Donna in un Tratto di Penna - di Antonio Attinà

Donna in un Tratto di Penna - di Antonio Attinà

Donna in un tratto di penna

Copyrighted.com Registered & Protected 
F12N-QSI7-RQEN-0UZC

KNIGHTS_ILL

KNIGHTS_ILL

lady

Contante Libero

ContanteLibero.it

Franklin banner

Franklin banner

DONATIONS

DONATE US - TO HELP US TO DEFEND IN THE WORLD HUMAN AND CIVIL RIGHTS...

DONATECI QUALCOSA - PER AIUTARCI A DIFENDERE NEL MONDO I DIRITTI UMANI E CIVILI...


BTC:1Jiq8C1jHdcyCjJiTq1MDwJq8mVG5iBAus


----------------------------------------------------------------

ADVERTISEMENT SPACES

WE REALIZE ON REQUEST PROFESSIONAL BANNERS LIKE THESE ON THIS SITE AND ALSO WEB GRAPHICS WORKS... FOR INFORMATIONS AND PRICES WRITE TO:



IF YOU HAVE A COMMERCIAL OR PROFESSIONAL WORKING ACTIVITY, WE RENT ADVERTISEMENT SPACES ON THIS BLOG... FOR INFORMATIONS AND PRICES WRITE TO:



---------------------------------------------------------------
SEND US YOUR ARTICLES EVEN ANONYMOUSLY, WE WILL PUBLISH THEM ON THIS BLOG

INVIATECI I VOSTRI ARTICOLI ANCHE IN MODO ANONIMO, VE LI PUBBLICHEREMO SU QUESTO BLOG

-----------------------------------------------------------------

Saturday, June 28, 2014

Intercettazione Renzi:”gli italiani sono coglioni,con 80 euro vinciamo le elezioni”

Fonte:http://falceemartello.altervista.org/blog/intercettazione-renzigli-italiani-coglionicon-80-euro-vinciamo-elezioni/



renziSaltano fuori stamattina,le intercettazioni telefoniche di Renzi ,impegnato in una discussione con un non meglio identificato “Mario” ,alcuni giorni prima delle votazioni per il parlamento europeo.
Nella pubblicazione dei fascicoli relativi alla “chiaccherata” informale , ci sono diverse frasi che riconducono alle manovre poste dal governo in questo periodo :” ….tranquillo,tanto gli italiani sono coglioni , con la promessa degli 80 euro abbiamo gia’ la vittoria in tasca…”  e poi rincara : “…lo sai anche tu che qui (riferito al suo partito ndr.) siamo un misto tra DC e vecchi comunistacci , lasciamo ancora per un po’ che questi africani riempiano le isole, facciamo un figurone e abbiamo anche i vaticanisti dalla nostra, arriviamo alle elezioni e poi troveremo una soluzione…

Vertice Ue a Bruxelles: 'Regno Unito vicino all'uscita da Europa'

Fonte:http://www.ansa.it/sito/notizie/speciali/editoriali/2014/06/25/ue-vertice-al-via.-si-cerca-intesa-su-flessibilita_48a1b0b6-2f9f-45ab-94f6-78c8a1fe5d58.html

La stampa inglese è unanime dopo il fallimento del tentativo del premier Cameron di bloccare la nomina di Juncker. Renzi: flessibilità per chi fa le riforme

Il premier britannico David Cameron (foto: EPA)
Il premier britannico David Cameron

All'indomani della nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della commissione Ue, contro il quale il premier britannico David Cameron si è opposto fino all'ultimo, la stampa inglese è unanime: la Gran Bretagna e' più vicina all'uscita dall'Ue ed alcuni quotidiani attaccano il premier per la sua conduzione della trattativa. 'Un passo avanti verso l'uscita dall'Europa', è il titolo dell'euroscettico Daily Mail che poi definisce Cameron 'il Rooney d'Europa' riferendosi all'attaccante della Nazionale (e del Manchester), Wayne Rooney, eliminata al primo turno dei Mondiali di calcio in corso in Brasile. Stessa considerazione da parte del Times: 'La Gran Bretagna vicino all'uscita dalla Ue' titola il giornale di Rupert Murdoch. Il Paese - prosegue - si trova in uno "splendido isolamento". 'Una sconfitta, un disastro' è il titolo dell'Independent, mentre il Guardian pure punta a un "Regno Unito vicino all'uscita da Ue" e il Sun si rivolge a Cameron titolando 'Cam, siamo in guerra con l'Europa'. Infine, il Financial Times, nel suo editoriale, sostiene che si tratta di un "cambiamento storico di potere all'interno della Ue" e di "un momento pericoloso per le relazioni del Regno Unito con l'Europa". 
Cameron battuto ma non demorde, "vi pentirete" - "Persa una battaglia, ma non la guerra". Non si rassegna il premier britannico David Cameron, che ha scelto di andare a sbattere contro il muro dei 28 nella sua lotta contro l'ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione Ue. In sola compagnia del premier più 'reietto' d'Europa, l'ungherese Orban, avverte gli altri leader con toni da Savonarola: "lo rimpiangerete per tutta la vita". Obiettivo - che agli occhi di colleghi e diplomatici sembra piuttosto 'mission impossible' - riconquistare l'opinione pubblica inglese e allo stesso tempo acquisire un maggiore peso negoziale a Bruxelles per rimpatriare poteri dall'Ue. Con una possibile conseguenza all'orizzonte: aprire la strada a un'Ue a due velocità, opzione che negli ultimi anni sembrava abbandonata. "Oggi è una brutta giornata per l'Europa", esordisce Cameron davanti alla stampa dopo l'annunciata ma non meno cocente sconfitta che ha voluto far mettere nero su bianco con una votazione a maggioranza qualificata - una prima assoluta nella storia delle nomine europee - finita per 26 a 2. Tutti lo hanno abbandonato, anche gli alleati di sempre come Olanda e Svezia. E persino la Germania, dove la Cancelliera aveva avvertito: "Votare? Non è un dramma". "E' un grande passo indietro" la modalità degli 'spitzenkandidat' per la nomina del presidente della Commissione Ue, ha avvertito Cameron. "Non sono d'accordo col fatto che sia il Parlamento europeo a scegliere il presidente - ha continuato - Non credo che questa scelta sia nell'interesse britannico". E anche se in patria sono immediatamente fioccate le critiche degli oppositori politici, da Ed Miliband a Nigel Farage, Cameron non fa marcia indietro: "Mi sono battuto. Sono convinto di quello che ho fatto e lo rifarei ancora dall'inizio". E infatti c'è subito un primo effetto concreto dello scontro con i colleghi: "il concetto di una Unione più stretta - si legge nelle conclusioni del vertice Ue - prevede la possibilità di percorsi diversi di integrazione a seconda dei Paesi". Ovvero, il ritorno dell'idea di un'Europa a più velocità. Che ha subito ricevuto l'avallo sia della Merkel che del presidente francese Francois Hollande. "Ci possono essere diverse velocità", ha riconosciuto la prima mentre, ha assicurato il secondo, "che l'Ue possa evolvere a velocità diverse, è sempre stato il mio approccio". Spetterà ora a Juncker, quando siederà al Berlaymont, maneggiare con cura quella che potrebbe essere la svolta per l'Europa o una bomba a orologeria.


