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Tuesday, July 29, 2014

Campania: cos’è la ” Terra dei fuochi ” ?

Fonte:http://www.blogdiattualita.it/cose-terra-dei-fuochi-6624.html

Dal Rapporto Ecomafie del 2003 al bilancio 2011 di ARPA Campania: i numeri e le tappe di uno scandalo italiano

1076 chilometri quadrati di pura vergogna. Un territorio di bellezza impareggiabile e valore storico inestimabile, colpito da un’ingiustizia che non può lasciare spazio ad alcuna giustificazione.
Campania, province di Napoli e Caserta, 33 comuni nella prima e 24 nella seconda, 2 milioni e mezzo di persone vittime di un sopruso di dimensioni colossali, da anni costretti a sopportare il peso degli interessi della Camorra su un territorio scippato della propria identità, dove a quanto pare la vita dell’essere umano sembra contare poco o nulla. La chiamano ” Terra dei fuochi “, forse mai nome fu più adeguato.
Ma cos’è la ” Terra dei fuochi “ ? Per i roghi appiccati nell’ultimo decennio su spaventosi cumuli di rifiuti tossici che hanno ammazzato la produttività di diversi ettari di terreno coltivabile e dei pascoli necessari a nutrire il bestiame d’allevamento. Dopo il rivelatorio Rapporto Ecomafie ad opera di Legambiente nel 2003, la vicenda ha registrato il proprio punto apicale fra il 2007 e il 2008 con lo smistamento, il traffico illecito di rifiuti tossici e nucleari, che sono andati arsi nella grande confusione determinata dalla crisi della “monnezza” scoppiata nel napoletano, proprio in quel periodo. Vennero bruciati, fra il gennaio e marzo del 2007, 30000 kg di rifiuti in terreni agricoli, dai quali le cosche hanno ricavato la bellezza di 118000 €! La contaminazione da sostanze tossiche che andò a colpire questa fetta di territorio vide compromessa l’attività commerciale inerente la mozzarella di bufala, nel casertano. Vennero individuate “discrete” percentuali di diossina nel latte di bufala proveniente dagli allevamenti della provincia di Caserta, che spaventarono anche i grandi importatori, come Giappone e Corea del Nord, che bloccarono temporaneamente l’ingresso del prodotto per evitare un’ecatombe da capogiro. Una successiva analisi del prodotto in Germania, cancellò il rischio avvelenamento e il commercio riprese a ritmi un po’ più sostenuti, ma il colpo subito fu di quelli pesanti. Stroncare una fonte di guadagno così preziosa per una comunità come quella campana è un pugno alle buoni intenzioni di tutti quegli imprenditori per bene costretti, giorno dopo giorno, a scontrarsi con una realtà che, in ogni suo angolo, nasconde insidie gigantesche.
Un contributo al chiarimento di una situazione talmente surreale la da il pentito Carmine Schiavone, che sottolineò la ferma volontà della Camorra di trasformare l’intera Campania in una discarica a cielo aperto verso la quale destinare piombo, scorie nucleari e materiale acido, che hanno inquinato le falde acquifere di tutta la regione e le coste di mare, a partire dal basso Lazio fino ad arrivare a Castelvolturno.
L’aria diventa irrespirabile, nelle zone di Succivo, Caivano, Acerra e Giugliano i roghi della vergogna si moltiplicano e si alza drasticamente la percentuale dei tumori, che colpiscono, in larga parte, giovani donne, al seno e alla tiroide, e bambini.
L’ultimo significativo bilancio è stato tracciato dall’ARPA Campania nel 2011, indicando come zona ad alto rischio un’area di 3 milioni di metri quadri, compresa tra i Regi Lagni, Lo Uttaro, Masseria del Pozzo-Schiavi (nel Giuglianese) ed il quartiere di Pianura, della città di Napoli per il deposito e smistamento consolidato di materiale come copertoni e scarti d’abbigliamento e le attività di recupero del rame dai cavi elettrici.
A questo scempio va ad aggiungersi un dissesto istituzionale che stimola il cancro mafioso che si impossessa di una popolazione sempre più sola, relegata ai margini e arrabbiata.
I roghi accesi sulla disperazione, un fuoco con il quale non conviene giocare così allegramente.

PER L’ISTAT SALE LA FIDUCIA DELLE IMPRESE. I CONSUMATORI: RIDICOLO

Fonte:http://www.miglioverde.eu/per-listat-sale-la-fiducia-delle-imprese-i-consumatori-ridicolo/



CRISI: REDDITI FAMIGLIE, QUINTO ANNO DI CALO, OLTRE -2,5% IN 2012di REDAZIONE

Sale a luglio la fiducia delle imprese, toccando i massimi da agosto 2011. Secondo l’Istat, a luglio 2014 l'indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane sale a 90,9 da 88,2 di giugno. 
L’andamento, spiega l’istituto di statistica, e’ la sintesi di aumenti della fiducia delle imprese dei servizi di mercato, di costruzione, del commercio al dettaglio e della lieve diminuzione della fiducia delle imprese manifatturiere. L’indice del clima di fiducia delle imprese manifatturiere si riduce a 99,7 da 99,9 di giugno e, mentre migliorano le attese di produzione (da 6 a 8 il saldo), dall’altra peggiorano i giudizi sugli ordini (da -21 a -23); il saldo relativo ai giudizi sulle scorte di magazzino rimane stabile a 0. L’analisi del clima di fiducia per raggruppamenti principali di industrie (Rpi) indica un miglioramento dell’indicatore per i beni di consumo (da 98,0 a 98,2) e un peggioramento per i beni intermedi (da 103,0 a 102,2) e per i beni strumentali (da 98,2 a 97,3). L’indice del clima di fiducia delle imprese di costruzione sale a 83,2 da 81,6 di giugno. Migliorano le attese sull’occupazione (da -22 a -14), ma peggiorano i giudizi sugli ordini e/o piani di costruzione (da -44 a -45). L’indice del clima di fiducia delle imprese dei servizi sale a 92,5 da 88,1 di giugno. Crescono i giudizi e le attese sugli ordini (da -16 a -5 e da -10 a -7, i rispettivi saldi), mentre si contraggono le aspettative sull’andamento dell’economia in generale che passano da -19 a -23.
Nel commercio al dettaglio, l’indice del clima di fiducia sale a 101,8 da 101,4 di giugno. L’indice si conferma sui valori del mese precedente sia nella grande distribuzione (a 101,0) sia in quella tradizionale (a 102,7). 
“Risulta paradossale la crescita della fiducia del commercio al dettaglio che, secondo i dati odierni dell’Istat, sarebbe tornata ai massimi da oltre 3 anni. Di fronte alla grave contrazione della domanda di mercato tale ottimismo appare del tutto fuori luogo”. Cosi’ Adusbef e Federconsumatori commentano i dati odierni dell’Istat sulla fiducia delle imprese. “Basti pensare che secondo i dati dell’ Osservatorio Nazionale Federconsumatori – si legge nella nota delle associazioni dei consumatori – solo nell’ultimo biennio 2012-2013 i consumi sono diminuiti del -8,1%, con una contrazione complessiva della spesa delle famiglie di oltre 58 miliardi di euro”. Per i presidenti delle associazioni Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti “bisogna fare di tutto affinche’ le famiglie possano tornare ad acquistare, incrementando il loro potere di acquisto e rilanciando l’occupazione”. 

COMMENTO DELL'AMMINISTRATORE

L'ISTAT MENTE, PERCHE' COSI' GLI HANNO ORDINATO DI FARE GLI ILLUMINATI.
L'Amministratore 

Monday, July 28, 2014

CIBI CONTAMINATI. ATTENZIONE. CONDIVIDETE!!!

Copia privata: come gestirà la Siae gli incassi dell’equo compenso? Il ministro risponda

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/25/copia-privata-come-gestira-la-siae-gli-incassi-dellequo-compenso-il-ministro-risponda/1071846/

Guido Scorza
Docente, avvocato e giornalista
Segui Guido Scorza:

