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Tuesday, June 3, 2014

"E' la prima volta nella storia dell'umanità che abbiamo un sistema monetario così assurdo"



Fonte:http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=6838

L'intervista ad Alberto Bagnai, autore di "Il tramonto dell'euro"

di Alessandro Bianchi


Alberto Bagnai. Professore di politica economica all'Università Gabriele d'Annunzio di Pescara. Curatore del blog Goofynomics ed autore di "Il tramonto dell'euro"

- Nel Consiglio europeo di giovedì 19 dicembre, Angela Merkel, di fronte all'impossibilità di far accettare ad i suoi “alleati” i cosiddetti contratti di riforma vincolanti, ha sostenuto come “senza la coesione necessaria, l'euro prima o poi esploderà”. Sarà la Germania a staccare la spina? E ci troveremo, quindi, di fronte ad una beffa assoluta per i paesi del sud che hanno deciso la via della povertà, della disoccupazione di massa e della rinegoziazione dei diritti sociali pur di restare nella moneta unica?

Farei una riflessione iniziale di principio. E' assolutamente ovvio come un'unione monetaria tra paesi diversi, creando distorsioni e tensioni derivanti dall’abolizione di quello strumento difensivo che è il cambio flessibile, non possa sopravvivere senza un coordinamento o una cooperazione. Questa esigenza basilare, iscritta in modo molto chiaro nei Trattati europei soprattutto per quel che riguarda le politiche sociali, si può realizzare in tanti modi. Quello che Angela Merkel propone oggi è abbastanza simile ad una resa senza condizioni, come ha commentato in modo molto efficace Jacques Sapir.
L'Unione Europea nasce fra paesi diversi, alcuni dei quali erano in un ritardo quantificabile in termini di Pil pro capite in una ventina di anni rispetto al paese leader, la Germania. In questo contesto, il sogno era quello di creare una comunità di eguali per competere con i big player del mondo, ma per arrivare a questo, i paesi del sud dovevano essere aiutati da quelli del nord ed una cooperazione positiva di questo tipo non si è verificata. Banalmente, se si fosse avuta, non saremo in questa crisi, perché la Germania avrebbe accettato di fare quello che i massimi economisti del mondo, penso ad esempio a Stiglitz, le suggerivano fin dall’inizio: in primis una politica fiscale espansiva e di crescita dei salari. Può anche essere fuori moda parlarne oggi, ma la dinamica Nord-sud di questa crisi può essere compresa solo attraverso un'ottica di classe: una politica espansiva ed una politica dei salari in linea con la produttività in Germania avrebbe infatti significato, per gli imprenditori tedeschi, rinunciare a dei profitti. Ora, gli imprenditori, con il massimo rispetto per il ruolo che svolgono nel sistema capitalistico, sono noti per avere scarsa prospettiva, e cercano di massimizzare i profitti nel breve periodo, creando fatalmente delle crisi. Senza arrivare ad evocare Marx, è un semplice dato di buon senso: una politica di compressione salariale del paese più ricco - che la può fare perché tutto sommato i suoi lavoratori stanno relativamente bene - portata avanti in modo scoordinato dagli altri, costringe quest'ultimi a seguirlo e determina la catastrofe. Il paese ricco, a quel punto, si rende conto di aver distrutto il suo mercato di sbocco principale e, molto probabilmente, ha voglia di tirarsi indietro. Quindi, in estrema sintesi, la risposta alla domanda è sì: il danno e poi la beffa. 
 
- Sempre in quel Consiglio, al primo ministro spagnolo Mariano Rajoy che spiegava come il suo paese non avrebbe accettato i contratti di riforma vincolanti, Mario Draghi sentenziava: “Se non fate le riforme perderete la sovranità nazionale”. Come possono i rappresentanti dei governi continuare ad accettare dichiarazioni di questo tipo da un presidente di un istituto privato? E perché il ristabilimento del principio secondo cui la Banca centrale debba essere uno strumento del potere esecutivo non assume forza nel dibattito politico nonostante il livello della crisi attuale?


Vedo che nei dibattiti su internet si enfatizza molto la natura pubblica piuttosto che privata degli istituti di emissione. Secondo me è una questione controversa ed irrilevante, perché il punto centrale è un altro. La Bce va molto fiera della sua indipendenza, bene. Ma questa è una relazione bilaterale: tu non puoi essere indipendente da me, se io sono dipendente da te. Quando Mario Draghi si esprime in questo modo, oppure nel modo in cui si era espresso prima delle elezioni politiche italiane, quando aveva affermato che “non importa chi vincerà, perché tanto avete il pilota automatico deciso da noi”, dimostra una cosa molto semplice, che Stiglitz ed Axel Leijonhufvud hanno ampiamente messo in luce: l'indipendenza della Bce dal potere politico è una colossale inganno il cui scopo è sottrarre allo scrutinio democratico una serie di decisioni politiche fondamentali che riguardano la redistribuzione del reddito. Come ha ricordato Alberto Montero Soler a Pescara, la Spagna, ad esempio, i compiti a casa li aveva già fatti, perché aveva una situazione dei conti pubblici tra le migliori della zona euro e sicuramente migliore di quelli della Germania, per cui questa enfasi sulla riforma è uno strumento retorico per far sentire in colpa i paesi del sud, per metterli in una posizione di inferiorità morale e farli accettare politiche che sono irrazionali ed immotivate.
Il processo di costruzione della neostoria a cui ci sottopongono i media di regime cerca di far credere che l'inflazione degli anni '70 fosse dovuta alla dipendenza della Banca centrale al Tesoro. Si dimenticano due cose: in primo luogo, le lotte operaie di quegli anni, per riportare i salari in linea con la produttività e, in secondo luogo, uno shock petrolifero che ha fatto quadruplicare il prezzo del petrolio (nel 1973) ed un altro shock petrolifero che lo ha fatto raddoppiare ulteriormente (nel 1979). Ora, che in queste circostanze l'inflazione sia stata solo a due cifre mi sembra abbastanza miracoloso e devo dire che l'autonomia della Banca centrale non avrebbe aggiunto nulla di particolare, anzi, l'aver avuto un istituto di emissione che non faceva lo sgambetto al governo ci ha permesso di attraversare la crisi con danni non particolarmente rilevanti.
Oggi anche gli editorialisti dell'Economist ammettono tranquillamente che l'indipendenza della Banca Centrale ha fallito e che la deflazione negli anni '80 ci sarebbe stata anche senza l'uso della clava della valuta forte. Ci sarebbe stata fondamentalmente perché si erano arrestati quei raddoppi folgoranti dei prezzi delle materie prime – il prezzo del petrolio nel 1986 dimezzò - e si erano create delle condizioni più equilibrate sui mercati.