Renzi,ottenuta flessibilità per riforme, ora tocca a noi (dell'inviata Marina Perna) Bruxelles - Torna a Roma soddisfatto: la sua linea è passata. Ha ottenuto margini di flessibilità Ue in cambio delle riforme. Ed ora lancia un messaggio chiaro all'Italia e ai partiti, compresa la minoranza del suo Pd: "ora tocca a noi fare le riforme" e trasformare in realtà quei 1.000 giorni per "cambiare il paese", proposti al Parlamento prima di partire per Bruxelles. Perchè se tra ieri e oggi al vertice Ue Renzi l'ha spuntata - riuscendo a convincere con il suo 'piano' anche Angela Merkel - ora è "l'Italia che deve cambiare faccia e dimostrare che facciamo sul serio". Le riforme non sono un "optional e sono sicuro che l'accordo terrà: ora dobbiamo inserire la marcia rapida e correre". Il premier e' un fiume in piena. In conferenza stampa alla fine del Vertice Ue - oltre un'ora di botta e risposta con i cronisti - non sfugge le domande spinose. Come quando dalla sala rimbalza quella sui rumors di una richiesta straniera di Enrico Letta al Consiglio Ue: "un nome che non è mai stato fatto", dice soppesando le parole e ricordando che l'Italia ha già la guida della Bce e non può avere altre presidenze nei "3 top job" (Commissione, Consiglio e Bce). Ma si batterà, lascia intendere, per posti di peso nei vertici europei. Come quello del 'ministro degli Esteri Ue' o, forse, l'Eurogruppo. Mogherini? viene chiesto. Se il ruolo di Lady Pesc (lui punta alle donne) "toccherà alla casa socialista, e ci chiedessero un nome abbiamo nomi pronti", si limita a rispondere Renzi, rilanciando la palla al prossimo vertice, convocato il 16 luglio, per definire la partita (per il rappresentate in Commissione, invece, si profila una soluzione 'ponte' per la quale si fa il nome dell'ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, da definire al consiglio dei ministri, lunedì prossimo). Senza dimenticare il suo slogan: "non vogliamo un italiano o un'italiana per i nostri interessi ma nell'ottica del futuro dell'Ue" e "posti di responsabilità per suggellare la ritrovata centralità che l'Italia ha avuto e dovrà ancora avere". Quello della strategia per l'Europa prima, i nomi poi - ripete - è anche il leit motive che l'ha condotto a dire il suo 'sì' a Juncker: neanche "lo conosco personalmente. Ho legato il mio via libera a quel documento sul futuro mandato dell'Europa che avevo posto come condizione". A quell'agenda Van Rompuy per il nuovo mandato dell'eurogoverno, cioè, che considera "molto buona dal punto di vista politico" e del "metodo" (prima le cose poi i nomi) su cui "abbiamo vinto la battaglia". Un documento in cui si aprono spazi di flessibilità per chi fa le riforme, ma anche spazi di finanziamento agli investimenti, motore per crescita e lavoro: per la "prima volta si fa un riferimento esplicito al 'best use'" (il miglior uso) della flessibilità, rimarca compiaciuto il premier. Superando le ultime resistenze, è riuscito a convincere, anche l'osso duro, Angela Merkel, che oggi - dopo una nottata di tensioni e "toni accesi" con Renzi - parla di un "premier di successo" dopo che lui gli ha spiegato il suo piano di riforme. Con lei ci "sono discussioni" ma il rapporto "è di stima e grande rispetto", commenta Renzi. Una sintonia che profila un inedito asse nel futuro dell'Europa, alle spese del partner di sempre di Berlino. Il basso profilo di Hollande che tra Ypres e Bruxelles è rimasto nell'angolo, in ombra, offuscato dal giovane Renzi, e' l'immagine più eloquente di un motore franco-tedesco che si sta inceppando. Renzi parla di tutto, a 360 gradi, dall'Ue al nodo interno delle riforme e non dimentica l'immigrazione, altro tema centrale del vertice di oggi. Lui da sempre rivendica un fronte europeo che non lasci l'Italia sola ad affrontare i morti nel Mediterraneo. Oggi dal Vertice Ue ha ottenuto un punto - quello del rafforzamento del Frontex - ma non è riuscito a far passare la reciprocità nel diritto d'asilo. "C'è un passo avanti" per essere "un pò meno soli nel Mediterraneo", spiega. Ma su questo la sua battaglia non si fermerà. E sarà tra i nodi della sua presidenza Ue: dalla mezzanotte del primo luglio sarà lui a guidare l'Europa e spingere perchè quelle conquiste che rimette oggi in valigia sulla flessibilità non restino lettera morta.

Sunday, June 22, 2014

L’Ue è un fallimento economico, l’Italia è ferma da 20 anni

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/06/lue-e-un-fallimento-economico-litalia-e-ferma-da-20-anni/



Dopo mezzo secolo, il bilancio economico dell’Europa unita è fallimentare: solo un incremento del 5% dalla metà degli anni ‘50, secondo i dati raccolti da Andrea Boltho e Barry Eichengreen nel 2008, cioè prima dello scoppio della crisi finanziaria. Da allora al 2013, dopo cinque anni di recessione, il Pil dell’Eurozona non ha ancora recuperato il livello del 2007, segnala Perry Anderson. Quasi un quarto dei giovani europei sono disoccupati, in Spagna e in Grecia i dati sono catastrofici: 57 e 58%. E persino in Germania, il paese che spaccia come un successo l’aver accumulato surplus commerciale grazie al super-export, gli investimenti sono stati tra i più bassi delle economie del G7. Sempre in Germania, la percentuale di lavoratori a basso salario (quelli che guadagno meno di due terzi del reddito medio) è la più alta di ogni altro Stato dell’Europa occidentale. «Queste sono le più recenti letture dell’unione monetaria», sintetizza Anderson: «I medicastri dell’austerità hanno salassato il paziente, non l’hanno riportato alla salute».
In questo scenario, il nostro paese è considerato il malato più grave. «Dall’introduzione della moneta unica – scrive Anderson su “Sinistra in reteBarry Eichengreen l’Italia ha segnato il dato economico peggiore di ogni altro stato dell’Unione: vent’anni di stagnazione virtualmente ininterrotta a un tasso di crescita ben inferiore a quello di Grecia o Spagna». Il debito pubblico italiano è superiore al 130% del Pil. E l’Italia non è certo un paese periferico: è uno dei sei membri fondatori, negli anni ‘80 membro del G7 e quinta potenza industriale del mondo. Tuttora, l’Italia è seconda in Europa – dopo la Germania – per industria manifatturiera ed esportazioni. Le emissioni del Tesoro italiano costituiscono il terzo maggiore mercato di titoli sovrani del mondo. Attenzione: quasi metà del debito pubblico italiano è detenuto all’estero: il dato paragonabile del Giappone è inferiore al 10%. «Nella sua combinazione di peso e di fragilità, l’Italia è il vero anello debole della Ue, dove questa potrebbe teoricamente spezzarsi».
Proprio per evitare il tracollo finale dell’Italia – che metterebbe fine alla stessa Unione Europea – secondo Anderson è possibile che Renzi abbia qualche chance: Bruxelles potrebbe concedere qualche sconto sul rapporto deficit-Pil in cambio delle “riforme” neoliberiste promesse, che – tra flessibilità sul lavoro, nuova legge elettorale e nuova ondata di privatizzazioni – assottigliano ulteriormente il già esile margine di residua sovranità nazionale. «L’Italia non è un membro ordinario dell’Unione – conclude Anderson – ma non è neppure deviante da qualsiasi standard cui potrebbe essere riferito. C’è un’espressione consacrata per descrivere la sua posizione, molto usata dentro e fuori dal paese, ma è sbagliata. L’Italia non è un’anomalia in Europa. E’ molto più prossima a esserne un concentrato».

