una bomba sulla strada.
Foto Max Becherer, New York Times.


Allan Doyle con suo zio e sua figlia piccola.
Fonte Associated Press via Cryptome.


Marine ferito alla faccia.


Marine amputato.


Lo specialista Jos� Martinez, 20 anni, visita il centro medico per ustionati del Brooke Army Medical Center a Fort Sam Houston (San Antonio), il 5 novembre 2003. Mart�nez è rimasto intrappolato dentro un camion che trasportava munizioni e che fu attaccato dalla resistenza irachena. Il camion si incendiò sfigurandogli il viso e altre parti del corpo.
Foto Eric Gay, fonte Associated Press.


Soldato invalido per una esplosione.


Il marine ha perso un occhio per un’esplosione.


Amputato.


Il presidente George W. Bush visita un amputato all’ospedale militare.


Soldato che ha perso un braccio.


Lo specialista Robert Acosta ricorda negli incubi quando il suo veicolo Humvee fu attaccato.
Foto Ruth Fremson, New York Times.


Robert Acosta.
Foto Ruth Fremson, New York Times.


Kris Atherton
Foto Ruth Fremson, New York Times.


Aaron Blakely accompagnato da amici dell’esercito.


Il soldato Gary Boggs.


George W. Bush e un soldato.


L’attore cinematografico Denzel Washington onora con una medaglia Justin R. Burgess.
Fonte Associated Press via Cryptome.


Soldato con ustioni gravi.


Il presidente George W. Bush stringe la mano al soldato Thomas Douglas, 11 aprile 2003.
Foto Casa Blanca, Eric Draper.


Soldato amputato.


Soldato amputato.


Ryan Kelly aiutato a legarsi le scarpe.
Foto Ruth Fremson, New York Times.


Il soldato Alan Jermaine ha perso le gambe.


Alan Jermaine Lewis.

Soldato che ha perso una mano a casa con la sua compagna.


Il soldato Brandon Olson.


Edward Platt.


Lo specialista Edward Platt dal paese di Harrisburg prova la sua nuova gamba ortopedica.
Foto Ruth Fremson, New York Times.


Il marine Albert Ross.
Fonte Associated Press via Cryptome.


Il soldato David Rozelle.


David Rozelle.


Robert Shrode e suo padre nel loro ranch.
Associated Press via Cryptome.


Soldato amputato.


Soldato amputato.


Soldato invalido.


Un soldato durante la riabilitazione dopo aver perso la gamba (Stati Uniti).


Soldato amputato.


Soldato amputato.


Il soldato Matthew Braddock guarda la sua gamba amputata, reduce da Kirkuk, Iraq.
Foto James Nachtwey, VII revista Time.


Il soldato Joey Bozik, che ha sofferto tre amputazioni, fa gli esercizi di riabilitazione.
Foto James Nachtwey, VII revista Time.


Ryan Kelly, 24 anni, ha perso la gamba in un’esplosione in Iraq.
Fonte Star Telegram.


Lo stesso soldato, Ryan Kelly, fa esercizi.


Ryan Kelly sulla porta di casa.
Foto Michael Crow, The Arizona Republic.


Il soldato Alain Jermaine Lewis, 23 anni, 3a divisione di fanteria, è stato mutilato dallo scoppio di una mina quando il suo jeep Humve saltò in aria a Baghdad, il 16 luglio 2003. L’esplosione gli ha fatto perdere la gamba. Questa foto è stata scattata nella sua casa a Milwaukee, stato del Wisconsin.
© Copyright 2004, Nina Berman


Robert Loria tocca una tastiera nella sua casa vicino a Middletown, New York. Loria ha perso il braccio sinistro per l’esplosione di una bomba in Iraq.
Foto Dominick Fiorille.


Il sergente Joseph Bozik dalla Carolina del Nord durante una sessione di fisioterapia nel centro medico del Walter Reed Army a Washington DC. Il jeep humve del sergente Bozik fu distrutto da una bomba anti-tank nel sud di Baghdad.
Foto Michael Crow, The Arizona Republic.


Il segretario della difesa statunitense, Donald Rumsfeld, conversa con il sergento Heath Calhoun, che ha perso le gambe in Iraq.
Foto Donna Miles, Defense Dept.


Il soldato Chris Shipley de Glendale.
Foto Pat Shannahan, The Arizona Republic.


Il soldato Jos� Mart�nez, ustionato in Iraq, dopo molti trattamenti.
Foto Nina Berman.


Il sergente Brend Bretz saluta sua figlia di 4 anni dopo il suo ritorno dall’Iraq, dove ha perso le gambe per una esplosione.
Foto Cheryl / Evans, The Arizona Republic.


Soldati mutilati in un centro di riabilitazione.


Marine mutilato in un programma del governo per farli lavorare.


Un soldato riceve la visita di anziani volontari ad un ospedale degli Stati Uniti.