Lo stessa Alesina notò con grande accortezza nel 1997 che la disinflazione non era stata più rapida nei paesi dello Sme - e quindi con cambio fisso, integrazione monetaria e BC più o meno indipendente - rispetto agli altri paesi Ocse. Era stato un processo che a livello mondiale aveva seguito le stesse logiche. Non ci aveva dato nessun vantaggio in questi termini lo Sme. O meglio: il vantaggio c’era stato per alcuni capitalismi periferici, che con la politica del cambio forte avevano potuto arrestare la crescita dei salari reali. A partire dagli anni '80 si assiste alla stagnazione dei salari reali, in Italia come nel resto del mondo, che è la radice più profonda della crisi debitoria: se un capitalismo molto maturo e molto produttivo decide di ridurre i salari, per permettere agli operai di continuare a comprare i beni, ed evitare la paralisi del sistema, deve riempire questo “cuneo” con debito: pubblico fino agli anni '90 e poi privato. 
 
- La nuova Unione Bancaria, che sarà pienamente operativa solo nel 2025, è stata criticata da diversi esperti per la mancanza di protezione oggettiva rispetto alle perdite reali delle banche, il non chiaro utilizzo del Mes ed il rischio di quello che è stata definita la possibile “germanificazione del capitale”. Qual è il suo giudizio complessivo sull'accordo raggiunto e che impatto potrà avere sulla crisi attuale?


Mi sembra che a grandi linee si stia proseguendo con quello che è un format consolidato del percorso europeo: vengono fatte delle dichiarazioni che inizialmente allarmano gli elettori, si fa passare un po' di tempo, ci si riprova, si fa passare un altro po' di tempo e si mette in pratica quello che si era deciso fin dall'inizio, perché l'attenzione è caduta ed il sistema dei media ha in qualche modo mitridatizzato gli elettori, rendendo politicamente sostenibile quello che inizialmente non lo era. Fu proprio Jean Claude Juncker, l'ex presidente dell'Eurogruppo, a dichiarare esplicitamente che la strategia politica dell'eurozona era questa.

L'episodio di Cipro con il bail-in che ha sorpreso tutti è esemplificativo. Poco dopo, l'attuale presidente dell'EuroGruppo, l'olandese Jeroen Dijsselbloem, dichiarò che quello sarebbe stato il modello che avremo adottato per salvare le banche. Grande levata di scudi dell'opinione pubblica e poco dopo, a marzo, Dijsselbloem smentì sé stesso. Ad aprile il ministro delle finanze tedesco Schauble disse che saremo andati avanti su questa strada. Nessuno ha più detto niente e a fine anno abbiamo un'Unione Bancaria che adotta lo schemino di Cipro, secondo cui le banche devono essere salvate fondamentalmente da chi ci ha messo i propri risparmi. Le critiche che sono state fatte le giudico tutte opportune e valide. Ma il problema di fondo è più generale ed è che siamo inseriti in un processo non completamente trasparente in termini di democrazia, che impedisce agli elettori di cogliere in pieno quello che stia accadendo. La sintesi migliore della riforma bancaria ce l'ha fornita Carlo Alberto Carnevale Maffè della Bocconi, che in un tweet l'ha descritta in questo modo: “Quali banche falliscono lo decidiamo noi e poi i soldi ce li mettete voi”.

- Professore veniamo al dibattito sull'euro. Le tralascio di ripetere tutte le ragioni per cui la moneta unica sia economicamente insostenibile, che illustra ampiamente con la sua opera di divulgazione giornaliera. Mi soffermerei sul fatto che un numero crescente di commentatori, critici dell'attuale architettura istituzionale europea, ha iniziato a chiedere con sempre più insistenza che i paesi dell'Europa meridionale, prima di forzare una dissoluzione della zona euro, formino un cartello e costringano i paesi del Nord ad i cambiamenti necessari. Cosa risponde loro ed è una strategia davvero percorribile oggi?