I ladri spolpano il paese e gli italiani credono a un bugiardo

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/06/i-ladri-spolpano-il-paese-e-gli-italiani-credono-a-un-bugiardo/


Il Mose di Venezia, la ricostruzione dell’Aquila, l’Expo di Milano, il villaggio della Maddalena, il sistema Sesto (San Giovanni), gli scandali della protezione civile, le mangerie sulla sanità e sui rifiuti nel meridione e nel Lazio, le ruberie sulla Tav e le porcate nei consigli regionali di mezza Italia (tutti quelli su cui si indaga), gli sprechi nei palazzi siciliani: «Tutto questo mostra che gli apparati dei partiti politici e della burocrazia sono strutturalmente dediti a queste cose, che la politica e l’amministrazione vivono di questo». Accusa Marco Della Luna: «La partitocrazia equivale alla mafia: controllo del territorio, lavoro, istituzioni, spesa pubblica». Grazie all’apparato dei partiti, è inevitabile che da noi le opere pubbliche costino il doppio o il triplo. Ed è infantile sperare in qualche politico salvatore della patria: «Qualsiasi premier, qualsiasi statista politico poggia per il potere e per la fiducia in Parlamento su quegli apparati di partito e di burocrazia, che non lo appoggerebbero se egli impedisse i loro traffici».
Affarismo generalizzato, sistemico. «Irrazionale è anche pensare che la magistratura di un cosiffatto paese possa risanare il sistema», scrive Della Bersani col sindaco veneziano OrsoniLuna nel suo blog. Il potere giudiziario può colpire singoli imbrogli, non il sistema. Prima di Tangentopoli, la giustizia non interveniva. «Si è mossa solo nel ’92 a seguito del Britannia Party, quando si trattò di arrivare ad altri scopi, soprattutto coprire operazioni di svendita del paese», la super-privatizzazione per la quale fu cooptato Mario Draghi. Dal “sistema”, inoltre, non sono esenti spezzoni della magistratura: dopo lo scandalo Mose, lo stesso Cacciari ha rivelato di aver a suo tempo «presentato un dossier su questo scandalo in una pubblica seduta della Corte dei Conti, senza raccogliere interesse». E un giudice di questa stesa Corte «ha denunciato di aver redatto un rapporto sulle mangerie del Mose già nel 2009, ma di essere stato semi-silenziato da un superiore». Piove sul bagnato: «Gli uomini della casta si riciclano sempre tra di loro, e smettono solo se muoiono». I “Compagni G” sono inarrestabili, «non li fermi con l’interdizione dalle attività pubbliche, ma solo rinchiudendoli a vita», perché «agiscono sott’acqua e non hanno bisogno di assumere cariche pubbliche».
Finché vivranno questi uomini, circa 400.000 secondo il libro “La Casta” di Aldo Rizzo e Gian Antonio Stella e almeno un milione secondo altri, «l’Italia continuerà a declinare e non inizierà alcun risanamento». Mose, in fondo, fa rima con Vajont e con Tav: opere inutili, pericolose, inquinate. Idem per lo stillicidio dell’aumento indiscriminato della cementificazione, motivato con la riduzione delle piogge: le precipitazioni sono sì calate su base annua, ma si sono concentrate in periodi rischiosi, moltiplicando le alluvioni. Ma il cemento, si sa, fa comodo al “sistema”. Per non parlare del problema numero uno, la finanza pubblica “privatizzata” dai signori dell’euro. Perché non indagare penalmente anche lì, continua Della Luna, dal momento che l’Italia continua a non avvalersi dell’articolo 123 del Trattato di Maastricht che consente agli Stati di finanziarsi presso la Bce attraverso una banca pubblica? In quel modo, il nostro paese «pagherebbe interessi dello 0,25 o 0,15 % anziché del 5% sul debito pubblico, risparmiando 80 miliardi l’anno». Meglio invece «prelevare 57 miliardi con le tasse dagli italiani già colpiti dalla recessione solo per darle ai banchieri predoni francesi e tedeschi onde assicurare i loro profitti nei prestiti fraudolentemente da loro concessi a Grecia, Spagna e Portogallo».
E ancora: «Perché non indagare i cancellieri europei che hanno premuto in tal senso, forse ricattando e limitando nella loro libertà le nostre istituzioni, appoggiati dai banchieri e dalle società di rating? Perché non aprire un fascicolo sull’imposizione all’Italia dell’euro, che si sapeva, tecnicamente, che avrebbe causato ciò che ha poi causato? Lo si era già visto con lo Sme, molti economisti di vaglia l’avevano predetto e gli effetti del blocco dei cambi erano descritti nei libri di testo». Già, perché non indagare? Il solo divorzio tra Stato e Banca d’Italia, nel 1981, ha raddoppiato in pochi mesi il rapporto tra debito pubblico e Pil, cessando la funzione di Bankitalia come “bancomat” del governo a costo zero, per favorire l’interesse speculativo della finanza privata. «La politica italiana degli ultimi decenni è piena di simili scelte distruttive per il paese e lucrative per determinati soggetti finanziari, in termini sia di denaro che di potere». Dunque, «perché non indagare se costituiscano crimini contro gli interessi nazionali? Alto tradimento? Attentato alla sovranità e indipendenza nazionali mediante violenza economico-finanziaria sulla popolazione e sull’economia del paese?». E cosa si scoprirebbe, «rovistando nei circuiti di compensazione bancaria semi-segreti» come Clearstream, Euroclear e Swift? Magari che «i nostri politici, ministri, altri statisti, oltre a prendere soldi dalle grandi imprese per i grandi Renziappalti, hanno preso soldi o altre utilità da finanzieri o statisti stranieri per fare quelle operazioni disastrose per l’Italia».
Forse, continua Della Luna, «agli italiani non interessa nulla di ciò che riguarda la sfera della legalità e della moralità, e accettano che i loro governanti siano sleali e traditori». Un nome a caso, Matteo Renzi: «Oggi riscuote successo e consenso un personaggio che ha  pugnalato alle spalle il suo compagno di partito, allora premier, dicendoli di stare tranquillo, che non gli avrebbe tolto Palazzo Chigi. Un personaggio che ha violato la promessa fatta pochi giorni prima alla nazione, dicendo che non avrebbe accettato il premierato se non passando per le urne». Davvero ottime credenziali, per un moralizzatore: in qualsiasi altro paese, la sua carriera politica sarebbe finita. In Italia, invece, quei vizi capitali diventano virtù. Lo sanno bene «i poteri che lo hanno scelto», spianandogli la strada con tutta la potenza dei media mainstream. Sapevano Il giudice Carlo Nordioche gli italiani ci sarebbero cascati, magari con l’aiutino degli 80 euro – carota per gonzi, immediatamente compensata con più tasse e meno servizi.
Chi se ne importa se Renzi «non ha una strategia macroeconomica per rimediare», pazienza se «la disoccupazione, la domanda interna, gli investimenti, il debito pubblico continuano a peggiorare». Tutto ciò che il governo fa è «autofinanziarsi prendendo i soldi del risparmio degli italiani per ridistribuirli senza creare nuove fonti di reddito al paese». L’apparato del partito pigliatutto ha una storia analoga a quella degli altri partiti di potere: il Pd «non ha chiarito come i suoi uomini hanno gestito o lasciato gestire il Monte dei Paschi di Siena, saccheggiandolo di oltre 10 miliardi». Tutto ciò «non impedisce al novello statista di dichiarare, con la massima e più virginale serietà di espressione, che se fosse per lui condannerebbe per alto tradimento tutti i pubblici funzionari e amministratori che si lascino corrompere. Davvero il personaggio giusto, per ridare la moralità alla Repubblica!». In Italia, chi fa davvero sul serio resta isolato. Come il procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio, titolare dell’indagine sul Mose: quando nel 1997 scrisse il saggio “Giustizia” che metteva alla berlina il sistema Tangentopoli, permettendosi anche «alcune benevole e mitigatissime critiche alle lobbies dei suoi colleghi e ai parteggiamenti filocomunisti di certuni», secondo Della Luna l’Anm «attaccò il dottor Nordio con toni e contenuti molto preoccupanti, esagerati e sorprendentemente minacciosi per un paese in cui vige libertà di espressione». Avanti Renzi, dunque. Show must go on.