Franceschini-Pompei-640Quanto tratterrà per sé la Siae dalla montagna di soldi che incasserà, nei prossimi anni, a titolo di equo compenso per copia privata ed a quanto ammonteranno i proventi finanziari che la società ricaverà grazie al ritmo – da tartaruga – con il quale provvede a ripartire tali somme tra gli autori e gli editori? Ma soprattutto a chi finiranno davvero gli oltre centocinquanta milioni di euro che Siae si accinge ad incassare e attraverso quali criteri verranno ripartiti?
Sono queste alcune delle domande oggetto dell’interrogazione parlamentare che Ernesto Carbone (Pd) – come primo firmatario – e oltre cinquanta colleghi del Partito Democratico, di Forza Italia e della Lega Nord hanno appena indirizzato al ministro dei Beni e delle Attività culturali, Dario Franceschini nel tentativo di provare a capire meglio e di più se e quanto la Siae – la società italiana autori ed editori – sia davvero in grado di assolvere al compito – che la legge le affida – di gestire, in via esclusiva, la raccolta e la gestione dell’equo compenso per copia privata, oggetto dei recenti straordinari aumenti tariffari disposti con un decreto ministeriale che, oltre alla firma dello stesso ministro dei Beni culturali, porta quella “invisibile”, proprio della Società che fu di Verdi e Carducci e che oggi è gestita da Gino Paoli (Presidente), Gaetano Blandini (Direttore Generale) e, tra i pochi altri – sul ponte di comando di Viale della Letteratura – Domenico Luca Scordino (Consigliere di Gestione e già sub commissario straordinario della società).
E che il sospetto degli oltre cinquanta parlamentari firmatari dell’interrogazione sia che qualcosa in Siae non funzioni, lo si evince – al di là di ogni ragionevole dubbio – dall’ultima domanda, con la quale gli interroganti chiedono al ministro Franceschini se alla luce di quanto sin qui emerso, il governo non ritenga necessaria una profonda riforma della Siae.
All’origine della domanda ci sono, oltre al ruolo – indiscutibilmente ambiguo – giocato dalla Siae nel processo di varo del recente decreto sull’aumento delle tariffe per la copia privata, i tanti conti che non tornano nell’ultimo bilancio approvato dalla società nelle scorse settimane e relativo all’esercizio 2013. Il crollo verticale degli incassi da diritto d’autore registrato negli ultimi anni (- 100 milioni di euro dal 2008 ad oggi), i costi di gestione della società che spende oltre 180 milioni di euro per raccoglierne poco più di 520, l’impressionante rapporto tra i costi di produzione ed il valore della produzione che, nel 2013, si è attestato su un imbarazzante – 27 milioni di euro.
Senza contare – scrivono i parlamentari nell’interrogazione – che lascia perplessi il modestissimo utile di bilancio della Siae (appena 1,5 milioni di euro) non vi sarebbe affatto stato senza gli oltre 60 milioni di euro incassati dalla società a titolo di proventi finanziari ricavati grazie ai ritardi nella ripartizione dei diritti d’autore e i compensi – percepiti dall’Agenzia delle entrate e da una manciata di altri enti pubblici – per lo svolgimento di attività completamente estranee alla gestione del diritto d’autore.
Sono queste le principali perplessità sulla cui base i cinquanta firmatari dell’interrogazione chiedono anche al ministro Franceschini se intenda approvare il bilancio della Siae trasmessogli nelle scorse settimane e quali iniziative intenda intraprendere per porre rimedio all’inefficienza della società ed agli enormi costi da quest’ultima addebitati ai centomila autori ed editori italiani dei quali dovrebbe rappresentare gli interessi.
Ma quella che ha come primo firmatario l’On. Carbone non è la sola occasione nella quale, il Parlamento, in questo scampolo di estate, si ritrova ad occuparsi dello scandalo della copia privata.
Con una interpellanza rivolta al presidente del Consiglio dei ministri, al Ministero dell’Economia e delle finanze ed a quello dei Beni e delle Attività culturali, infatti, gli onorevoli Giancarlo Giordano e Nicola Fratoianni (Sel) hanno appena chiesto se e quali iniziative si intendano intraprendere per garantire alla Pubblica amministrazione italiana il recupero delle decine di milioni di euro versati, negli anni, alla Siae a titolo di equo compenso da copia privata e da quest’ultima – a quanto sembra – indebitamente incassati e trattenuti.
La palla, a questo punto, passa al ministro Franceschini ed al resto del governo.
Forse lo scandalo della copia privata sarà servito, almeno, a far comprendere alle autorità di vigilanza – Ministero dei beni e delle attività culturali, Presidenza del consiglio dei Ministri e Ministero dell’Economia – che è tempo di puntare dei grossi riflettori su quello che sta succedendo in Viale della Letteratura, sede storica della Siae, che, pure, per occuparla oggi paga un lauto affitto.

Nota di trasparenza: L’autore assisterà Altroconsumo nell’impugnazione del Decreto sulla Copia privata

COMMENTO DELL'AMMINISTRATORE

Spero sinceramente che la SIAE chiuda per sempre.
Questa a mio avviso è l'unica sua riforma possibile.

L'amministratore

Consumi al palo e la Bce non può far nulla: ecco perché la manovra è inevitabile

Fonte:http://www.liberoquotidiano.it/news/economia/11661278/Consumi-al-palo-e-la-Bce.html


Consumi al palo e la Bce non può far nulla: ecco perché la manovra è inevitabileLa manovra correttiva bussa ai conti del nostro Paese. Inutile negarlo, l’economia dopo un timido tentativo di ripresa, ritraccia e a dirlo sono ormai tutti gli osservatori internazionali. Ultimo ad accettare la verità dei fatti il premier Renzi, mentre Padoan tace e appare sempre più teso. Renzi, abilissimo com’è nel garantirsi consenso, punta ad evitare una manovra correttiva che gli incrinerebbe la credibilità, e da una parte spera nei Santi dell’Italia, che sono una miriade, e dall’altra, in maniera più concreta, punta alle elezioni anticipate il prima possibile per avere una sua maggioranza parlamentare dominatrice. Ma il portafoglio dei quattro quinti degli italiani langue, gli under trenta ce l’hanno sottilissimo, gli over 60 vivono in maggioranza assoluta con pensioni da povertà, e il resto dei cittadini appena può risparmia perché guarda al futuro come a una scommessa, in cui però Renzi si è posizionato come uno straordinario illusionista che ha saputo catturare la parte di popolazione tra i 30 e i 60 anni (gli 80 euro proprio a loro sono andati).
Adesso, però, gli scricchiolii economici crescono, i fondamentali del Paese restano tra i peggiori d’Europa. In Spagna, ex cenerentola, il Pil quest’anno crescerà tra l’1,2 e l’1,5%, il nostro tra lo zero e lo 0,2%. I comparti guida, costruzioni e automotive, nel paese iberico sono in pieno rilancio, mentre da noi edilizia e infrastrutture sono al palo: la perdita in 6 anni ha il segno meno per 60 miliardi di euro, oltre 70 mila imprese sono defunte, 400 mila posti di lavoro azzerati. I mesi passano e nulla si muove. L’automotive accenna a timide riprese nelle vendite, ma manca la Fiat degli anni ’80 che, nella ripresa, trascinava con se l’indotto e l’occupazione. Gli altri comparti che hanno nell’export il “core” cominciano a risentire del rallentamento delle economie forti, Usa, Cina, Germania, e così gli ordinativi calano e sono i dipendenti a farne le spese e quindi, a ricaduta, la fiducia e i consumi interni.

L’autunno porterà ulteriori peggioramenti, le scadenze tributarie, da metà novembre a metà dicembre, peseranno come un enorme zavorra sui consumi, nel frattempo partite Iva di piccole dimensioni e pensionati non avranno ricevuto nulla di quanto promesso da Renzi, che fa già un enorme fatica a confermare gli 80 euro per il 2015 a chi li ha concessi. Il Matteo nazionale nelle ultime uscite ha buttato in campo i 300 miliardi di euro che saranno concessi dalla Bce alle banche italiane e saranno utilizzabili, così ha detto Draghi, solo per finanziamenti a famiglie e imprese. Auspicabile intento, peccato che nell’ultimo mese i crediti spazzatura, sono arrivati a quasi 170 miliardi di euro e che questi crediti siano essenzialmente imputabili alle pmi, alle quali potranno essere concessi nuovi affidamenti solo nel caso dispongano dei rigidissimi requisiti imposti dalla stessa Bce attraverso Basilea 1, 2 e presto 3. Le banche vi si atterranno scrupolosamente e concederanno molto meno di quel che pensa Renzi, della manna fornita dalla Bce.

La situazione, non solo per rispettare i parametri europei, imporrà quindi una manovra straordinaria per poter far fronte alla cassa integrazione straordinaria da finanziare e per il pagamento dei debiti della PA. Poi ci sono gli impegni per le ristrutturazioni delle scuole, la ricerca da rifinanziare, gli esodati da sanare. Renzi avrebbe potuto fare meglio se, invece di puntare essenzialmente sulle riforme costituzionali, avesse lanciato un piano Marshall per l’economia, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, concedendo detrazioni fiscali a chi acquista beni durevoli o investe nelle imprese produttive insediate in Italia. Ma nessuno di questi tasti è stato toccato e adesso l’amaro calice della manovra è prossimo a dover essere ingoiato, elezioni anticipate o meno.

di Bruno Villois

SE IL NEGOZIANTE PRENDE CONTANTE DEVE FOTOCOPIARE IL PASSAPORTO DEL CLIENTE

Fonte:http://www.movimentolibertario.com/2014/07/se-il-negoziante-prende-contante-deve-fotocopiare-il-passaporto-del-cielnte/

SOLDIDI ALAN PETER FORTEBRACCIO
 
ECCO LA CLASSIFICA DELL’ONESTA POLITICA IN BASE ALLA LIMITAZIONE DEL CONTANTE: Germania nessuna limitazione, Olanda nessuna limitazione, Belgio e Slovenia 15.000 euro, Danimarca 13.500 euro, Francia 3000 euro, Spagna 2500, Grecia 1500 euro, Italia 1000 euro (Bersani lo voleva fissare a 200 euro col decreto Gabbanelli) . Per correttezza aggiungo che il governo fascio comunista bolscevico francese quando ha visto l’Itaglia che lo portava a 1000 lo volevano abbassare anche loro, in fondo siamo MELE MARCE.
La limitazione al contante è l’ammissione plateale che i politici hanno dei cittadini, ossia che sono dei ladri e dei malfattori, ESATTAMENTE QUELLO CHE LORO SONO. Ma la cosa ridicola è che in questo bailamme varrà la regola della nazionalità, ossia la soglia del paese di provenienza, quindi se un olandese (che non è ladro) spende in un negozio italiano (che è ladro) non avrà alcun limite, mentre il negoziante ladro in base all’emendamento approvato nel “DL competitività” dovrà adempiere alla snella procedura seguente:
1) Una comunicazione preventiva all’Agenzia delle Entrate;
2) Fare la fotocopia del passaporto del cliente e ottenere un’autocertificazione in cui si attesta che l’acquirente non possiede la cittadinanza italiana né di uno dei Paesi della Ue o dello Spazio economico europeo e che non è residente in Italia;
3) Entro il primo giorno feriale successivo a quello dell’operazione, versare il denaro contante incassato sul proprio conto corrente e consegnare all’operatore finanziario copia della comunicazione inviata all’agenzia delle Entrate.
Nel Paese dove i vecchi rovistano nella spazzatura per mangiare, 4 milioni di parassiti bastardi rubano le risorse dei contribuenti alla luce del sole. Ci sono criminali dell’Assemblea Regionale siciliana che prendono 500.000 euro di stipendio senza manco saper parlare l’italiano, commessi che si lamentano perché gli hanno abbassato lo stipendio a 250.000 euro. 

 I #dirittidiquestaminchia di questi maiali sono garantiti dalla Costituzione #diquestaminchia, quella più bella del mondo secondo Roberto Maligni.
I PARRUCCONI DA 500.000 EURO PROTEGGONO I PORCI DA 500.000 EURO , MA ANCHE I PORCI MINORI , I PLURISUPERPENSIONATI. In questo paese, il ladro è il gelataio o l’idraulico che magari non fa uno scontrino per dare da mangiare ai figli o per pagare i tassi usurari delle cartelle di Equimerda o per non consegnare il 70% degli utili che non ha più.