Con il massimo rispetto o sono incompetenti o sono ipocriti. Insomma: o non conoscono la storia monetaria recente o hanno delle rendite di posizione da difendere. In questo momento dare la colpa di quello che sta succedendo all'austerità e quindi alle regole fiscali, ma non all'euro, significa prendere due piccioni con una fava: perché da un lato assumi una posizione critica, simil-keyenesiana, e quindi fai finta di essere di sinistra, “rivoluzionario”, ma, dall'altro, non tocchi il nocciolo del problema che è la rigidità dell'euro, uno strumento creato per facilitare la libera circolazione del capitale e quindi per dare a quest’ultimo l'ennesimo vantaggio sul lavoro. Ed in questo modo difendi un progetto che è intrinsecamente di destra neoliberale. Quindi, agendo così, personaggi di questo tipo si mettono in salvo in entrambi gli scenari possibili, dove potranno conservare la propria nicchia di potere. Questo è il motivo che li spinge a mentire rispetto ad una serie di evidenze.
In primo luogo, parlare di coercizione politica o di minaccia da parte dei paesi del sud rispetto ai paesi del nord è una cosa totalmente assurda: intanto, anche se uniti, i primi sarebbero sempre in una posizione di estrema debolezza; inoltre, esortare ad un atteggiamento di minaccia, in una fase di tensioni politiche così forti, è una cosa totalmente irrazionale, che rischia di fomentare dei veri e propri conflitti intra-europei che potrebbero non essere solo diplomatici o antidiplomatici, ma qualcosa di peggio. Chi evoca questi scenari è un apprendista stregone, incosciente ed incompetente. Non è con la minaccia che si fa politica, ma con la ricerca di una solidarietà e di un percorso comune.
In secondo luogo, chi evoca questo tipo di scenario fa finta di non capire, o forse non capisce per la mancanza di strumenti intellettuali, che siamo costretti a fare austerità perché c'è l'euro. Basta un qualunque testo di macroeconomia elementare per capirlo. Il perché è molto semplice: gli squilibri che dobbiamo risanare, nonostante l'impostura dei media che ci descrivono la crisi come di finanza pubblica, sono fondamentalmente di finanza privata, determinati dai rapporti di debito e credito estero. Questi squilibri si risolvono rimettendo a posto il saldo delle partite correnti, cioè riducendo il debito estero dei paesi del sud. Ora si dà il caso che in ogni funzione di domanda ci siano due argomenti: il reddito ed i prezzi. Se noi blocchiamo il tasso di cambio, di fatto limitiamo grandemente l'aggiustamento attraverso il meccanismo dei prezzi e quindi per riportare in equilibrio la bilancia dei pagamenti di un paese del sud - per far ridurre rapidamente il suo indebitamento estero, cioè - abbiamo solo l'aggiustamento di reddito. Quindi: o diciamo al resto del mondo di crescere il triplo in modo tale che possiamo esportare di più – il che è palesemente assurdo, perché noi non possiamo né chiedere agli altri di tirarci fuori dai guai, né loro possono farlo – o accettiamo il fatto che col cambio fisso l'unica strada è tagliare i nostri redditi e quindi le nostre importazioni. Ma questo dobbiamo farlo perché ci siamo preclusi il meccanismo di aggiustamento attraverso la variazione del tasso di cambio nominale.
E dove risalta la malafede, l'incoscienza, l'ignoranza di certe persone è quando si fa una riflessione molto semplice: questa è la prima volta nella storia dell'umanità che viene adottato un sistema di tasso di cambio centro-periferia che non preveda alcun tipo di riallineamento nominale, non preveda alcun tipo di rifinanziamento degli squilibri e non preveda alcun tipo di intervento nel caso di squilibri fondamentali.
Cominciamo dal riallineamento del cambio. Le persone che hanno studiato il Gold Standard sulle carte dei Baci Perugina evidentemente non sanno quello che studi del Fondo Monetario Internazionale ampiamente documentano, vale a dire che perfino nel Gold Standard fra il centro – Francia, Germania, Stati Uniti e Regno Unito - e la periferia – costituita da paesi come l'Italia, ma anche Cina e Brasile, che esistevano anche allora, sorpresa esisteva la Cina! – il meccanismo di riallineamento nominale del cambio giocava un ruolo molto importante. E non mi riferisco solo al fatto, ovvio, che comunque il contenuto aureo di una moneta poteva essere cambiato. Non parlo di riallineamenti (svalutazioni) traumatici, ma della fisiologia del sistema. I paesi periferici non adottavano, infatti, il tallone aureo ma avevano o il tallone argenteo, e quindi il cambio fluttuava in relazione alla fluttuazione dei prezzi dei due metalli (oro e argento); oppure, come l'Italia fece per tanto tempo, il corso forzoso, cioè biglietti a corso legale, che oscillavano rispetto all'oro (con buona pace dei dilettanti per i quali il corso forzoso – che loro chiamano “moneta fiat” – esiste solo dalla fine del sistema di Bretton Woods). Il cambio perennemente fisso uno a uno (un'unità di conio della periferia per una unità di conio del centro) non è mai esistito nella storia dell'umanità prima dell'euro. E se qualcuno mi dimostra il contrario gliene sarò grato.
Secondo, nell’Eurozona non è stato previsto alcun meccanismo di finanziamento degli squilibri: nel sistema di Bretton Woods, che era un sistema di cambi fissi, era stato creato il Fondo monetario internazionale appunto per rifinanziare gli squilibri di breve periodo delle bilance dei pagamenti. Nell'euro non è stato previsto nulla di tutto questo: l’euro è un progetto costruito su una fiducia illimitata nel fatto che il mercato privato di capitali avrebbe fatto il suo lavoro ed avrebbe riequilibrato la situazione. Chi difende l’euro, quindi, anche se si presenta in maglietta e non in gessato e cravatta, è sostanzialmente un fondamentalista di mercato, uno scarto della scuola di Chicago, superato a sinistra ormai perfino dal vicegovernatore della Bce, il quale, bontà sua, nel maggio scorso (2013) ha ammesso che “i mercati non hanno funzionato come avrebbero dovuto funzionare in teoria”.
Terzo, gli squilibri fondamentali. Le parità erano riaggiustabili nel sistema di Bretton Woods, ma anche nel Gold Standard, come abbiamo detto, attraverso la riduzione del contenuto aureo dichiarato della moneta. La possibilità di un riaggiustamento, che storicamente è sempre stata presente in tutti i sistemi di cambio fisso, nell’euro viene assurdamente e astoricamente negata: un euro tedesco sarà un euro portoghese per sempre: si tratta di una totale assurdità. Altro aspetto, nel sistema di Bretton Woods era prevista la clausola della valuta scarsa, e quindi era previsto che si adottassero dazi discriminatori verso un paese che teneva politiche mercantiliste di surplus continuo. Questo non è più possibile. E' la prima volta nella storia dell'umanità in cui abbiamo un sistema monetario così assurdo, è la prima volta nella storia dell'umanità in cui abbiamo dei colleghi così poco disposti a venire a patti con la storia e la realtà, e quindi, non a caso, è la prima volta che abbiamo a che fare con una crisi così assurda, inutile e persistente.

- Un sistema monetario assurdo che mette in pericolo il resto del processo di integrazione del continente?