Macché golpe, da anni i padroni dell’Italia sono stranieri

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/06/macche-golpe-da-anni-i-padroni-dellitalia-sono-stranieri/


Per favore, non chiamatelo golpe: ormai tra le macerie dell’Italia una vera Costituzione non c’è più, e da molti anni. Napolitano? Sta solo cercando di «mettere insieme una Costituzione transitoria per gestire questa fase di declino e disgregazione del paese». Tutto più facile, oggi, con un Renzi finalmente legittimato dalle urne: il fiorentino potrà «formalizzare costituzionalmente l’autocrazia, con la collaborazione di un Berlusconi teleguidato mediante le sue disavventure giudiziarie». Renzi il mandato lo ha avuto «da italiani tipici, senza dignità e senza matematica, a cui non importa della svolta autocratica né del fatto che il governo toglie in maggiori tasse e in minori servizi un multiplo della mancia di 80 euro al mese». Sintetizzando, dice Marco Della Luna, da dieci anni è al potere «l’alleanza tra la casta nazionale e la grande finanza apolide (tedesca, francese, statunitense)». Un sodalizio creato «per spartirsi il risparmio, i redditi, i mercati e le aziende di questo paese, e metterlo sotto il governo del capitale bancario».
In virtù di questa alleanza, la grande finanza, via Bruxelles e Bce, ha dato alla casta «legittimazione politica e morale nonché sostegno economico», in due Napolitanomomenti: prima – nella fase 1 dell’euro – con credito agevolato e bassi tassi d’interesse, «con cui la casta ha ampliato strutturalmente la spesa pubblica clientelare», e poi – fase 2 dell’euro – usando la Bce per fare incetta di bond italiani allo scopo di «tenere artificiosamente bassi i loro rendimenti, a dispetto dei pessimi indicatori economici», sostenendo così le politiche dei governi Monti, Letta e Renzi, perfette per facilitare l’élite a spese di tutti gli altri. Un collasso finanziario dello Stato (spread) o delle banche (sofferenze) era da evitare, perché avrebbe spinto l’Italia fuori dall’Eurozona e quindi «avrebbe arrestato il processo di spartizione delle risorse dello sfortunato paese». Quello attuato a nostro danno è dunque un piano complesso, che richiede «profonde deroghe, violazioni e alterazioni della prassi e della stessa Carta costituzionale, cioè di una serie di colpi di Stato e di rivoluzioni, giustificati dalle emergenze e dal “ce lo chiede l’Europa”».
Le emergenze – fabbricate a tavolino – sono iniziate con la destituzione del governo nel 2011, dopo che Berlusconi (irritando la Germania) aveva chiesto di conteggiare nel rapporto deficit-Pil anche l’economia sommersa e il patrimonio netto dei privati. Come reazione, le grandi banche tedesche – d’intesa con la Bundesbank e col governo – vendettero in massa i bond italiani, facendone esplodere i rendimenti e aprendo la strada, con Napolitano, all’eurocrate Monti, il quale «lanciò un piano di demolizione dell’economia nazionale e di spremitura fiscale degli italiani per assicurare ai banchieri francesi e tedeschi i loro iniqui incassi sui prestiti che in malafede avevano erogato a Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda». Ne seguì un tracollo economico e occupazionale, una costante ascesa del debito pubblico nonché una campagna di svendite al capitale straniero. Tendenze puntualmente continuate con Letta e ora con Renzi, appoggiate dagli acquisti della Bce. Letta e Monti«L’artificiosa calma finanziaria creata da questo sostegno consente al governo Renzi di procedere a riforme in senso autoritario e autocratico».
Oggi, continua Della Luna, abbiamo un Parlamento di nominati (dai segretari dei partiti), retto da una maggioranza artificiosa e incostituzionale (sistema maggioritario bocciato dalla Consulta), non rappresentativa del popolo. Questo Parlamento dapprima ha rieletto lo stesso capo dello Stato, e ora sta riformando la Costituzione. Tutto arbitrario, dato che il Parlamento è “illegittimo” e le sentenze della Corte Costituzionale sono immediatamente efficaci e persino retroattive, ma ormai la manipolazione è in corso. «Dietro una rassicurante facciata di attivismo, giovanilismo e idealismo, Renzi sta procedendo a una radicale riforma costituzionale ed elettorale, per rendere il Parlamento ancora più maggioritario, ancora meno rappresentativo della volontà popolare». Quelle che Renzi demolisce, con l’aiuto di un Berlusconi sotto ricatto, sono «le garanzie fondamentali della Costituzione». Un uomo solo al comando: il premier potrà nominare un nuovo capo dello Stato ma anche 10 giudici costituzionali su 15, nonché i componenti laici del Csm e le autorità di controllo e garanzia, quelle che dovrebbero essere imparziali per poter controllare il governo. Di fatto, «una dittatura con pretese di costituzionalità, di legalità e di democrazia». Ma è anche «una dittatura da quattro soldi», perché è solo «la dittatura di una buro-partitocrazia ladra su un paese la cui sovranità monetaria, legislativa e fiscale è già stata trasferita ad organismi esterni, non italiani, non democraticamente responsabili, e in ampia parte esenti anche dalla sindacabilità dei tribunali». Il vero potere ormai è altrove: l’autocrate Renzi controllerà solo quel che resta del terminale periferico italiano.
Secondo Della Luna, il trasferimento di sovranità è di natura eversiva: l’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro” è stato ampiamente sostituito dal nuovo fondamento, la finanza. I trattati internazionali cui l’Italia ha aderito? Illegali, perché estorti forzando l’interpretazione dell’articolo 11 della Carta, che consente limitazioni (non cessioni) della sovranità, sul piano di parità (non di subordinazione), in quanto necessarie per la pace e la giustizia tra le nazioni (non, quindi, per scopi finanziari). «Usando lo strumento dei trattati, senza consultare il popolo e senza passare per le procedure di revisione della Costituzione (articolo 138)», la Carta «è stata stravolta nella sua stessa prima parte, nei principi fondamentali, iniziando con quello della sovranità popolare e dell’indipendenza». Un percorso avviato ben prima dell’avvento dell’euro, ovvero nel 1981 con la sostanziale privatizzazione della Banca d’Italia, «tra il plauso generale dei giornalisti, degli economisti e dei politici, equamente divisi tra imbecilli e imbonitori». Risultato: «Adesso l’Italia è uno Stato fondato sul mercato». I Ciampi, "privatizzatore" di Bankitalia“padroni” del paese non siamo più noi, ma neppure i “banditi” della casta: la sovranità italiana appartiene a potenti investitori stranieri.