L’Italia, o il Paese dove muoiono i sogni. Spiegato agli americani

Fonte:http://www.lintraprendente.it/2014/07/litalia-o-il-paese-dove-muoiono-i-sogni-spiegato-agli-americani/#.U9YbkuErT8o.facebook


 
Un giovane giornalista italiano, il nostro Matteo Borghi (che volete è il momento dei Mattei, almeno nessuno lo chiama Teo), ha appena scritto un saggio in ingleseItaly where dems' dreams die sul fallimento di questo Paese. La scelta della lingua inglese deriva dal fatto che idealmente Borghi si rivolge agli americani, un popolo che in questi anni rischia di abbandonare il tradizionale favore per il libero mercato a vantaggio di una visione dell’economia sottoposta alle logiche statali. In breve, Borghi intende fornire un po’ di munizioni ai conservatori americani nel dibattito odierno.
Siccome l’Italia rappresenta il Paese nel quale tutti i peggiori incubi statalisti son diventati realtà, queste pagine vogliono mettere in guardia proprio gli americani sulla pericolosità del nostro modello politico e sociale. L’e-book sul fallimento del Big Government in Italia, edito da Leomedia, si intitola “Italy, Where Dems’s Dreams Die”, ed è acquistabile qui a soli 4 dollari.
In Italia tutto è offerto dal settore pubblico, in modo “gratuito” e a parità di condizioni per ogni cittadino. O almeno questa è la propaganda e il mito, in realtà tutto costa moltissimo in termini di distruzione della ricchezza e non solo per una questione di intermediazione politica e corruzione, ma per un motivo molto semplice: il socialismo non funziona. Non riuscivano a farlo funzionare i prussiani, figuriamoci gli italiani. Istruzione, sanità, pensioni, tutto in Italia è pubblico, ossia finanziato senza alcun riguardo a costi e profitti, giacché pagato con tasse e debito pubblico, ossia quei soldi dei quali nessuno deve mai render conto, ma vanno solo portati a casa con ogni mezzo. Più spesa pubblica alimentata con tasse, deficit e debito stellari, sanità e istruzione rigorosamente pubbliche e “tutele sociali”, ossia privilegi pagati dagli altri, stanno trascinando l’Italia al di fuori della cerchia dei Paesi che offrono prospettive di benessere ai propri cittadini. Il sogno dei democratici americani è proprio l’incubo che sta vivendo l’Italia. I liberal americani, infatti, non sono altro che una parodia dei social-democratici europei. In breve, Borghi vuole raccontare agli americani come si vive nel Paese dei sogni democratici realizzati. Un luogo nel quale famiglie e imprese pagano fino all’85% di tasse, ma le strade son piene di buche, la sanità e l’istruzione sono gratuite ma i malati muoiono in corsia, mentre vi è il più alto tasso di analfabetismo funzionale dell’Occidente (47%). Perché è importante mandare oggi questo messaggio forte e chiaro agli amici conservatori americani?
Perché l’America sta diventando una grande potenza leader nel campo della sinistra. Alla supremazia americana faceva tipicamente difetto un predominio: quello della sinistra. E questo per un motivo molto semplice: le sinistre del mondo consideravano una qualche forma di superamento del sistema capitalistico lo scopo finale della loro politica pratica. In America, al contrario, la sinistra ridistribuiva quanto poteva, apriva fronti di lotta alla povertà e alla discriminazione (con i soldi degli italia-sprofondaaltri), ma per lo più restava convinta che l’attuale sistema economico non avesse alternative. Obama ha ribaltato questo scenario planetario: è diventato il comandante supremo della sinistra americana e quindi mondiale.
Come è accaduto tutto ciò? La supremazia odierna deriva proprio da ciò che un tempo era ritenuto un vero svantaggio: la sinistra americana è la meno compromessa con il comunismo (di fatto è quella forza che ha abbattuto il comunismo). Da venticinque anni, ossia dal crollo del muro di Berlino in poi, il partito democratico statunitense decide l’agenda politica e la sinistra europea segue a ruota su tutto. Se nel campo del socialismo gli europei rimangono ancora i maestri (ma col tempo la cura Obama potrebbe fornire all’America anche questo primato), è dagli americani che il programma ha mutuato matrimoni e adozioni gay, multiculturalismo (ossia riduzione dell’Occidente a una fra le tante forme culturali del pianeta), femminismo ed ecologismo radicale. Obama è anche un leader che alla sinistra piace istintivamente. Figlio di una madre bianca, che odiava l’Occidente e di un padre africano militante marxista, non ha peccati originali da farsi perdonare, neanche l’anticomunismo.
Il presidente Usa e la sua organizzazione, un’efficacissima e gioiosa macchina da guerra, hanno giocato sulle divisioni, le hanno coltivate, esasperate e su di esse (oltre che sulla crisi economica) hanno capitalizzato per due volte consecutive. È esattamente ciò che la sinistra fa da anni in Europa e anche da noi: fomentare qualunque divisione, ricercare il capro espiatorio, oggi gli evasori, prima gli speculatori, più in generale i ricchi (col non piccolo particolare che da noi è tutto sinistra, da Berlusconi, a Monti, a Tremonti, a Renzi). Il tutto naturalmente in nome di una società inclusiva, aperta ad ogni stile di vita e forma di cultura. Obama non è Bill Clinton: ha vinto non nascondendo, ma palesando il suo essere di sinistra. Su tutti i fronti. È un combattente della guerra per ridurre il peso dei maschi ricchi e bianchi e della loro cultura, ma anche il generale dell’esercito democratico radicale.
Ha promesso tutto ciò che poteva per ottenere voti, ha incitato a votare per vendetta e sui soldi di chi guadagna di più. Vi è qualcosa di nuovo in America e che
italia porcellino garantisce la sintonia con la sinistra mondiale: un potere politico che vuole stabilire il livello di reddito oltre il quale ogni azione di esproprio diventa lecita. Francia e Italia sono finalmente raggiunte, almeno ideologicamente, sul versante dello statalismo (i redditi sono ancora tassati molto meno, ma è solo una questione di tempo).
L’America ha salvato l’Europa dalla crociata contro l’Occidente dei totalitarismi duri del Novecento. Non sembra però poter liberare se stessa dal totalitarismo dolce di questi anni, fatto di richiami all’uguaglianza, alla redistribuzione, al multiculturalismo. E il perché è semplice: quest’ultima forma è, appunto, più dolce, ma soprattutto non è di importazione, è interamente fabbricata in casa.

Matteo Borghi mostra all’America pronta a resistere alle follie democratiche dove queste possono condurre: e l’abisso si chiama Italia.

Sunday, July 27, 2014

AMERICANI SEMPRE PIU’ POVERI, NONOSTANTE I MILIARDI STAMPATI

Fonte:http://www.movimentolibertario.com/2014/07/americani-sempre-piu-poveri-nonostante-i-miliardi-stampati/


felicita_povertadi LUIGI CORTINOVIS
Ma come, non era stampando moneta che si accresceva la ricchezza delle persone? Eh sì che sia con Bernanke fino che con Yellen (ma prima ancora con Greenspan), la FED ha immesso miliardi di dollari di liquidità in America. E con quale risultato?
Questo: americani più poveri, valgono ora un terzo in meno rispetto al 2003.
Lo rileva uno studio finanziato dalla Russell Sage Foundation e riportato dal New York Times. La ricchezza della tipica famiglia americana, aggiustata per l’inflazione, era di 87.992 nel 2003. Dieci anni dopo e’ solo 56.335 dollari, in calo del 36%.
A impoverire gli americani è stata la recessione del 2007: fino ad allora la ricchezza netta era in aumento, anche se a tassi di crescita lenti. Bastava leggere tutti gli articoli pubblicati da Matteo Corsini per sapere come sarebbe andata a finire…

Obama ha tradito il sogno, negli Usa le differenze sociali sono aumentate

Fonte:http://www.miglioverde.eu/stati-uniti-presidenza-obama-differenze-occupazionali-socio-economiche-neri-bianchi/