Il sistema creato urta, paradossalmente, contro due esigenze legittime e ovvie, che avrebbe dovuto favorire. La prima esigenza era quella di accelerare il recupero da parte delle economie periferiche. Queste, per crescere di più, avrebbero avuto bisogno di capitali e l'euro ne facilitava certo la circolazione. Al contempo, queste economie, crescendo di più, avrebbero naturalmente sperimentato un tasso d'inflazione maggiore, dato che erano più surriscaldate. Se corri sudi, se un’economia cresce ci si può aspettare che abbia un’inflazione fisiologicamente più alta. Con un sistema monetario così assurdo era prevedibile (e previsto) che fatalmente questo processo naturale si sarebbe trasformato in una disastrosa perdita di competitività da parte delle economie più deboli, che sarebbero andate in crisi proprio a causa del loro tentativo di emanciparsi, ed è quello che è successo.
Il secondo motivo per il quale un sistema così assurdo urta contro la logica di un'unione economica è quello che ho spiegato a dicembre nella mia audizione in commissione finanze, ed ho visto che è stato ripreso da Sapir in un modo molto intelligente. Ed è questo: se tu puoi fare aggiustamenti solo tagliando salari e redditi, di fatto distruggi il Mercato interno, vale a dire il motivo stesso di essere di una unione economica, che non è quello di essere uniti per combattere gli altri, ma è quello di essere uniti per avere un forte mercato interno al quale rivolgersi in caso di shock esterni, un mercato interno che funzioni da “ammortizzatore”. Per competere con gli altri si può essere benissimo piccoli e soli come la Corea del sud che sta tra Giappone e Cina e non ha nessuna intenzione di fare un'unione monetaria né con l'uno né con l'altra perché preferisce mantenere la propria flessibilità. Non è necessario essere un'enorme petroliera per sopravvivere al mare in tempesta ed in qualche caso essere grossi può essere un problema: se la Costa Concordia, banalmente, fosse stata una nave più piccola, avrebbe pescato di meno e non sarebbe successo quello che è successo.

- Di tutto il terrorismo mediatico a cui abbiamo assistito in questi mesi su una possibile uscita dall'euro, dall'inflazione al livello di Weimar all'impossibilità di reggere la concorrenza della Cina, fino alle inevitabili ritorsioni della Germania, quale è stata secondo Lei la distorsione più grande fatta dall'informazione?

Su questo aspetto sto progettando un libro, perché il furto di verità che il sistema dell'informazione, non solo in Italia ma in tutta Europa, ha perpetrato è stato un colossale furto di democrazia. Io mi chiedo se un medico si esprimesse su un giornale in termini così dissonanti rispetto a quello che sta scritto su un manuale di medicina del primo anno, che cosa potrebbe succedere? E invece assistiamo a persone che falsificano la realtà, ricostruendo il passato in modo assolutamente arbitrario, come ho dimostrato più volte nel mio blog. Nessuno di questi argomenti che vengono portati ha senso.
Non ci si mette insieme per fare il tiro alla fune con la Cina, ma ci si mette insieme per godere di un mercato interno, come sosteneva correttamente Alesina fin dagli anni ’90. Ci sono tanti paesi piccoli che competono con successo sfruttando con intelligenza i propri vantaggi comparati. L'inflazione al livello di Weimar mi fa solo sorridere, perché il riallineamento che ci si aspetta (peraltro rispetto alla Germania e non rispetto agli Stati Uniti) è dell'ordine del 20% - rispetto al dollaro probabilmente di meno - e noi abbiamo sperimentato cose di questo tipo - noi e paesi simili a noi - più volte nella nostra storia: intanto nel 1992 e sappiamo come andò, ma anche quando siamo entrati nell'euro, quest'ultimo ha perso il 20% del suo valore rispetto al dollaro e non sono aumentati del 20% i prezzi, eppure il petrolio lo compravamo in euro. Ancora, in seguito allo shock del 2008 abbiamo visto come la Polonia, la Corea del sud, l'Inghilterra e adesso gli Stati Uniti, il Giappone hanno iniziato a svalutare e non si vedono fiammate inflazionistiche. Questa argomentazione non ha alcun senso e la letteratura economica lo ha ampiamente dimostrato.
E quindi siamo alle parole in libertà e messaggi terroristici, ma non è un caso che vengano da giornali che spesso sono espressioni di grossi gruppi finanziari - per i quali indubbiamente il change over sarebbe una seccatura - o di poteri industriali che hanno de-localizzato, soprattutto grazie all'apertura ad est dell'Ue, la propria attività e per i quali quindi il riallineamento al ribasso della valuta italiana sarebbe un problema, perché quando poi reimportano i loro prodotti in Italia per venderli su quello che è ovviamente un mercato più ricco di quello della Romania o della Bulgaria chiaramente risulterebbero svantaggiati. Siamo in mano a persone che preferiscono distruggere 60 milioni di italiani per i loro sporchi interessi e questo alla lunga creerà inevitabilmente delle tensioni sociali.

- Nel Manifesto di solidarietà europea di cui è firmatario e sostenitore, si auspica una dissoluzione controllata dell'eurozona, con l'uscita in primis dei paesi più forti del Nord e con quelli del sud che potrebbero restare temporaneamente nell'euro e poi poter scegliere se mantenerlo, creare altre valute con paesi affini o tornare tutti alle monete nazionali. Qual è secondo Lei la scelta valutaria migliore che l'Italia, in seguito alla dissoluzione controllata, dovrebbe prendere?
 