E’ vero, Napolitano ha lanciato Monti e poi Letta prima ancora di far accomodare Renzi, ma perché parlare di golpe? «Sostanzialmente – scrive Della Luna – la Costituzione scritta non era mai stata attuata nelle sue parti determinanti», e inoltre l’Italia «non era mai stata indipendente, bensì occupata militarmente da oltre cento basi militari statunitensi». La nostra repubblica «è nata sottomessa», e ha sempre solo finto di essere indipendente. Inoltre, aggiunge provocatoriamente Della Luna, è sbagliato censurare moralmente la liquidazione dell’Italia e la sua sottomissione a potentati stranieri: «L’Italia era ed è spacciata», vittima di «un processo degenerativo» insanabile, aggravato da partiti «dediti strutturalmente al saccheggio della spesa pubblica». Le inchieste parlano: «Non si tratta di mele marce, ma del sistema, dell’ambiente». Una alternativa non esiste, «perché la maggior parte della popolazione si è adattata e accetta il rapporto clientelare, di complicità, coll’uomo politico. Non è possibile che l’Italia sia amministrata in modo non ladresco: i partiti si reggono sulla spartizione del bottino».
Su questo sistema così fragile, una non-moneta come l’euro ha effetti devastanti: i debiti pubblici dei singoli Stati restano separati e attaccabili, anche perché la Bce, a differenza delle banche centrali di Usa, Giappone e Regno Unito, non li garantisce contro il default, né garantisce le banche nazionali. Per questo, il debito pubblico dei paesi dell’Eurozona «paga mediamente tassi di interesse più elevati», anche se ha un miglior rapporto col Pil. «L’Eurosistema, come ogni sistema di blocco dei cambi, è inevitabilmente dannoso e non può essere corretto». Se un paese importa più di quanto esporti, la sua moneta sarà più offerta (per pagare le importazioni) che domandata (per comperare le sue esportazioni), quindi tenderà a svalutarsi; svalutandosi, renderà più convenienti le esportazioni e meno le importazioni. «Questo è il meccanismo naturale, di mercato, di correzione degli squilibri commerciali internazionali». Se invece si blocca il cambio tra le due monete, «la correzione non avviene», e così «il paese che ha costi di produzione superiori continua a importare e a indebitarsi, la sua industria si atrofizza e in parte emigra, i suoi capitali pure, la disoccupazione si impenna e il reddito cade». Al che, lo sfortunato paese non riesce più a sostenere gli oneri del debito e deve svendersi: «Il paese più efficiente, avendo accumulato crediti, compera i pezzi migliori, banche incluse, e assume il dominio anche politico del paese indebitato, detta le regole». Ecco il disegno europeo: «Lo strumento principale è l’euro: una pompa che trasferisce risorse dai paesi euro-deboli e debitori ai paesi euro-forti».
Esclusi gli Usa, «che scaricano i costi sul resto del mondo attraverso il dollaro», le unioni monetarie tra aree diverse (dove diverso è il costo per unità di prodotto) non ha mai funzionato, aggiunge Della Luna, perché – per tenere insieme le parti tendenzialmente divergenti – il sistema deve trasferire costantemente reddito dalle aree più produttive a quelle meno produttive. Ma se lo Stato super-tassa le aree forti (taglio degli investimenti, fuga di capitali e aziende) le indebolisce, impedendo loro di continuare sussidiare le aree deboli, che nel frattempo dovrebbero essere corrette nelle loro disfunzionalità (sprechi e mafie, corruzione e parassitismo, clientelismo e immobilismo). In Italia, si è rimediato con l’emigrazione interna attraverso il pubblico impiego quando lo Stato disponeva di risorse finanziarie e monetarie proprie. Viceversa, col blocco dei cambi (prima lo Sme, ora l’euro) il disastro è garantito. Dal 1960 ad oggi, scrive Della Luna, l’Italia ha speso l’equivalente di 300 miliardi di euro per portare il Sud ai livelli del Nord, col Marco Della Lunarisultato di peggiorare le condizioni del Sud e di soffocare (o mettere in fuga) le imprese del Nord, stritolate dalle tasse.
«Chi ha voluto l’euro lo ha imposto in perfetta malafede, con dolo». Ci vuole “più Europa”? Magari gli Stati Uniti d’Europa, con un bilancio federale europeo che metta in comune i debiti pubblici, ripiani i deficit e finanzi le aree meno efficienti con investimenti per l’occupazione? Le aree forti questo tipo di soluzione non l’accetteranno mai, conclude Della Luna, né i lombardi per soccorrere i siciliani, né i tedeschi per “salvare” gli italiani. «La soluzione federale tra aree non omogenee produce un livellamento al basso, un degrado civile, un impoverimento globale che porta all’instabilità quando lo Stato centrale non è più in grado di “comprare” il consenso o perlomeno la quiete mediante l’assistenzialismo, e si mette a consumare con le tasse e con le privatizzazioni il risparmio e le risorse». Procede quindi all’esaurimento delle riserve, bruciando con le tasse il risparmio (ricchezza mobiliare e immobiliare), dopo aver prelevato fiscalmente tutto il reddito prelevabile della popolazione governata. «Queste sono le cause strutturali, essenziali, congenite nella sua composizione, che condannano l’Italia alla rovina e che legittimano quindi i suoi commissari liquidatori». La Germania? Si “difende” a modo suo dai paesi del Sud, «li sottomette, li svuota delle loro risorse industriali e finanziarie attraverso i suoi “reichskommissaren”, rinnovando ciò che faceva con i territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale».