di LUCA FUSARI

Negli Stati Uniti di Barack Obama i disoccupati tra gli afroamericani sono il doppio di quelli presenti tra la popolazione bianca. Lo riporta una recente analisi realizzata da Pew Research, resa nota pochi giorni prima del 50° anniversario dal discorso ‘I have a dream’ pronunciato il 28 Agosto 1963 da Martin Luther King jr in occasione della Marcia su Washington per il lavoro e la libertà.
In Luglio il tasso di afroamericani disoccupati era al 13,4%, in calo rispetto al 2010 ma nettamente superiore al 6,7% registrato per i bianchiNell’Agosto 2011, il tasso di disoccupati tra gli afroamericani era al 16,7%, nell’Agosto del 2012 era al 14,5%, dunque in circa un anno, è calato solo del -1,1%, diminuendo meno che nello stesso periodo tra il 2011-2012 (quando i senza lavoro calarono del -2,2%), nonostante l’annunciata recente ripresa dell’economia americana.
Come evidenzia il report di Pew Research, dal 1963 ad oggi «molto è cambiato per gli afroamericani, ma una cosa non è cambiata: il tasso di disoccupazione tra i neri è circa il doppio di quello tra i bianchi, come lo è stato per la maggior parte degli ultimi sei decenni». Storicamente già nel 1954, il tasso di disoccupati bianchi era inferiore a quello nero, rispettivamente al 5% e 9,9%. Il Bureau of Labor Statistics ha iniziato a studiare periodicamente i due dati, i quali pur variando al rialzo o al ribasso hanno sempre registrato una maggior disoccupazione tra i neri, la quale è significativamente aumentata progressivamente a partire dalla fine degli anni ’60.
Questo è dovuto paradossalmente al riconoscimento dei diritti civili e all’accesso al mondo del lavoro con minori restrizioni razziali, il quale ha portato a far emergere una disoccupazione latente presente ma in precedenza invisibile a causa della segregazione anche in ambito lavorativo. Oltre a ciò, tale aumento è dovuto anche all’introduzione di privilegi, quote e benefici assistenziali ad opera della ‘Great Society‘ di Lyndon B. Johnson, con un welfare ed un assistenzialismo federale rivolto non più solo ai bianchi ma anche verso i gruppi delle minoranze etniche, il quale ha incentivato e favorito una maggior disoccupazione anche tra i beneficiari di colore.
Rispetto al picco storico raggiunto nel 1983, secondo gli attuali criteri di valutazione (i quali però non sono gli stessi usati nei calcoli degli anni ’80, in quanto il tasso di disoccupazione è derivato dal Current Population Survey e da altri parametri, e proprio per tal motivo tendono a ridimensionare statisticamente, indipendentemente dalla razza, il numero reale di disoccupati) l’attuale cifra percentuale di disoccupati, risulta inferiore, così come risulta in netto calo, sul breve e recente periodo, più tra i neri rispetto ai bianchi.
Tale tendenza recente non deve però ingannare, nel suo complesso è tutt’altro che rosea. Essa è peggiore se confrontata a quella della precedente amministrazione di Bush jr. ed è lungi dall’essere su cifre antecedenti lo scoppio della crisi finanziaria americana. Dal 2003 al 2008, durante le amministrazioni Repubblicane, si era infatti registrato un evidente calo della disoccupazione nera, raggiungendo quota 9% nel Giugno 2007.
Dal 2008 ad oggi, non si sono registrati analoghi dati positivi, in generale durante le amministrazioni Democratiche si è invece registrato un aumento della disoccupazione nera rispetto a quella bianca, con il picco raggiunto nel 2010 di oltre 15 milioni di neri senza lavoro.
La ricchezza media delle famiglie afroamericane si è ridotta drasticamente; se nel 2005 era di 12124 dollari, nel 2009 è precipitata a 5677 dollari, un calo del -53% secondo un rapporto del Luglio 2011 sempre del Pew Research Center. Il patrimonio netto medio delle famiglie bianche è 14 volte quello delle famiglie nere. Nel 2011, la tipica famiglia bianca aveva un patrimonio netto di 91405 dollari rispetto ai 6446 dollari delle famiglie nere.
Il motivo di tale riduzione è direttamente connesso con lo scoppio della bolla immobiliare dei mutui subprime, creata dal governo federale tra gli anni ’90 e 2000 (e sostenuta da Obama quando era senatore tra il 2004-2008) per aumentare il numero delle casa di proprietà anche tra gli afroamericani. Nel 2012, il 73% delle famiglie bianche possedeva le proprie case, la percentuale di afroamericani proprietari di case è scesa da un record del 50% (registrato nel 2006) al 44%. Il tasso di case di proprietà tra i neri nel 2012 non è diverso da quello a loro riferito riscontrato nel 1976.
Anche nel reddito medio familiare si notano ampie differenze, come riportato dal Census Bureau Current Population Survey nel Marzo 2012, se una coppia bianca nel 2011 guadagnava 67175 dollari, una coppia nera ne guadagnava 39760 dollari. Nel 1984 le famiglie nere avevano un patrimonio netto medio pari al 9% di quello delle famiglie bianche, nel 2011 esso era al 7%.
Come ricorda The Daily Caller, la percentuale di adulti afroamericani poveri è aumentata dal 19,8% del 2007 al 23% nel 2010, secondo i dati del Census Bureau. Le famiglie nere nel 2011 avevano il triplo delle probabilità di essere povere rispetto a quelle bianche. Il divario di povertà bianco-nero non è cambiato sensibilmente dal 2007 ad oggi. Nel 2011 i poveri erano il 10% dei bianchi e il 28% dei neri. E’ interessante notare come nel 1974, l’8% dei bianchi erano poveri, mentre tra i neri lo erano il 30%, il che dimostra il fallimento dei programmi federali di aiuto ai poveri in quasi 40 anni di assistenzialismo.
Nel 2010 la percentuale di bambini afroamericani poveri è passata dal 34,5% al 39,1%, e come riporta The Townhall, i tassi di illegittimità sono lievitati a nuovi livelli in generale, soprattutto nei quartieri neri. La quota di nascite da genitori non coniugati è aumentata per tutti i gruppi, e rappresentano il 41% delle nascite nel 2011, secondo il National Center for Health Statistics. Se nel 1970 la quota di madri nere sposate era più di sei volte la quota delle madri bianche coniugate; nel 2011 la quota di madri nere nubili era di circa due volte e mezzo la quota di madri bianche.
L’editorialista conservatore George F. Will è stato recentemente criticato in rete per aver denunciato tale trend, il quale dal 1963 ad oggi è in costante aumento. «Quello a cui si fa riferimento fu prefigurato otto mesi dopo la marcia. (…) Un giovane sociologo di Harvard che lavorava nel Dipartimento del Lavoro pubblicò un rapporto. Il suo nome era Daniel Patrick Moynahan. In esso si diceva che ‘c’è una crisi nella comunità afroamericana, perché il 24% dei bambini sono nati da donne non sposate’. Oggi è triplicato al 72%. Questo, non l’assenza di diritti, è sicuramente il più grande ostacolo».
Il matrimonio è considerato un indicatore di benessere. Secondo il censimento statistico, nel 2011 il 55% dei bianchi adulti maggiorenni si sono sposati, rispetto al 31% degli adulti neri. Il tasso di matrimonio per adulti neri è stato del 56% del tasso bianco; nel 1960 il primo era invece al 61%.
I conservatori statunitensi hanno a lungo evidenziato come la disgregazione della famiglia, dovuta all’assistenzialismo degli aiuti erogati attraverso il welfare statale, rende più difficile per ogni bambino crescere in un ambiente domestico responsabile e avere poi successo nella vita. Questo risulta drammaticamente più evidente tra i neri, come commentatori e studiosi del calibro di Patrick Buchanan, Thomas Sowell e Walter E. Williams hanno scritto in vari loro editoriali.
SDT-racial-relations-08-2013-06Tornando all’indicatore occupazionale, la percentuale di neri nel mondo del lavoro è scesa dal 58,6% del Giugno 2007 fino al 52,8% nel mese di Agosto 2012. Meno della metà dei giovani uomini neri hanno ora un lavoro a tempo pieno. Non stupisce, dunque, che in un altro recente sondaggio realizzato da Pew Research, ad inizio Agosto 2013, poco più di un afroamericano su quattro (26%) risponda che la situazione dei neri sia migliorata durante le presidenze di Obama, il che corrisponde a un -11% rispetto a quanto dichiarato nel 2009.
Un nero su cinque (21%) giudica che la situazione sia peggiorata. Il 51% dei neri intervistati reputa che la situazione sia circa la stessa di cinque anni fa, una visione condivisa anche dai molti bianchi intervistati nel sondaggio. Tra i bianchi, la quota che vede un miglioramento della situazione dei neri è scesa dal 49% al 35%, negli ultimi quattro anni. Il sondaggio mostra per entrambi i gruppi giudizi simili a quelli rilevati alla vigilia della recessione del 2007.
I risultati sottolineano il permanere di disparità socio-economiche che hanno frustrato la comunità afroamericana, la quale su alcuni temi (ad esempio l’apertura ad una più facile regolamentazione dell’immigrazione e sui matrimoni omosessuali) ha contrastato le proposte di Obama.
Dunque per molti, anche tra la popolazione nera, Obama il primo presidente americano di colore, non ha migliorato né operato quel cambiamento da lui tanto promesso nel 2008 e nel 2012. Ovviamente i problemi sociali sono problemi sistemici che l’intervento della politica non può risolvere con un foglio di carta stampato o emendato.
Obama, al pari di tutti i politici e i presidenti (indipendentemente dal loro colore politico o di pelle) non ha la bacchetta magica per risolverli, né lo può fare a livello centrale; ciò nonostante ha la grave responsabilità di aver presupposto (e fatto presupporre a fini elettorali) di poter magicamente migliorare le vite di milioni di americani in ragione del suo mandato ottenuto alle urne.
Se nel 2008 il 65% degli elettori neri e il 66% di quelli bianchi hanno votato per Obama, nel 2012 il carico d’aspettative tra le persone di colore ha superato percentualmente quello bianco, col 67% di voti raccolti tra i neri e il 64% tra i bianchi. Grazie anche alla propaganda dei media, Obama solo per il suo essere nero, è stato descritto come il politico giusto da votare, un fattore in grado di costituire una certezza ed una fiducia sul suo operato in favore delle minoranze. Ma tale psicologia inversa “politically correct” progressista (non immune da un celato utilitarismo razziale di fondo) finita la campagna elettorale ha rivelato il suo inevitabile bluff.
La recessione post-2008 non ha colpito solo i neri ma anche i bianchi aumentandone temporaneamente il loro tasso di disoccupazione, ma non appena la crisi si è attenuata, dalla metà 2011, i secondi hanno trovato più facilmente posti di lavoro calando seppur in un arco di tempo maggiore rispetto ai primi. I neri dopo una breve riduzione dei disoccupati nei primi mesi del 2011, hanno dovuto attendere più a lungo, in particolare la seconda metà del 2012, per un significativo calo sotto quota 14 milioni, ma il livello di disoccupati è poi sceso in un arco di tempo minore rispetto a quello dei bianchi (da qui un miglior differenziale nel breve periodo).
L’anno scorso, PolitiFact.com e il Tampa Bay Times, hanno prodotto una tabella per valutare l’andamento dell’occupazione dall’insediamento di Obama nel 2008 al Maggio 2012. I dati dal 2008 fino al 2010 mostravano una crescita costante dei disoccupati bianchi e neri. Bisogna però notare che se tra il 2008-2009 le due crescite erano abbastanza omogenee (+3,6% per i neri rispetto al +2,7% dei bianchi), a partire dal 2009-2010 i neri disoccupati sono cresciuti più velocemente in termini percentuali rispetto ai bianchi (del +3,8% rispetto al +1,6%).
Come si può anche notare nel recente grafico del Bureau of Labor Statistics citato dal rapporto Pew Research 2013 (si veda sotto), a parità di un successivo calo della disoccupazione (circa 2 milioni di persone in entrambi i gruppi), se si considera temporalmente il breve calo dei disoccupati neri nei primi mesi del 2011 e il biennio 2012-2013, verrebbe confutato lo studio del 2010 attestante che la popolazione nera trova lavoro «solo quando la domanda [da parte dei datori di lavoro, n.d.t.] è particolarmente forte», dunque quando l’economia è già in forte crescita.
Il ridotto calo nel 2011 confuterebbe anche William A. Darity jr della Duke University, che in un’intervista su Salon nel 2011 denunciava proprio tale lenta occupazione nera rispetto ai bianchi. Nel periodo 2010-2011, i senza lavoro neri sono diminuiti del -0,8%, mentre nello stesso periodo i senza lavoro bianchi sono calati del -0,6%. Anche secondo Pew Research, lo studio del 2010 confuterebbe l’asserzione di Darity jr. che i neri sarebbero gli ultimi ad essere assunti in una buona economia, mentre confermerebbe che sarebbero i primi ad essere smobilitati quando l’economia va male.
Darity jr denuncia la crescita degli occupati prima tra i bianchi rispetto ai neri alludendo a un qualche fattore discriminante sul piano razziale, il quale però non esiste nel trend statistico e nei fatti. In genere è vero che un relativo miglioramento della situazione del mercato del lavoro favorisce in primo luogo i bianchi rispetto ai neri, ma questo è dovuto all’incidenza professionale in termini di lavori ricoperti.
I lavori meno qualificati, che solitamente offrono lavoro agli afroamericani, oltre ad essere più in difficoltà in tempi di crisi, a fronte anche di una maggior concorrenza di mercato, sono solitamente i più ricercati da chi ha perso un lavoro (anche più qualificato) concorrendo a mettere in difficoltà chi guarda a tali settori quale unico sbocco lavorativo non potendo mirare ad altri lavori più qualificati. Inoltre va notato che tali lavori meno qualificati, un tempo quasi esclusivamente compiuti dai neri, oggi sono sempre più svolti oltreché da bianchi (più qualificati o meno) anche da ispanici ed asiatici.
Immagine891Se invece fosse vera l’esistenza in America di una questione di discriminazione razziale sul posto di lavoro, per giunta acuitasi con la crisi, come denunciato esplicitamente negli anni scorsi anche da Algernon Austin, direttore del programma Race, Ethnicity, and the Economy presso l’Economic Policy Institute, non si comprende perché vi siano notevoli differenze di prospettive occupazionali tra donne e uomini neri. In generale nel 2011, gli uomini neri senza lavoro erano il 19,1% rispetto alle donne nere al 14,5%.
Dunque i maschi neri sono sfavoriti sia sul piano della qualifica professionale richiesta (che li obbliga a non poter mirare ad altri impieghi), sia dall’alta concorrenza di disoccupati aggregatisi in cerca di lavori anche non qualificati. Entrambi i fattori non sono imputabili a fattori di tipo razziale ma alla congiuntura strutturale del mercato del lavoro. Un fattore discriminante è invece inevitabilmente presente al momento dell’assunzione, quale criterio di valutazione soggettiva nei confronti dei singoli candidati in cerca di un impiego da parte dell’offerente, ma esso non implica necessariamente un giudizio dato o derivante dal colore della pelle.
Se il mercato del lavoro migliora, è evidente aspettarsi che i bianchi (specie se qualificati professionalmente e come know how in ambito di precedenti esperienze lavorative) lascino i loro posti lavorativi meno qualificati e meno retribuiti agli afroamericani e alle altre minoranze. I bianchi possono puntare su settori professionali dove la concorrenza è in sé selettiva e tesa ad escludere i neri non per una forma aprioristica di discriminazione razziale, quanto per una valutazione di merito, in base alla maggior qualifica richiesta (sia essa come istruzione e/o esperienza) nell’ambito lavorativo.
Se interpretato in tal senso lo studio del 2010 resterebbe ancora valido, non a caso i dati statistici della tabella e dell’andamento del grafico del Bureau of Labor Statistics, qua sottostante, mostrano chiaramente come i neri abbiano avuto un calo della disoccupazione più lento e a due fasi, un primo breve calo è avvenuto nel 2011 e uno più evidente dalla seconda metà del 2012.
Il calo della disoccupazione dei neri è determinato da un migliore mercato del lavoro (nel commercio al dettaglio, nella ristorazione, nel settore alberghiero), ma esso resta ancora notevolmente alto rispetto a quello dei bianchi e lontano da quello del 2008 e perfino del 2002. Tutto questo nonostante le promesse elettorali fatte da Obama e dai Democratici, nonostante i trilioni di dollari stampati e spesi in programmi pubblici federali per il lavoro e per ridurre le disparità socio-economiche tra bianchi e neri, e nonostante l’ancor netto consenso ricevuto nel Novembre 2012 dagli afroamericani in occasione della sua rielezione a presidente.
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Bisogna infine notare come i recenti dati del 2013 resi noti dal Bureau of Labor Statistics contrastano con le precedenti previsioni dell’Office of Management and Budget della Casa Bianca rilasciate nel Settembre 2011. Le previsioni dell’OMB, riportate a suo tempo anche dalla Cnn, affermavano che la disoccupazione in America sarebbe restata ancora alta a lungo e che non sarebbe calata sotto la soglia del 6% fino al 2017 (quando Obama avrà già lasciato lo Studio Ovale), due anni più tardi di quanto da loro stessi previsto nel Febbraio di quello stesso anno.
Ma il recente annuncio di una disoccupazione bianca che già oggi sarebbe al 6,7% e in continuo calo (ben 2 anni prima rispetto alla prima previsione, ed addirittura 4 anni prima rispetto alla seconda più prudente stima!), solleva dubbi ed induce ad essere assai scettici sul dato di Luglio registrato dal Bureau of Labor Statistics. A maggior ragione se si considera che il tasso medio dei senza lavoro è in realtà al 7,3 %. E’ vero che esso è al livello più basso dal Dicembre 2008, ma come sottolinea il Washington Post, esso lo è grazie a 6,6 milioni di americani che non sono conteggiati nelle statistiche come disoccupati perché non sono attivamente alla ricerca di un lavoro.
Nel 2010, i picchi dei disoccupati costarono ai Democratici la cocente perdita della maggioranza alla Camera dei Rappresentanti ed una risicata riconferma della maggioranza al Senato. A fronte dei numerosi scandali e delle evidenti difficoltà sia interne che estere dell’attuale amministrazione in termini di consensi, è probabile che tale “ottimistico” dato del 6,7% sia un primo artefatto messaggio di propaganda rivolto all’elettorato bianco, segnante con largo anticipo l’avvio della campagna elettorale in vista delle prossime elezioni statunitensi di metà mandato del 2014.