Va innanzitutto fatta una premessa sul Manifesto di solidarietà europeo, che esprime l'idea secondo la quale ci sarebbe evidentemente molto meno panico in termini generali se ad uscire fosse un paese forte. Il principio è molto semplice: esattamente come l'Italia non si è particolarmente preoccupata di entrare nell'euro perché andava verso una valuta forte, il che per motivi psicologici non suscitava timore nonostante tutti gli economisti di maggior rilievo internazionale dimostrassero razionalmente che era una scelta sbagliata, così adesso, smantellare la zona euro con il ritorno al marco della Germania sarebbe la soluzione più semplice. La proposta, del resto, non è totalmente originale, è stata ripresa da Stefan Kawalec, ma è stata fatta da Stiglitz già nel 2010, quando aveva detto esplicitamente che o la Germania usciva o i paesi del sud sarebbero stati distrutti dall'austerità. Berlino ovviamente non è uscita e quello che è successo al sud è noto. 
All'interno del Manifesto stiamo ora pensando ad una seconda fase, anche in vista delle prossime scadenze, con una riflessione su alcuni scenari concreti possibili da sottoporre alla politica. E la conclusione a cui stiamo arrivando è che questa storia deve finire, in qualsiasi modo finisca è sempre meglio che tenerla in piedi. Per cui, fermo restando il fatto che l'uscita dall'alto creerebbe meno panico, ci stiamo muovendo verso l’orientamento di considerare tutte le possibilità. Data la struttura dell'Italia, dal mio punto di vista, il nostro paese farebbe meglio a tirarsi fuori da questa situazione il prima possibile, al limite anche unilateralmente, perché ha ancora dei margini di recupero ed ha una struttura di vantaggi comparati che le consentirebbero di riprendersi abbastanza rapidamente. Rispetto alle ipotetiche orrende ritorsioni da parte dei partner europei io sarei molto cauto: uno dei campi d'eccellenza dell'Italia è la meccanica di precisione in cui siamo subfornitori di molte aziende del nord. Per questo motivo un dazio della Germania contro di noi avvantaggerebbe forse alcune sue aziende, ma ne danneggerebbe altre che utilizzano le nostre eccellenze per fare le loro macchine. Il mondo è un pochino più complicato di come lo vedono i terroristi dell'informazione e, del resto, non c'è nulla di male a regolare un mercato come quello valutario, mentre c'è molto di male nel voler calmierare un prezzo. Come non funziona per il prezzo del pane, non funziona neanche il voler calmierare il prezzo della moneta. E questo i liberisti devono ancora spiegarmi perché non sono disponibili ad ammetterlo.
 
 
- E' possibile quantificare oggi i benefici che l'Italia avrebbe uscendo dall'euro?
 
Stiamo cercando tutti adesso di smettere di ripetere le stesse cose, perché chi le vuole capire le ha già capite e chi non le vuole capire verrà salvato suo malgrado dal disastro. Dico questo perché l'euro, essendo insostenibile, per sua definizione è destinato a finire. Ci stiamo mettendo a studiare quantitativamente i possibili scenari, ma evidentemente abbiamo una colossale fonte di incertezza: il comportamento dei politici. Gli esiti che si possono presentare sono tanti, a seconda dell'atteggiamento più o meno cooperativo che i partner decideranno di adottare. Se da un lato è chiaro che la guerra di dazi o una guerra economica è totalmente irrazionale e non credo che rientri nelle soluzioni possibili, d'altra parte, è pur vero che ad oggi non si sa esattamente quale sarà lo scenario di uscita. Ed un'ipotesi in cui è la Germania a staccarsi comporta delle conseguenze diverse da una nostra uscita. 
Per l'Italia, per quanto ne sappia, non esistono studi dettagliati che quantifichino tutte le possibili variabili e scenari. Il più accurato credo, in tal senso, resta quello di Roger Bootle che si basa su un'ipotesi di abbandono unilaterale di uno stato e fornisce una serie di grandezze anche per l'Italia; poi c'è quello di Woo e Vamvakidis sempre su un'ipotesi di abbandono unilaterale e nell'ottica della teoria dei giochi; infine, più recentemente anche Granville ha studiato i possibili vantaggi non complessivi ma rispetto ad alcune variabili. Considerando sette dimensioni economiche – tra cui il recupero in termini di crescita, tassi d'interesse, miglioramenti dei conti con l'estero ed altri – nello studio di Woo e Vamvakidis, l'Italia era il paese che aveva il maggiore vantaggio ad uscire. E questo perché, come scrivo anche sul libro ed è nei dati, l'Italia è il paese con i fondamentali tutto sommato migliori, se non fosse per l'ingente peso del debito pubblico, che però trarrebbe giovamento dalla riappropriazione della sovranità monetaria. 
Questo perché la sovranità monetaria, intesa come libertà della Banca centrale di rifinanziare nella valuta del proprio paese (una ipotetica nuova lira) l’economia del proprio paese (secondo i tradizionali canali di creazione della base monetaria, in particolare il finanziamento del Tesoro e del sistema creditizio), risparmierebbe all’Italia la necessità di attirare euro dall’estero, pagando elevati tassi di interesse. Ciò renderebbe il rifinanziamento del debito pubblico molto più agevole. La domanda che spesso viene fatta è chi si comprerebbe a quel punto il debito? E la risposta è che il debito di un paese che mantiene la propria sovranità monetaria, come ad esempio il Regno Unito, se lo comprano tutti perché sanno che quel paese non può fallire; mentre un paese che resta dentro la moneta unica, dove le politiche d'austerità, che sono la logica conseguenza dell'euro, distruggono il reddito imponibile e quindi la raccolta fiscale, è destinato al fallimento. E' molto più rischiosa l'Italia dentro l'euro che l'Italia fuori dall'euro.
 
- Le grandi battaglie per la democrazia hanno visto storicamente i popoli impegnati a combattere l'arbitrarietà del sovrano sul controllo di budget e tasse. L'Ue è riuscita nell'impresa di imporre alle popolazioni continentali esattamente il contrario ed il Mes, Fiscal Compact, Two Packs sono solo alcune delle prove più evidenti. A parte l'euro, non pensa che i governi dovrebbero impegnarsi a riprendersi quote importanti di sovranità delegate all'Unione europea invece di pensare all'allargamento all'Ucraina o alla Turchia?
 