Pritchard: Europa alla fame, se l’euro dura ancora 5 anni

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/06/pritchard-europa-alla-fame-se-leuro-dura-ancora-5-anni/

Il problema centrale all’origine di tutta la crisi della zona euro è il conflitto fondamentale d’interesse e di destino tra i paesi del sud e la Germania su come risolvere l’immenso gap di competitività. Questa questione rimane irrisolta e, secondo me, è semplicemente senza soluzione. I paesi del sud sono costretti ad una permanente svalutazione interna ed hanno bisogno di imporre politiche espansionistiche che rilancino la domanda, ma che costringerebbero la Germania ad uscire dall’euro per un tasso d’inflazione che Berlino non potrebbe accettare. E’ un rebus senza soluzione. La situazione non può essere risolta e prima la zona euro finirà, meglio sarà per tutti. L’alternativa? Sono 15-20 anni di depressione per la periferia imposti dall’attuazione delle regole del Fiscal Compact, che, in una fase di calo demografico e diminuzione della forza lavoro, produrranno scenari drammatici al tessuto economico e sociale di queste nazioni.
Questa strategia assurda non aiuterà nessuno. E la domanda che le leadership devono porsi è: quanto può durare questa situazione senza che ci sia una Mario Draghireazione politica? In Francia e in Italia sta prendendo sempre più piede l’idea che, per salvare il resto del progetto europeo, è necessario pensare ad uno smantellamento coordinato dell’euro. E’ su questo punto che la politica deve iniziare a ragionare in modo costruttivo per evitare future reazioni a catena fuori controllo. Al momento non è utile fare previsioni sul futuro della zona euro, e proverei a ribaltare la  questione in questo modo: non bisogna più parlare di rischio di rottura, ma il rischio reale e drammatico è che l’euro possa sopravvivere per altri cinque anni, producendo danni inimmaginabili ai paesi del sud dell’Europa. Il “decennio perso” dell’Europa si concluderebbe poi con uno scenario economico mondiale molto diverso da come era iniziato e l’intero continente vivrebbe totalmente ai margini. Il rischio vero è che l’euro sopravviva ancora. Ed è un rischio terribile per il futuro delle nazioni europee.
In Italia, ad esempio, la disoccupazione giovanile è al 46% e questo in una fase di espansione globale. Riflettete su questo: a 5 anni dall’inizio della ripresa globale dopo la crisi Lehman Brothers, la disoccupazione giovanile in Italia è al 46%! E’ il tragico risultato delle scelte perseguite all’interno dell’Unione Europea e nella zona euro. Detto in altri termini è l’inevitabile suicidio di scegliere contemporaneamente politiche fiscali e monetarie restrittive. Questo, perlopiù, in una fase in cui le banche hanno ristretto l’accesso al credito all’economia reale per rispettare i nuovi regolamenti e la contrazione dei prestiti ha portato al fallimento di un numero incredibile di piccole imprese in Italia e in tutta l’Europa del sud. Anche nel Regno Unito abbiamo utilizzato misure di austerità fiscale, ma accompagnate da una grande spinta monetaria e lo stesso è accaduto negli Usa. In Europa si è scelto il suicidio economico di intere nazioni.
L’economia italiana si è contratta nel primo trimestre dell’anno. E la ripresa, a differenza di quello che avevano annunciato, semplicemente non sta avvenendo. Lo stesso accade in Olanda, in Portogallo e in Spagna. La sola ragione per cui c’è un’apparente crescita in Spagna è il modo in cui viene ora calcolato il Pil. Un’analisi accurata mostra, tuttavia, come anche Madrid non sta crescendo. E tutti i paesi del sud, in ultima analisi, si stanno contraendo, con la Francia che è in stagnazione. Si tratta di una situazione paradossale, se si ragiona in un quadro di ripresa globale ormai consolidata: se a 5 anni dalla crisi Lehman Brothers, e con un contesto internazionale migliorato, l’economia dell’area euro non è ancora al sicuro e ha ancora una situazione di Ambrose Evans-Pritcharddisoccupazione di massa drammatica e duratura, vuol dire che c’è qualcosa di profondo che non funziona.
La contrazione del Pil nominale italiano negli ultimi due anni è un fallimento politico di proporzioni storiche e non sarebbe mai dovuto accadere. La riduzione del debito pubblico e privato per i paesi del sud è praticamente impossibile in una situazione di deflazione. Ho intervistato recentemente l’ufficiale del Fmi nelle operazioni della Troika in Irlanda e lui mi ha detto che Italia e Spagna per avere un debito sostenibile nel medio periodo hanno bisogno di un tasso d’inflazione della zona euro al 2% per oltre cinque anni consecutivi. E questo è confermato in una serie di paper del Fmi che hanno sottolineato come la traiettoria del debito sia fuori controllo in un contesto di bassissima inflazione. Se la periferia della zona euro ha “successo” nell’adempiere a quanto prescritto da Bruxelles-Berlino-Francoforte, crea una situazione di svalutazione interna e per riguadagnare competitività con la Germania si abbatte il Pil nominale, rendendo fuori controllo la traiettoria del debito. Se raggiungi quello che Bruxelles ti sta chiedendo, in poche parole, vai in bancarotta. E’ la conseguenza del “successo”.
Non so se le autorità monetarie europee si siano mai poste questa domanda: perchè hanno imposto queste politiche ai paesi se il loro successo rende la situazione peggiore di quella precedente? Esiste una ragione credibile a livello economico sul perché la Bce non vuole raggiungere gli obiettivi di politica monetaria e per un periodo così lungo? No, non c’è. Un’inflazione prossima allo zero costa all’Italia il 2,6% del Pil per raggiungere lo stesso obiettivo che potrebbe essere raggiunto se solo la Bce rispettasse gli obiettivi imposti dai trattati. Questa situazione di bassissima inflazione è disastrosa per il futuro economico dell’Italia. Quando Mario Draghi ha lanciato il programma Omt – Outgriht Monetary Transactions – nell’agosto del 2012 è cambiato tutto. L’euro stava per fallire a luglio, con Italia e Spagna che erano in una grande crisi di finanziamento del proprio debito e la moneta unica era molto vicina al collasso. Angela Merkel stava pensando di espellere la Grecia dalla zona euro e solo quando ha accertato che ci sarebbero stati troppi pericoli per il contagio di Italia e Spagna, Berlino ha accettato il piano ideato dal ministero delle finanze tedesco, che si è trasformato poi nel programma Omt.
Poche persone hanno compreso bene questa fase storica: non è la Bce, ma la Germania che ha cambiato politica, trasformando l’istituto di Draghi in una prestatore di ultima istanza. Da allora la crisi della zona euro è completamente diversa e non c’è più il rischio che l’euro possa esplodere per un fallimento bancario. Ma bisogna stare attenti perché la Corte Costituzionale tedesca ha stabilito che l’Omt di Draghi rappresenta una violazione dei trattati. Il pericolo sistemico esiste ancora e si può arrivare ad una rottura per ragioni differenti: i paesi del sud vivranno una situazione di depressione economica permanente, che produrrà danni ai settori industriali nevralgici per la vita dei diversi paesi e una situazione politicamente Marine Le Peninsostenibile nel lungo periodo. Le elezioni di partiti radicali potrebbero quindi forzare il cambiamento e modificare l’intero progetto.
In Gran Bretagna, l’Ukip costringerà il partito conservatore di Cameron – che è personalmente pro-Europa rispetto ad un’ala sempre più influente di Tory che la pensa come l’Ukip – a cambiare posizione, perché il messaggio a Bruxelles nelle ultime elezioni è stato chiaro: il popolo britannico non tollera più una perdita di sovranità continua. Quando in Francia a vincere è un partito che, una volta al potere, vuole – come mi ha confermato Marine Le Pen in un’intervista – ordinare al Tesoro francese di attivarsi per il ritorno immediato al franco, la questione rimane centrale nel dibattito. Come reagiranno ora i gollisti e i conservatori moderati a questo messaggio del popolo francese alle elezioni europee e alla distruzione dell’industria storica francese? Se il Fronte Nazionale dovesse vincere le elezioni, la Francia non rispetterà il Fiscal Comapct e questa ridicola legislazione decisa da Bruxelles. Gli altri partiti non possono più ignorarlo.
Ci sono due possibili vie: i paesi della periferia comprenderanno che la permanenza nella zona euro richiede un numero di sacrifici non più tollerabili e decideranno di uscirne; oppure, ad esempio insieme all’Olanda che è in una situazione similare, prenderanno possesso in modo coordinato delle istituzioni che controllano la politica economica dell’Ue, imponendo il cambiamento in linea con le loro esigenze. Sarei molto sorpreso se si realizzasse quest’ultima alternativa, dato che questi paesi non hanno certo il coltello da parte del manico e già in passato Hollande ha fallito nel creare un consenso con i paesi mediterranei. Ma anche se dovessero riuscirci, il rischio della zona euro sarebbe poi l’opposto, vale a dire un’uscita della Germania, che non accetterebbe mai politiche inflazionistiche.