LE TASSE NON DEVONO SUPERARE IL 20% DEL REDDITO DI UNA PERSONA

Fonte:http://www.miglioverde.eu/le-tasse-non-devono-superare-il-20-del-reddito-di-una-persona/



tasse 5di DON FLORIANO PELLEGRINI

Sembra l’uovo di Colombo, ma non lo è: anche le tasse, come tutte e poi tutte le realtà umane sono sottoposte a valutazione e a giudizio che le distingue in buone o cattive, giuste o ingiuste.
Senza il criterio morale, lo stesso Stato perde il suo fondamento oggettivo, la sua legittimazione, e diventa una struttura arbitraria o, come diceva già 1700 anni or sono (con parole forti ma vere) Sant’Agostino, diventa “una banda di briganti”.
Le tasse non fanno eccezione, come nessun atto fa eccezione al criterio morale. Ebbene, in breve: mi prendo la responsabilità di sostenere, con forza e chiarezza, che una tassazione è morale se, tutto compreso, non supera il 20 % delle entrate d’una persona.
Nella misura in cui supera tale quota, diventa progressivamente ingiusta, e i cittadini, se non vi corrispondono,  saranno pur puniti dallo Stato, magari con il carcere, ma io sacerdote dovrei difenderli e dire che non hanno nulla da rimproverarsi e, davanti a Dio, sono completamente a posto.
Tutti gli altri distinguo, sono inganni e ipocrisie, di laici o ecclesiastici compromessi col potere statale.

ITALIETTA, PAESE SENZA FUTURO. SARA’ TROPPO TARDI QUANDO I PIU’ SE NE ACCORGERANNO

Fonte:http://www.miglioverde.eu/italietta-paese-futuro-troppo-tardi-quando-i-se-ne-accorgeranno/

del DIRETTORE
DITO-MEDIOMa come l’Italia non aveva messo il tigre nel motore grazie agli 80 euro che il “pifferaio florentino” aveva promesso in campagna elettorale e distribuito poi a un po’ di gente? Sembra invece che il tigre remi all’indietro, insomma quel che era il Bel Paese va sempre peggio. Il ministro Padoan ammette che le cose non vanno come si prevedeva, o forse come loro speravano. E Confindustria ci dice che  «L’Italia era in crisi prima della crisi e continua a esserlo». Secondo il Centro studi degli industriali nel 2014 il Pil registrerà una «crescita piatta». Le ultime stime indicavano un +0,2%. Le ultime stime fanno pensare che forse potrebbe essere ancora meno. Doveva essere l’1%, poi è cominciato a scendere e tra poco ci troveremo ancora in terreno negativo. Il Paese è da anni finito nella cacca e continua a restarci, sprofondando sempre più.
Dopo la fiammata filo renziana, col pifferaio che ha incantato serpenti e serpentelli, adesso sta di nuovo calando  anche la fiducia dei consumatori. E anche le esportazioni, che hanno finora tenuto a galla l’Italietta sfasciata, cominciano a mostrare la corda. Sempre secondo il centro studi, l’economia globale sta ritrovando slancio grazie agli Stati Uniti e ad alcuni mercati emergenti, ma le vendite italiane oltre i confini europei sono «in altalena». Le stime preliminari dell’Istat mostrano un calo delle esportazioni extra-Ue a giugno del 4,3% rispetto a maggio, quando erano aumentate del 5,4%.
Insomma, siamo messi da schifo e l’ottimismo diffusosi a piene mani in coincidenza della fase elettorale sta di nuovo sprofondando. Come spesso succede, tanti italiani si sono buttati sull’incantatore di passaggio, complici anche i grandi media, sperando per l’ennesima volta nell’unto del signore capace di tirarli fuori dalle pesti facendo pagare il conto a qualcun altro. E questo è successo anche a molta gente del Nord, che pure dovrebbe essere allenata a sapere di essere la prima a essere tartassata.
La realtà, nuda e cruda, è che questo Paese, così com’è non ha futuro, se non quello di essere una realtà marginale e commissariata da altri. Quando i più si renderanno conto di  ciò e che l’unica soluzione è buttare all’aria il tavolo, forse sarà troppo tardi. Ma a quel punto non dovranno che prendersela con se stessi.