La storia recente dell'integrazione economica europea, come l'ha descritta con una formula molto efficace Alessandro Guerani, è esattamente una controrivoluzione francese. Mentre la rivoluzione francese ha trasportato il principio no taxation without rapresentation anche nell'Europa continentale ed ha favorito la creazione di una classe media, l'euro come strumento criminale della terza globalizzazione mira a sottrarre ai rappresentati il potere di controllare la politica fiscale e mira soprattutto alla distruzione della classe media, della borghesia, che nell'Europa è stato un focolaio di pensiero critico, nonché uno strumento di civiltà e di progresso. E lo fa perché la ritiene economicamente inutile, dato che il grande capitale pensa di poter sopravvivere oggi attraverso la classe media dei paesi emergenti, vendendo a loro beni che noi abbiamo già e quindi non compriamo più. 
Mi spiace, come molti fanno, essere identificato come uno che ha la “fissa” dell'euro, che certo è solo un aspetto del problema. Ma è un aspetto molto importante perché è il simbolo più significativo di questa politica suicida e dei suoi fallimenti. Una volta caduto il suo simbolo, verrebbero fatalmente meno a cadere tutti gli altri: è chiaro che il Mes a noi non ha portato alcun beneficio ma è servito solo alla Germania a farsi dare da noi i soldi che aveva prestato alle banche spagnole. Il giorno dopo l'uscita dall'euro potremo fare l'operazione che io scherzamene definisco stampare sulla stampante di Angela Merkel”, quella stampante sulla quale i tedeschi hanno stampato tutti i trattati europei, alimentata a rotoloni Regina. Non dimentichiamoci mai che la Germania ha sempre violato i trattati in tutti i modi possibili, a partire dal Patto di Stabilità e di crescita, violato per finanziare con spesa pubblica i costi sociali delle riforme Hartz di precarizzazione del mercato del lavoro. 
E' chiaro che tutto l'apparato creato a valle per la difesa dell'euro, una volta dissolto l'euro, naturaliter non dovrebbe essere più preso in considerazione. Soffermiamoci su questo punto: l'apparato che è stato costruito a valle a difesa dell'euro. Perché negli altri accordi monetari, ad esempio Bretton Woods, a monte si erano previsti strumenti di rifinanziamento, come il Fmi, o meccanismi di aggiustamento degli squilibri. Con l'euro invece stiamo intervenendo a valle, stiamo chiudendo la stalla a buoi scappati, dopo aver umiliato e distrutto interi paesi come la Grecia, anche se molti economisti avevano avvisato di intervenire a monte. Ed è per questo che Luigi Zingales molto opportunamente ha definito l'euro “un progetto criminale”, perché un'intenzionalità c'era. E non  l'ha detto certo qualche brigatista rosso, ma un economista ultraliberista che insegna a Chicago.

- Professore nel suo libro conclude come l'euro, oltre ad essere economicamente insostenibile, è anche anti-democratico e nel dimostrarlo ricalca tutte le crisi di finanza privata intercorse da Messico 1982 a Argentina 2001 all'interno di quello che definisce “romanzo centro-periferia” dal noto ciclo di Frenkel. Da un'impostazione diversa, alle stesse conclusioni e attraverso il medesimo parallelo arriva anche Naomi Klein nel suo "Shock economy". E' possibile allargare la teoria del capitalismo dei disastri all'attuale crisi della zona euro e, più nello specifico, è lo strumento migliore per comprendere il comportamento della troika nei paesi sotto “salvataggio”?
 
Per chi è interessato a questo aspetto sarebbe molto utile leggersi il libro di Pangiotis Grigoriou sulla crisi greca, andarsi a vedere il suo blog Greek crisis, oppure, il suo intervento a Pescara del 26 ottobre scorso, nel sito di a/simmetrie. Innanzitutto ci sono poche congetture da fare: che lo scopo di questa costruzione fosse quella di costringere i popoli europei a procedere su un percorso politico voluto dalle élite, spingendocelo con l'arma della crisi economica, ce l'hanno detto, come ricordo nel libro, gli stessi artefici del progetto: lo ha dichiarato esplicitamente Prodi in un'intervista notissima al Financial Times, Jacques Attali, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Monti, secondo cui addirittura era necessario togliere una serie di decisioni al processo elettorale. Quindi, ci hanno tranquillamente detto in faccia che stavano prendendo una decisione irrazionale che avrebbe prodotto una crisi, perché col pungolo della crisi noi avremo fatto la cosa giusta. Piccolo problema, quale fosse la cosa giusta l'avevano deciso loro ed era un ipotetico più Europa, che è a-storico, a-economico, a-politico ed in ultima analisi è un processo di sottomissione di un intero continente ad un'oligarchia tecnocratica priva di qualsiasi legittimità. Non c'è da far congetture, c'è la confessione degli autori: confessio regina probationum. Anche per questo Zingales parla di un progetto criminale. Criminale, come un criminale reo confesso.
La gestione della crisi, e questo ce l'ha spiegato molto bene Panagiotis a Pescara, è assolutamente in linea con i dettami della shock economy. Veniamo tutti i giorni frastornati dalle decisioni prese in una logica emergenziale totalmente fasulla: qui in Italia le discussioni sono sullo 0,1% del rapporto deficit/Pil “perché altrimenti perdiamo il bonus”! Ma siamo pazzi? Vi ricordate il “Fate presto” o “Basta giochi” del Sole 24 ore, o di giornali consimili, asserviti alle logiche di potere (e per questo, peraltro, regolarmente flagellati dai mercati, che alla fine puniscono chi caccia enormi balle)? Dimenticando poi sempre il quadro complessivo della situazione: perché noi dobbiamo stare attenti allo 0,1% quando la Spagna viaggia al 7% di deficit? Sono strategie di comunicazione, secondo me, deliberate, per togliere ai cittadini il tempo necessario, la possibilità di una riflessione, di comprendere quello che sta accadendo. 
E questo molti lettori del mio blog lo hanno detto con confessioni veramente molto belle, di grande qualità umana e letteraria. Il modo migliore per capire che l'euro non funziona è vedere la pochezza umana, antropologica e culturale di chi lo difende. Purtroppo è un dato che si impone con sempre maggiore evidenza: dai giornalisti che non sanno cosa sia l'inflazione, ai personaggi meschini il cui unico orizzonte culturale è quello di scagliarsi contro uno stato che magari gli paga lo stipendio. Abbiamo di fronte una corte dei miracoli eurista, che è la prova migliore del fatto che nell'euro c'è qualcosa che non funziona. Sono persone che anche se riflettessero non ci riuscirebbero, i poveri euristi. Dall'altra parte, abbiamo persone che avrebbero capacità umane, etiche ed intellettuali per riflettere, ma la gestione della crisi, questa perenne “emergenzialità” fasulla, le priva dell’esercizio di queste facoltà. Ma non a lungo. Ci vuole poco per rimettere le cose in prospettiva. E quando lo si fa, e qui risiede il successo più grande dell'opera di divulgazione che ho fatto, chi è in condizione di farlo, cioè chi non ha degli interessi meschini e parziali da difendere, coglie al volo come stanno le cose.