(Ambrose Evans-Pritchard, dichiarazioni rilasciate ad Alessandro Bianchi per l’intervista “Il vero rischio non è la sua fine, ma che l’euro sopravviva altri cinque anni: le conseguenze sarebbero drammatiche”, pubblicata da “L’Antidiplomatico” il 4 giugno 2014).

Riforme criminali targate Ocse, prepariamoci al peggio

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/05/riforme-criminali-targate-ocse-prepariamoci-al-peggio/



Riforme criminali: contro il lavoro, il reddito, il benessere diffuso dei cittadini. Per quelle “riforme” è in corso da vent’anni una campagna martellante, sintetizza Marco Della Luna. E il loro unico, vero obiettivo è «rendere la società market-friendly, “marktkonform”, ossia amica del mercato (finanziario)». A nulla vale il confronto con la realtà: flessione del Pil e dell’export, boom del debito pubblico, disoccupazione dilagante. E’ perché “dobbiamo fare le riforme”, recitano i politici e i media mainstream. Sono le “riforme” in corso da due decenni nell’area Ocse, «quelle riforme che tanto ci chiedono l’Europa, il Fmi, il Colle». Oggi, in Italia, sono le “riforme” di cui parla il nuovo autocrate Renzi, consacrato dal battesimo elettorale delle europee. Riforme già viste altrove, purtroppo: «Sono state socialmente costose e insieme controproducenti rispetto al fine di rilanciare l’economia e l’occupazione». Hanno rilanciato solo i maxi-profitti, non il benessere diffuso. «Il loro scopo è un altro: la concentrazione dei redditi e del potere».
Per Della Luna, si tratta di veri e propri «crimini contro l’umanità», che gridano vendetta «di fronte al sangue di chi è morto e di chi morirà per i loro Renzieffetti, alle lacrime di chi è e sarà disoccupato a causa di esse». Numeri: «Stiamo parlando di  migliaia di morti, di milioni di vite rovinate». Nel 1999 l’Ocse aveva già previsto tutto. Linee-guida chiarissime: più strumenti finanziari e meno regole, meno tasse per i ricchi, capitali in libera circolazione, privatizzazione dei servizi pubblici, meno politiche industriali (via lo Stato, il mercato unico padrone), flessibilità nel lavoro (sempre più precario), tagli al welfare, riduzione dell’intervento pubblico nell’economia e meno oneri per le imprese. «Non trovate che siano proposte criminali, alla luce dei loro effetti?», si domanda Della Luna, che cita l’analisi impietosa offerta di Maurizio Zenezini «da Siena, città vittima della criminalità bankster, ma anche delle riforme bancarie che l’hanno resa possibile».
Negli ultimi vent’anni, osserva Zenezini in un lavoro prodotto nell’ambito dell’ateneo senese, i paesi europei hanno introdotto numerose riforme economiche orientate a rendere le istituzioni più “favorevoli ai mercati”, nella convinzione che l’ambiente regolativo costituisca un fondamentale fattore di crescita economica. Errore: alla prova dei fatti, gli effetti sulla crescita e l’occupazione dei più recenti interventi di riforma in Italia «appaiono virtualmente nulli nel breve periodo e modesti, nel migliore dei casi, nel lungo periodo». O meglio, «risultano nettamente negativi: le riforme flessibilizzanti del mercato del lavoro hanno peggiorato l’occupazione», mentre le riforme del credito «hanno destabilizzato il sistema bancario». Eppure, di fronte a questi palesi insuccessi, l’Ocse insiste nel difendere i suoi diktat «con gli argomenti più arbitrari, chiaramente in malafede». Gioco delle tre carte: se una riforma non funziona, vuol dire che è incompleta e sarà funzionante con la riforma successiva. Veleno su veleno, anziché medicinali.
«Sarebbe impossibile fornire un’immagine più sconcertante della irresponsabilità che costituisce la cifra latente della politica economica degli ultimi decenni», scrive Della Luna. «Nessun riesame delle riforme effettuate è permesso, è impedita la discussione su politiche economiche alternative: se le riforme non funzionano, si può sempre dire che senza di esse le cose sarebbero andate peggio, se gli indici di deregolamentazione non sono correlati con la desiderata performance potremo denunciare l’insufficienza degli indici, e se le riforme hanno effetti trascurabili si chiederà comunque di rafforzarle e di aumentare la flessibilità». Addirittura, «se una riforma mirata ad un particolare obiettivo non ha successo, si modificherà l’obiettivo o si Padoan, dall'Ocse al governo Renzipunterà in qualche altra direzione».
Per Della Luna, «è la stessa irresponsabilità che Keynes denunciava nel 1925 esaminando le conseguenze della politica economica del governo Churchill», quando disse: «Poiché il pubblico afferra sempre meglio le cause particolari che le cause generali, la depressione verrà attribuita alle tensioni industriali che l’accompagneranno, al piano Dawes, alla Cina, alle inevitabili conseguenze della Grande Guerra, ai dazi, alle tasse, a qualunque cosa al mondo fuorché alla politica monetaria generale, che è stata il motore di tutto». Oggi, il mantra delle “riforme” è quello che spinge Matteo Renzi a rottamare la Costituzione insieme a Berlusconi, col quale ha ideato la legge-horror per le prossime elezioni. Col 40% delle europee in tasca, la strada per le “riforme” sembra spianata. Dei dettagli si occuperà uno specialista come Padoan, proveniente – guardacaso – proprio dall’Ocse, la fucina ideologica delle “riforme” che producono povertà e disoccupazione a beneficio esclusivo dell’élite finanziaria, l’oligarchia privatizzatrice.