In Austria li prendono a calci, in Francia li vogliono morti, in Germania si grida «viva Hitler». Gli ebrei in Europa «hanno paura» Leggi di Più: Antisemitismo, ebrei di nuovo attaccati in Europa | Tempi.it Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

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Secondo Marek Halter l’antisemitismo di oggi è in tutto uguale a quello di ieri: «Prendersela con gli ebrei, accusarli di ogni male, renderli un capro espiatorio»
israele-palestina-lille-maccabiL’amichevole tra i francesi del Lille e gli israeliani del Maccabi Haifa è finita a calci e pugni. A cinque minuti dalla fine del match che si è tenuto in Austria due giorni fa, alcuni manifestanti di origini turche hanno invaso il campo con le bandiere della Palestina prendendo a calci e pugni i giocatori israeliani come forma di protesta per la guerra a Gaza, che ha già causato la morte di oltre 800 persone.
«VIVA HITLER». A Berlino, attorno a una moschea, è stato gridato «viva Hitler». Una settimana fa un gruppo di manifestanti con bandiere palestinesi ha cominciato a gridare «ebrei, ebrei, porci vigliacchi, uscite fuori e venite a battervi». L’imam Abu Bilal è stato filmato mentre nella moschea Al Nur della capitale invocava Allah affinché uccidesse «tutti gli ebrei sionisti, senza risparmiarne uno».
Francia, i danni delle proteste pro Gaza a Sarcelles«MORTE AGLI EBREI». In Francia a Sarcelles, alla periferia di Parigi, durante una manifestazione pro Palestina è stata assaltata una sinagoga al grido di «morte agli ebrei» e «Allah è grande», mentre venivano incendiate auto e distrutto negozi. Negli scontri con la polizia sono rimaste ferite 60 persone, 70 sono state arrestate.
In Belgio, un bar turco ha affisso in vetrina questo cartello: «I cani sono ammessi in questo locale ma gli ebrei assolutamente no».
MASSACRO DI GAZA. Come scrive oggi Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, «l’Italia non è immune da questo catastrofico degenerare della critica anti israeliana nella resa agli stereotipi antisemiti mascherati da antisionismo. Hanno imbrattato le mura della sinagoga di Vercelli con scritte in cui si accusano tout court “gli ebrei” di essere complici del massacro di Gaza. Ogni critica, anche la più feroce, alla politica dello Stato di Israele è legittima. (…) Invece sembra che si sia sbriciolata la frontiera che divide la critica allo Stato di Israele e l’accusa indiscriminata agli “ebrei” sparsi nel mondo e in Europa in particolare».
Marek_Halter-israele_palestinaMAREK HALTER. Per Battista, «i primi a denunciare questa spaventosa deriva antiebraica e giudeofobica dovrebbero proprio essere i sostenitori della causa palestinese (…). E invece tacciono. Fanno finta di non capire. Accettano commistioni intollerabili, (…) non spendono neanche un parola sui razzi sparati da Hamas per terrorizzare la popolazione civile delle città israeliane».
Anche lo scrittore e filosofo francese Marek Halter (foto a fianco), ebreo sopravvissuto al ghetto di Varsavia sessant’anni fa, nel «nuovo “antisemitismo”» identifica sempre lo stesso processo: «Prendersela con gli ebrei, accusarli di ogni male, renderli un capro espiatorio». Gli ebrei francesi, continua parlando a Repubblica, «hanno paura, io ho paura e come me hanno paura gli ebrei polacchi e gli ebrei ungheresi. Perfino in Germania, paese che dovrebbe essere stato vaccinato per sempre contro l’antisemitismo, gli ebrei hanno paura».
NESSUNO MANIFESTA PER LA PACE. Oggi in Europa, secondo lo scrittore, «c’è una crisi della speranza. Erano ventimila, ieri a Parigi, per manifestare solidarietà ai palestinesi. Altrettanti hanno manifestato per Israele nei giorni scorsi. Ma chi ha manifestato per la pace? Nessuno, ahinoi».

STRAORDINARIO ARTICOLO DI PRITCHARD PER IL TELEGRAPH: ''RENZI HA FALLITO E JUNCKER E' LA CONDANNA A MORTE DELL'ITALIA''



Fonte:http://www.ilnord.it/index.php?id_articolo=3235

STRAORDINARIO ARTICOLO DI PRITCHARD PER IL TELEGRAPH: ''RENZI HA FALLITO E JUNCKER E' LA CONDANNA A MORTE DELL'ITALIA''LONDRA - Il metodo cromwelliano con cui Jean-Claude Juncker è stato imposto agli stati nazionali è una violazione dei trattati ed i Parlamenti sovrani sono ancora una volta le vittime di soprusi costituzionali da parte dell'Ue. Con questa premessa, il columnist del Telegraph Ambrose Evans-Pritchard sottolinea come quest'episodio è l'ultima conferma di come il Regno Unito debba lasciare l'Ue e come debbano iniziare a riflettere la Francia o ogni altro paese che desidera governarsi in modo autonomo nel rispetto della legge e della Costituzione. 
Il Trattato di Lisbona, prosegue Evans-Pritchard, non ha creato uno stato europeo: Francia e Regno Unito hanno combattutto ferocemente contro quest'ipotesi quando il testo gli è stato sottoposto nella sua forma originale come Costituzione europea. I due paesi hanno imposto che l'Ue rimanesse un club intergovernamentale che non annullasse le democrazie nazionali. La spinta della Germania per uno stato federale – idealistico e pericoloso – fu all'epoca sconfitto. Il Trattato che è emerso non ha dato quindi al Parlamento europeo il potere di di scegliere il presidente della Commissione, la prerogativa spetta ai leader eletti responsabili rispetto ai loro elettori, una salvaguardia dell'autorità degli stati sovrani. Gli europarlamentari possono solo sfiduciare in blocco la Commissione, ma non possono nominarla, vale a dire quello che hanno appena fatto con i leader europei che hanno accettato il fatto compiuto, o per concessioni commerciali o per sudditanza a Berlino. 
La spiegazione che viene offerta è che il Ppe ha vinto le elezioni ed ha le autorità per scegliere il suo candidato: ma il terremoto elettorale di marzo andava in tutt'altra direzione ed è stato un urlo primordiale dei popoli contro lo strapotere dell'Unione Europea e la distruzione di posti di lavoro a causa dell'austerità. Il Fronte Nazionale ha vinto in Francia con un programma che chiede l'uscita dall'euro e rigetta il progetto dell'Ue, un evento storico in un paese che rappresenta il cuore dell'Europa. La nomina di Juncker colui che una volta allo Spiegel ha dichiarato: "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno" è un regalo al Movimento cinque stelle di Beppe Grillo che sul suo blog ha scritto: "Juncker, dove passa lui non cresce più l'erba e neppure l'Europa".
Il Ppe, prosegue il Columnist del Telegraph, ha subito una debacle nelle elezioni europee rispetto alle tornate precedenti e nessuno che stava votando Samaras in Grecia sapeva che sarebbe stato un voto a Juncker, lo stesso uomo che ha imposto il dramma nazionale in corso come presidente dell'Eurogruppo. Quanti irlandesi avrebbero poi votato per il Fine Gael se avessero saputo che avrebbe determinato una maggiore integrazione europea?
E' chiaro che questo processo è stato imposto dal blocco del Ppe tedesco, quindi da Angela Merkel, perchè Juncker rappresenta il guardiano più affidabile dello status quo e degli interessi tedeschi. L'ex presidente dell'Eurogruppo è stato appoggiato in modo singolare dai media tedeschi, che hanno definito la sua nomina "un modo per colmare il gap democratico". Lo status quo è una tragedia per Francia e Italia, ma Francois Hollande e Matteo Renzi sono colpevoli di aver lasciato David Cameron da solo contro questa decisione, che è suicida per il futuro del progetto europeo. Sono convinti di aver ottenuto maggior "flessibilità", ma in realtà non cambierà assolutamente nulla nelle regole sul deficit dell'Ue. "La minaccia di maggior flessibilità nelle politiche fiscali europee è stata evitata", ha dichiarato il premier olandese Mark Rutte prima di tornare a casa.
Forze più grandi, prosegue Evans-Pritchard, sono già all'opera ed una stagnazione permanente è sancita per legge dal Fiscal Compact: ogni paese deve, infatti, ridurre meccanicamente i propri debiti per i prossimi venti anni fino ad arrivare al 60% del Pil, non importa quello che accade a livello monetario nel resto del mondo. Questo sta già distruggendo la Francia attraverso una trappola deflazione-debito con crescita zero che sta portando l'andamento della traiettoria debito-Pil fuori controllo. Il debito francese ha raggiunto il 93.6% del Pil nel primo quarto rispetto al 91.8% del quarto precedente e  Gilles Carrez, presidente della Commissione bilancio a Parigi, ha dichiarato come dal prossimo anno si sfonderà la soglia del 100%. Questo significa che il debito dovrà essere tagliato di 40 punti in 20 anni, 2 punti l'anno, il tutto in una crisi occupazionale. 
E' anche peggio per l'Italia con un debito al 133%. Renzi potrà cercare di escludere alcuni investimenti, ma il compito è aldilà di ogni risoluzione politica possibile. La camicia di forza imposta dalla zona euro gli impone un surplus primario del 5% del Pil ogni anno se la Bce dovesse rispettare il suo target del 2%. All'attuale tasso d'inflazione dello 0,5%, l'Italia ha bisogno di un surplus del 7%. Non è né possibile né desiderabile con una forza lavoro che si contrae e una crisi demografica comparabile a quella del Giappone.  Renzi avrebbe dovuto confrontarsi con la Cancelliera Angela Merkel chiedendo un cambiamento completo dello scenario europeo ma ha fallito forse anche perchè non è stato ben supportato da Hollande, una figura tragica che evoca sempre più quella di Pierre Laval responsabile della crisi deflattiva nel 1935. 
Gli orrori della crisi debito-deflazione possono essere evitati solo da un ciclo di liquidità globale positivo, una volta che il ciclo si arena, Renzi e Hollande rimpiangeranno la scelta dell'uomo della Merkel. 