- Un sistema valutario peggiore del Gold standard, politiche fiscali e monetarie che hanno gettato il continente nella deflazione e nella disoccupazione di massa. Stiamo rivivendo l'esatta ripetizione degli anni '30. Quanto è preoccupato dalla nuova ascesa dei fascismi in Europa?
 
Il discorso è complesso. Allo stato attuale abbiamo già un sistema fascista che è l'euro. L'euro è un regime fascista per i motivi che ho esposto sul Manifesto tre anni fa: è fascista perché è classista, in quanto scarica tutto il peso degli aggiustamenti sulle classi subalterne, quindi non sul capitale. Mi dispiace che il 70% dei compagni di Rifondazione comunista non l'abbiano capito, ma sono contento perché sono, ahimè meritatamente, il 70% di zero, quindi quello che pensano, purtroppo o per fortuna, conta altrettanto.
Ed è fascista poi perché è anche paternalista: chi ha guidato il percorso sapeva esattamente dove andare ed utilizzando la “supercazzola” del sogno europeo, ha imposto l'euro come lo strumento che doveva guidare il continente dove avevano deciso le elite. Questo per me è fascismo.
Con questa premessa necessaria, si può ragionare sull'ascesa dei partiti di destra che si richiamano a quello che è stato il fascismo storico. Certo che è preoccupante, ma io sono l'unico - insieme forse ad altri tre - tra i 60 milioni di italiani che ha la coscienza a posto. Tre anni fa sul Manifesto ho scritto un articolo per dire chiaramente: cari compagni, l'euro non è di sinistra, un sistema monetario così assurdo che scarica sempre e solo sui più deboli il peso dell'aggiustamento non è di sinistra. E quindi cara Rossana Rossanda gli operai non sono scombussolati, stanno semplicemente cominciando a capire che stanno prendendo una fregatura. E se la sinistra non fa autocritica, non si prende le sue responsabilità e non offre un'alternativa si rivolgeranno alla destra. Ed è quello che sta accadendo. Questo non perché ho la sfera di vetro o d'acciaio come Letta: sono normodotato sia in termini di sfere che in termini di lettura dei fatti economici. E' palesemente assurdo che le forze di sinistra, che magari si richiamano alle forze del marxismo o al materialismo storico, non siano più in grado di leggere gli inevitabili sbocchi di simili dinamiche economiche. Finiranno stritolate dalla propria demenza o dal loro coinvolgimento in interessi inconfessabili: poco cambia, a sinistra, cioè dalla parte di chi desidera un mondo dove i lavoratori siano tutelati e la distribuzione del reddito meno sperequata, nessuno li rimpiangerà.
Ed ora che vogliamo fare? Le risposte sono variegate. La sinistra ultraliberista che in Italia (PD), come in Francia (Partito socialista), Spagna o Grecia (Pasok), è molto più a destra e molto più liberista dei partiti di destra “presentabili”, sta continuando sulla strada assurda di identificare l'euro con l'Europa. Ed a breve sarà costretta a buttare il bambino (Europa) con l'acqua sporca (euro), nel quale lei stessa lo sta affogando.
Ci sono poi i partiti della sinistra cosiddetta critica che a me sinceramente fanno un po' pena, perché continuano a brancolare nel buio. E qui possiamo pensare a Syriza in Grecia, che perlomeno è un partito che esiste nei numeri, al contrario di Rifondazione comunista. In un incontro a cui ho partecipato, il suo segretario mi ha spiegato come non si potesse uscire dall'euro perché sarebbe stato contro i trattati, ma che i trattati dovevano essere infranti perché le regole fiscali sono assurde. Se il livello di elaborazione politica è questa, si capisce solo una cosa: esiste una sinistra pseudo-critica che a livello locale ha bisogno di fare patti di desistenza con la sinistra ultra-liberista per spartirsi municipalizzate e altre piccoli posizioni di potere. Di conseguenza questa sinistra e i suoi aedi, gli economisti “critici”, fanno finta di mandare un messaggio rivoluzionario, ma il loro obiettivo è quello di portare alla sinistra fascista, alla sinistra eurista, qualche voto in più. In cambio mantengono un po' di potere, ma intanto la gente muore ed inizia a capire una cosa: oggi la lotta di classe non è più quella dell’operaio contro il padrone, ma quella del piccolo contro il grande. E molti intellettuali di sinistra, a cui cerco di dar voce nel mio blog perché a casa loro non ce l'hanno, cominciano a capire che il piccolo imprenditore, con tutte le colpe ed ipocrisie che può aver avuto in passato, non è necessariamente un tuo nemico, e che se tu sostieni l'euro stai comunque facendo il gioco delle grandi banche internazionali. E tu da comunista da che parte vuoi stare? 
Il presupposto internazionalismo poi è una dimensione totalmente allucinata, un'impostura: il capitale nasce internazionale, mentre nessuno operaio lo morirà mai. Esistono tanti proletariati nazionali, ognuno deve cominciare a combattere a casa sua, difeso dalla sua costituzione, le proprie battaglie. Finché esisterà una contabilità nazionale esisterà un interesse nazionale. Quando ci sarà un'unica bilancia del mondo nei riguardi di Marte, allora forse potremo parlare di un proletariato internazionale. Fino a quando esisterà la contabilità italiana, e in presenza di cambio fisso per rimettere i conti esteri a posto potremo solo tagliare i nostri redditi, questa logica suicida colpirà le fasce più povere della popolazione. Se non lo capisci e non lotti per una vera alternativa sei di destra, anche se ti chiami partito della Tumulazione comunista.