Articolo scritto da Ambrose Avans Pritchard per The Telegraph e tradotto da L'Antidiplomatico - che ringraziamo.

Wednesday, July 23, 2014

RENZIE PORTA L'ITALIA ALLA BANCAROTTA

Fonte: Anonimo

Ebetino ‪#‎Renzie‬ con il sostegno di ‪#‎Berlusconi‬ darà il colpo di Grazia al nostro Paese....
UNA AD UNA, ECCO TUTTE LE TASSE VARATE DA RENZI MENTRE FALLISCONO 1.200 IMPRESE AL MESE E IL DEBITO PUBBLICO FA +78 MLD!
23/06/2014 •
Quanto sta facendo il governo “si racchiude in una parolina magica: bancarotta!
Questi dovevano essere i “salvatori”. Figuriamoci se ci volevano male!”.
E’ quanto si legge in un post (“Il governo del fare”) firmato Napoleone pubblicato dal blog di Beppe Grillo. “La ripresa – afferma il commento – c’e’ ma non si vede… dal vangelo secondo Draghi! Ecco l’elenco delle tasse introdotte e in via di introduzione.

1 – TASI; (fatto dal governo Renzi)
2 – Aumento tassa su rendite finanziarie dal 20>al 26%=risparmi; (fatto)
3 – Proroga rimborsi Irpef in busta paga>4000 euro=mettere in difficolta’ lavoratori e pensionati, per spese sostenute per mutui-ristrutturazioni-assegni ex coniuge,ecc; (fatto)
4 – Revisione degli estimi catastali fino al 100%; (in corso)
5 – Tassa di successione; (in discussione)
6 – Patrimoniale; (in discussione)
7 – Aumento tasse passaporto; (fatto)
8 – Aumento tassa fondi pensione; (fatto)
9 – Facolta’ di aumentare la tassa di possesso autoveicoli fino al 12%; (fatto)

E MENTRE TUTTO QUESTO ACCADE,

1200 – il numero medio dei fallimenti mensili registrato nei primi 5 mesi dell’anno… ole’!
Debito pubblico primi 4 mesi dell’anno: +78 mld
Si avvicina la Catastrofe targata #Renzie ‪#‎Pd‬

CENTRO STUDI ECONOMICI DI LOSANNA: ''NUOVO CROLLO DEI MERCATI E COLLASSO DELL'ECONOMIA OCCIDENTALE NELLA PRIMAVERA 2015

Fonte:http://www.ilnord.it/index.php?id_articolo=3326#.U8_m1B6l43A.facebook

LOSANNA - Le previsioni dell’istituto di ricerca e management International Institute for Management Development di Losanna annunciano il rischio di un nuovo crollo dei mercati e del conseguente collasso dell’economia nella primavera del 2015.
Anche gli americani e gli inglesi che da anni pretendono di avere all’attivo performance notevoli iniziano ad ammettere che la buona salute delle loro economie è molto artificiale. La loro industria finanziaria è devastata da deliranti operazioni monetarie.
Le cifre dell’impiego usate nelle comunicazioni ufficiali sono falsificate per il buon uso della stampa politica. In Gran Bretagna l’ufficio del primo ministro si dice felice di aver riportato il tasso di disoccupazione al 6.6% ma si astiene dal dare lezioni di condotta agli europei, nella misura in cui nel paese vi sono oltre 8 milioni di persone che lavorano meno di 16 ore la settimana. E’ un terzo della popolazione attiva che lavora meno di quanto vorrebbe.
Quando la Casa Bianca si dice felice che in giugno la disoccupazione nel paese è scesa a 6,3%, il US Bureau of Labor Statistiques precisa che il tasso dei disoccupati dell’indicatore U6 (che integra chi lavora meno di 6 la settimana) è del 12.4%. I democratici e i repubblicani sanno quali sono le cifre reali e sanno bene che il movimento del Tea-party recluta fra queste persone.
Una convenzione di banchieri ha convenuto che la politica dei QE, la stampa continua di moneta, condotta dalla Federal Reserve non ha creato ricchezza reale, ha creato un aumento spettacolare dei prezzi delle azioni nei paesi occidentali e dell’immobiliare in paesi come Brasile, Canada e Gran Bretagna.
E’ come se tutti fossero stati drogati per sopportare lo choc dei subprimes nel 2008 e la dipendenza è tale che sei dopo non si possono più interrompere le trasfusioni di morfina. Il rischio di overdose è evidente, per non parlare degli choc politici e sociali negli Stati Uniti all’avvicinarsi delle elezioni presidenziali.
Le crisi legate a un disequilibrio della stampa di moneta rispetto alla creazione di ricchezza hanno cicli di 7 anni. Nel 1994 vi era stata la bolla delle obbligazioni. Nel 2001 la bolla di internet. Nel 2008 la crisi dei subprimes americani. Nel 2015 potremmo assistere allo scoppio di una nuova bolla finanziaria, le cui ripercussioni economiche sarebbero ben più gravi, dato che la struttura è già seriamente traballante.

Fonte notizia: Atlantico.fr e ticinolive.ch - che ringraziamo.

ARGENTINA ANNUNCIA CHE ''UNA TRANSAZIONE CON I FONDI AVVOLTOIO E' IMPOSSIBILE'' (E QUINDI IL 30 LUGLIO SARA' DEFAULT)

Fonte:http://www.ilnord.it/c-3321_ARGENTINA_ANNUNCIA_CHE_UNA_TRANSAZIONE_CON_I_FONDI_AVVOLTOIO_E_IMPOSSIBILE_E_QUINDI_IL_30_LUGLIO_SARA_DEFAULT

BUENOS AIRES - Il governo argentino e' tornato oggi a criticare al giudice Thomas Griesa - il magistrato statunitense che si occupa del suo scontro giudiziario con gli "hedge fund" che non hanno accettato il concambio sui cosiddetti "tango bond" - per le decisioni che ha annunciato oggi a New York, sostenendo che "non ha risolto nulla" in quanto al problema dei pagamenti ai detentori di titoli che hanno accettato gli swap.
Griesa ha respinto oggi la richiesta di una sospensione della sentenza che obbliga Buenos Aires a pagare agli hold out circa 1,3 miliardi di dollari, indicando che "non e' necessario alle trattative o a un eventuale patteggiamento" fra le parti, che deve essere definito in "negoziazioni continuate" che inizieranno domani presso lo "special master" che ha scelto per il caso, Daniel Pollack, e che si devono concludere entro il 30 luglio, data limite perche' l'Argentina non cada in un nuovo default sul suo debito estero.
Nel comunicato diffuso oggi dal ministero dell'Economia argentino non si fa cenno alla trattativa con gli "hedge fund", nuovamente denunciati come "fondi avvoltoio" e si rifiuta anche la possibilita' di un default perche' "default e' non pagare, e l'Argentina paga", malgrado Griesa usi questo termine "ripetendo testualmente le parole della propaganda e delle minacce degli avvoltoi".
L'agenzia Reuters  ha messo in rete un lancio drammatico, al riguardo: "Una transazione con i detentori di obbligazioni argentine rimasti fuori dal concambio non può essere raggiunto per la fine del mese neanche nel caso venissero condotti colloqui serrati. Lo ha detto l'avvocato difensore dell'Argentina nell'udienza tenuta oggi di fronte al giudice Usa Thomas Griesa, cui Buenos Aires ha chiesto una sospensione dell'ordine di pagamento ai detentori dei propri bond che non hanno aderito alla ristrutturazione del debito pubblico del 2002, in attesa di trovare una "soluzione complessiva". L'Argentina ha tempo fino alla fine di luglio per trovare un'intesa con i cosiddetti 'holdout', guidati da un gruppo di hedge fund Usa, ed evitare un nuovo default del paese . L'avvocato ha aggiunto che l'Argentina vuole raggiungere una transazione ma che ciò presuppone un "movimento" da parte degli holdout. Il giudice Griesa dal canto suo ha affermato che tutte le questioni sollevate dal difensore dell'Argentina sono tali da poter essere gestite nell'ambito di un accordo e ha ordinato ai legali delle parti di incontrarsi con il mediatore Daniel Pollack "immediatamente e in maniera continuativa finché un accordo non sarà trovato". Senza accordo - ha avvertito - ci sarà un default, che è la cosa peggiore. Il mediatore Pollack ha poi richiesto un nuovo incontro tra le parti per domani, alle ore 10 a New York".

ARGENTINA ANNUNCIA CHE ''UNA TRANSAZIONE CON I FONDI AVVOLTOIO E' IMPOSSIBILE'' (E QUINDI IL 30 LUGLIO SARA' DEFAULT)

La Germania ne pensa un’altra per continuare a schiacciare l’Italia

Fonte:http://www.euroscettico.com/germania-ne-pensa-unaltra-per-continuare-schiacciare-litalia/


La Germania ne pensa un’altra per continuare a schiacciare l’Italia


la_germania_ne_pensa_un_altra_x_schiacciare_litaliaLa Germania preme per l’approvazione di un meccanismo che consenta a Bruxelles di decidere sulle nostre riforme.




Chi è abituato a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, giudica lo strumento come un ulteriore passo verso una maggiore integrazione europea.