 
- Cosa si aspetta dalle elezioni europee del prossimo maggio?
 
Dalle elezioni europee mi aspetto quello che si aspettano un po' tutti, vale a dire che ci sarà una forte avanzata dei movimenti realmente critici nei riguardi dell'euro, indipendentemente dal proprio colore. Mi spiace che siano spesso le persone sbagliate a dire la cosa giusta. Ripeto: ho fatto il possibile per impedirlo, senza capire che gli interessi che a sinistra erano coalizzati per difendere questo sistema erano troppo forti e troppo saldamente costituiti. In Italia potremo avere delle sorprese e comunque mi aspetto che Grillo receda, perché ha fatto una politica cerchiobottista molto opportunista, come ho più volte scritto, e meritatamente recederà, perché ha perso da tempo l’occasione per dire chiaramente da che parte vuole stare, e il teatrino della “democrazia liquida” ormai inganna solo quella parte del suo elettorato gianniniana, montiana, i piccoli dottor Livore anti-Stato che lo hanno votato fondamentalmente avendo in mente un’agenda ultraliberista, quella stessa agenda che Casaleggio ha più volte esposto (riforme alla tedesca, repressione salariale “perché i consumi inquinano”, ecc.), e alla quale l’euro è perfettamente funzionale. La Lega, i Fratelli d’Italia, e anche altri partiti, come l’Idv, sostanzialmente hanno già deciso da che parte stare, anche se non tutti si sono ancora dichiarati, mentre nel “Movimento” sono ancora immobili, cercando di decidere se l'euro è una buona o cattiva idea.
Il vero problema della politica italiana rimane l’accordo Renzi-Berlusconi: è chiaro che quest’ultimo deve aver barattato una specie di salvacondotto in cambio della rinuncia ad assumere seriamente le posizioni critiche che spesso ha tatticamente mostrato di voler rappresentare. È un problema, ma anche una soluzione, perché alla fine la logica dei mercati ci toglierà di torno in una volta sola due politici che fondamentalmente hanno pensato sempre e solo ai fatti propri, infischiandosene del paese. Meglio che si leghino stretti, il che, fra l’altro, ci permette di prendere amabilmente in giro quegli elettori del PD, che fino a ieri vedevano nel solo Berlusconi la causa di ogni male, e che ora, per disciplina di partito, sono costretti a votare uno che come primo atto politico di un qualche rilievo... ha stretto un accordo col Nemico!
Se non fosse patetico sarebbe molto divertente.
A livello europeo ci sarà una forte avanzata di movimenti critici, e si potrebbero forse cominciare a creare i presupposti per fare quello che ho chiesto in un convegno organizzato a Bruxelles da eurodeputati del gruppo conservatore (perché sono stati loro ad invitarmi, ma lo avrei detto anche alla sinistra se mi avessero invitato!) In questa fase bisogna ragionare in termini trasversali per sostenere una politica di rottura tramite tutte quelle forze politiche che hanno compreso il pericolo rappresentato dall'euro. Per questo occorrerà che il nuovo Parlamento dell'Ue, in presenza di una Commissione che continua a difendere l'euro, che è quella cosa che sta distruggendo l'Europa, promuova una mozione di sfiducia, se la Commissione non si impegna a smantellare in tempi rapidi l'euro con una procedura concordata. Perché se la Commissione europea che verrà nominata non lo farà, vorrà dire che vuole distruggere l'Europa, e questo non è certo quello che è previsto nel suo mandato. Gli eletti, se hanno a cuore il processo di integrazione europea hanno il dovere di presentare questa mozione di sfiducia. Che venga votata o accettata non è importante. Ma devono presentarla, altrimenti pagheranno costi politici rilevanti.

 
- In conclusione, provando già ad immaginare ad un'Italia post-euro, quali sarebbero i primi provvedimenti che prenderebbe da ministro delle Finanze?
 
Molto dipende dalle modalità attraverso cui avverrà la dissoluzione. Alcuni provvedimenti li indico anche nel mio libro. In primis c'è bisogno di un piano dell'impiego che preveda un forte impegno del pubblico per realizzare a livello locale tutta una serie di piccole opere che sono quelle che, siccome non vengono fatte perché ce lo vieta l’Europa, richiedono ogni anno il loro tributo di vite umane. Non abbiamo bisogno di grossi ponti sugli stretti o grossi buchi tra le montagne, dobbiamo mandare qualcuno a pulire i fossi, in una fase storica in cui il modello di sviluppo ed il rapporto fra territorio ed urbanizzazione hanno creato un degrado ambientale diffuso. E sappiamo che l'Italia è un paese a fortissimo rischio idrogeologico. 
Partirei da questo: dare lavoro alle persone attraverso cose utili, pagandole con soldi pubblici, ricordando che quella che gli “spaghetti-liberisti” chiamano spesa pubblica è sempre reddito privato, e ricordando ai Leghisti, che oggi hanno abbracciato la via della critica all'euro, che il simpatico forestale calabrese che loro odiano, con i soldi pubblici improduttivi si comprava la Fiat che a quei tempi veniva fatta a Torino. Cominciamo a pensare all'economia in termini più sistematici e organici: vedremo che le soluzioni non sono solo alla portata di un ipotetico ministro delle finanze che non vuole fare il ministro, cioè me, ma veramente alla portata di tutti. Il problema è che i cittadini devono essere in grado di esprimersi e la classe politica deve cominciare ad ascoltarli.

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