Chi vede lo stesso bicchiere mezzo vuoto, al contrario, lo valuta come un’ulteriore cessione di sovranità nazionale; magari a vantaggio proprio della Germania che lo sponsorizza.

Lo strumento in questione si chiama «contractual arrangement». Si tratta di un meccanismo che introduce vincoli stringenti per un Paese (come fossero contratti veri e propri) in ambito di riforme strutturali. E l’elenco delle riforme strutturali da introdurre verrebbe deciso a Bruxelles. Il Paese che se le sente chiedere avrebbe pochi margini di manovra. Ma riceverebbe qualche forma di sostegno economico per ammorbidire l’impatto delle riforme richieste sul fronte sociale.
Questi «contractual arrangement» saranno il piatto forte del prossimo Consiglio europeo, in programma tra due settimane. E l’argomento è stato soltanto sfiorato durante l’incontro fra Enrico Letta ed Hernan van Rompuy. Per l’Italia, l’intero dossier è stato negoziato da Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari europei. L’obbiettivo italiano è quello di fare «catenaccio»: accogliere il principio, ma rallentare la sua applicazione.
Angela Merkel, al contrario, spinge per introdurlo. In tal modo, Bruxelles non solo avrebbe la possibilità di controllare (ex post) l’efficacia di una legge di Stabilità. Ma potrebbe (ex ante) dire agli Stati membri anche come questa legge di Stabilità dev’essere scritta. Al momento, si sta negoziando se l’adesione al «contractual arrangement» possa essere o meno facoltativa. Per la Germania, però, avere la certezza di un controllo «ex ante» delle manovre economiche, darebbe la garanzia di limitare eventuali (e futuri) salvataggi, modello Grecia.
Quindi, il prossimo Consiglio europeo (che doveva essere concentrato sulla difesa comune europea) si svilupperà su due argomenti: l’unione bancaria, che vede Berlino contraria, e i «contractual arrangement» che, invece, sono sponsorizzati dalla Merkel. Con la possibilità che un compromesso tra i due argomenti (o di uno scambio) venga considerata molto alta.
Per restare in ambito europeo, il ministro dell’Economia esclude che la Commissione abbia chiesto una manovra di 6 miliardi di euro. In realtà, i 6 miliardi in questione sono quelli che il governo ha annunciato come proventi per le privatizzazioni; e che Bruxelles non ha individuato nella legge di Stabilità.
E sulla legge di Stabilità si registra uno «strappo» tra maggioranza e ministero dell’Economia. La commissione Bilancio della Camera ha approvato una risoluzione (che sarà trasformata in un emendamento alla manovra) che impegna il governo a riversare in un fondo destinato al taglio del cuneo fiscale ogni risparmio di spesa atteso dalla spending review. Saccomanni, ancora a New York, spiega che «è presto per dire» se questo «travaso» di risorse potrà essere o meno realizzato. Tenuto conto che nel 2014 le risorse attese dalla spending review non vengono contabilizzate.
L’agenzia parlamentare «Public Policy» intanto scopre che la Gazzetta ufficiale ha dovuto pubblicare una rettifica al decreto legge sull’Imu. Il testo originario era pieno di riferimenti legislativi sbagliati.

Debito Pubblico: Truffa attuata per fare terrorismo psicologico sulla popolazione inerte

Fonte:http://www.imolaoggi.it/2014/07/22/debito-pubblico-truffa-attuata-per-fare-terrorismo-psicologico-sulla-popolazione-inerte/

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Debito Pubblico. Una grande truffa attuata con una credenza ideologica per fare terrorismo psicologico su una popolazione inerte

22 luglio – Una truffa economica di proporzioni storiche dove un fantomatico debito pubblico sovrano è stato mutato in un debito pubblico vero e proprio con banche private per imporre i cittadini ad accettare i loro diktat economici e politici, irregimentando tutti dietro un unico modello assoluto: l’espressione suprema di un capitalismo sadico e totalitario che mira ad espandere il proprio dominio su tutto ciò che terrenamente vuol presentarsi come autonomo e sovrano.
Nella nuova dottrina economica universale, il taglio della spesa pubblica e l’aumento della tassazione, è la ricetta necessaria per esorcizzare i problemi deflazionistici di una nazione affossata da un fantomatico debito pubblico, con il fine di riequilibrare il commercio a lungo termine ridando speranze a cittadini e aziende.
Dinanzi a tali eresie è davvero molto semplice comprendere la falsità e l’ignoranza di coloro che sostengono tali teorie. Non sono le opinioni a smentire il tutto, sono i semplici fatti a farlo.
Come diceva l’economista Paul Samuelson, il fantasma del debito pubblico è “una falsa e irrazionale credenza ideologica affine a una religione superstiziosa che vede nel debito pubblico un nemico, senza, peraltro, portare a prova di ciò alcuna realtà di scienza contabile”. In primo luogo, quindi, bisogna sfatare il mito che vede il debito pubblico come il male assoluto da combattere. Un mito che i vari sostenitori del neoliberismo odierno sbandierano a gran voce, documentando di non conoscere (o di fingere di non conoscere) la differenza tra debito pubblico sovrano e debito pubblico all’interno dell’eurozona con banche private.
Partiamo dall’idea che una nazione realmente sovrana non deve mai ripagare alcun debito, visto che il cosiddetto “debito” non è nient’altro che un credito che lo Stato emette dal nulla nei confronti di cittadini-aziende. Ciò che con la lira chiamavamo “debito pubblico” non era nient’altro che numeri aggiunti all’interno di un computer. Numeri, non soldi veri.
Dinanzi a ciò, molti potrebbero giustamente domandarsi “allora quando avevamo la lira, la tassazione a cosa serviva?” La risposta si riduce al fatto che la tassazione in un’economia sovrana non è mai servita a ripagare alcun debito né a finanziare alcuna spesa pubblica; ma serviva semplicemente a controllare il pericolo inflattivo, imporre l’utilizzo di quella valuta e controllare i grandi capitali.
Il Giappone è un esempio di come un debito pubblico sovrano non sia mai stato un problema né un debito vero e proprio che i cittadini dovranno ripagare. Infatti il Giappone nonostante abbia un debito pubblico del 236% sul PIL (il doppio del nostro) e un deficit/PIL al 10%, si ritrova con un tasso inflattivo pari a zero e un tasso di disoccupazione al 4,5%. Non sorprende che dinanzi a questi numeri il Governo di Shinzo Abe già nei 2013 abbia dato il via ad un nuovo capitolo di politiche espansive, con interventi di spesa pubblica pari a 85 miliardi di euro. Molti dinanzi a questi numeri potrebbero scandalizzarsi e pensare il peggio a breve termine, ma ciò che i falsi profeti dell’inflazione e del libero mercato ignorano (o fingono di ignorare) è che il mastodontico debito pubblico giapponese è detenuto dai nipponici stessi. Quindi, a differenza del nostro debito pubblico – che i nostri politici hanno ceduto volentieri a stranieri i quali l’hanno spartito tra banche, assicurazioni e fondi comuni – .il loro debito pubblico è un debito pubblico sovrano. Soldi che non devono ridare a nessuno, ma ricchezza prodotta al netto all’interno del circuito di cittadini-aziende. Ecco perché dinanzi a cifre simili possono permettersi addirittura piani di espansione di spesa pubblica senza porsi alcun tipo di problema. Perché sanno che il debito pubblico non è mai un problema, nel momento in cui questo è sovrano e controllato mediante la tassazione.
Curioso anche il fatto che l’unico periodo di crisi che si è verificato recentemente nella storia economica del Giappone, si è verificato quando invece di abbracciare politiche di espansione, ha scelto di abbracciare politiche di restrizione aumentando l’IVA e riducendo della spesa pubblica. Risultato? Uno dei più drammatici cali di vendite nel commercio interno.
Un altro esempio di come il debito pubblico non sia la causa della crisi economica italiana, risiede in paesi come Irlanda e Spagna. Se davvero la causa della crisi economica italiana è dovuta all’aumento del debito pubblico accumulato nel corso degli anni ’80 e ’90 (come i vari filo-europeisti vanno sbandierano nei vari talk show), come mai nazioni come Irlanda e Spagna nonostante siano entrate nell’euro con una percentuale di spesa pubblica tra le più basse in Europa (51% di debito sul PIL. Tradotto: paradiso neoliberale per i filo-europeisti dell’eurozona) si ritrovano anch’esse disastrate dalla crisi economica?
E come mai agenzie di rating come Standard & Poor’s – che oggi nell’eurozona ci bastonano nonostante un “virtuosissimo” 2,2% di tasso inflattivo e una drastica restrizione della spesa pubblica – a metà degli anni ’90, con la Lira, ci considerava una delle economie più sane e prolifere dell’UE nonostante un debito pubblico sul PIL del 124% e una media di tasso inflattivo del 5,8%?
Ciò dimostra, come diceva l’economista Paul Samuelson, che il debito pubblico è semplicemente una credenza ideologica. Una credenza che viene utilizzata per far del terrorismo psicologico su una popolazione inerte, facendogli assorbire l’ idea – falsa – di essere in debito nei confronti di qualcosa o qualcuno. Una truffa economica di proporzioni storiche dove un fantomatico debito pubblico sovrano è stato mutato in un debito pubblico vero e proprio con banche private per imporre i cittadini ad accettare i loro diktat economici e politici, irregimentando tutti dietro un unico modello assoluto: l’espressione suprema di un capitalismo sadico e totalitario che mira ad espandere il proprio dominio su tutto ciò che terrenamente vuol presentarsi come autonomo e sovrano.

Maserati Gabriele

Paul Anthony Samuelson (per gli Stakeholders: ‘Mago Merlino’) nato a Gary, il 15 Maggio 1915 e morto a Belmont, il 13 Dicembre 2009. E’ stato sicuramente il più grande economista del XX° Secolo. Statunitense, vincitore della John Bates Clark Medal nel 1947 e del premio Nobel per l’economia nel 1970, «per l’opera scientifica attraverso la quale ha sviluppato la teoria economica statica e dinamica, e contribuito attivamente ad aumentare il livello dell’analisi nella scienza economica».