 COMMENTO DELL'AMMINISTRATORE
Abolire anche l'OCSE (OECD), oppure uscire da esso.
 

Dopo la Grecia l’Italia, cavia europea rassegnata a Renzi

Fonte:http://www.libreidee.org/2014/06/dopo-la-grecia-litalia-cavia-europea-rassegnata-a-renzi/


Il voto alle europee premia con un consenso da anni 50 un partito e un leader che fruiscono di un sistema di potere e sostegno senza precedenti nella storia repubblicana. Con il Pd di Renzi stanno sia Obama che Merkel e soprattutto Goldman Sachs e Bilderberg. Le agenzie di rating lo premiano e la finanza internazionale lo elogia. Da noi poi il sostegno dell’establishment è totale. In nessun momento della storia repubblicana, neppure nel breve periodo della unità nazionale alla fine degli anni 70, c’è stato un tal sostegno comune al governo da parte di banche, Confindustria, Cgil Cisl e Uil, Conferenza Episcopale, terzo settore, enti locali, mondo dello sport e dello spettacolo, giornali, televisioni, tutto. Renzi a sua volta è riuscito a mescolare la vecchia capacità comunicativa di Berlusconi, l’affidabilità finanziaria di Monti, la rivolta contro le caste di Grillo, e a fare di tutto questo un messaggio di speranza privo di agganci concreti, che ha fatto presa su un paese democraticamente stremato.
Qui non c’è davvero nulla che sembri una vittoria della sinistra, fondata sulla partecipazione e sulla crescita di lotte e movimenti. Il consenso a Renzi si fonda sulla fine delle illusioni e sulla rassegnazione. La forza di Renzi sta nell’inerzia e nella passività diffusa tra le persone massacrate dalla crisi, che si aggravano con l’assenza di azione sociale e sindacale, mentre tutte le élites investono su di lui. Per fare che? Per costruire con il consenso una gestione neoliberale della crisi in Europa. Potremmo davvero esportare il Gattopardo in tutto il continente. Quando Van Rompuy afferma che finora la Ue ha difeso gli affaristi e ora si deve occupare delle persone parla come Renzi. E naturalmente agisce come lui, visto che continua a portare avanti i negoziati con Usa e Canada per quello sconvolgente via libera alle multinazionali che è il Ttip, e vuole rafforzare il fiscal compact con l’Erf.
La Grecia è stata una cavia in tutti i sensi, non solo per la sperimentazione delle più brutali politiche di austerità, ma anche per la comprensione dei limiti del puro esercizio brutale del potere di banche e finanza. Per questo la signora Merkel è una fan ricambiata di Matteo Renzi. Perché bisogna cambiare dosi e modalità di somministrazione di una medicina che però deve restare sempre la stessa. Gli 80 euro nella busta paga sono questo. Come ha detto Tsipras, sono una misura concordata con Merkel per rendere più accettabile la continuazione della politica di austerità. Che non a caso viene contemporaneamente ribadita nei suoi tre cardini: la flessibilità del lavoro, cioè la riduzione dei salari e dei diritti, le privatizzazioni, la riduzione della spesa pubblica sociale nel nome del pareggio di bilancio, che siamo il solo paese euro ad aver inserito nella Costituzione.
La Commissione Europea ci chiede nuovo rigore mentre i disoccupati veri sono 6 milioni e quelli ufficiali più della metà. Ma non c’è alcun reale cambiamento nella politica economica, anzi. Renzi non ha mai posto in discussione il vincolo europeo, anzi ha sempre più spesso affermato che i problemi sono da noi e che si cambia l’Europa cambiando l’Italia con le riforme, liberiste. Il vecchio slogan di Monti che dobbiamo fare i compiti a casa diventa l’obiettivo di essere i primi della classe. Siamo la seconda cavia d’Europa dopo la Grecia. Lì si è usato solo il bastone, qui si prova con Renzi. Il futuro della nostra democrazia dipenderà da se e come si costruirà una opposizione a tutto questo dal lato della sinistra. Occorre operare perché il disegno di Renzi e di chi lo sostiene fallisca, altrimenti perderemo altri venti anni scoprendo ora Blair e Clinton, quando ovunque la loro politica è oggi sotto accusa per essere stata una delle cause di fondo della crisi mondiale.
(Giorgio Cremaschi, estratti dell’intervento “28 giugno, in piazza contro Renzi e l’Europa del Fiscal Compact”, pubblicato da “Micromega” il 4 giugno 2014).
Il voto alle europee premia con un consenso da anni 50 un partito e un leader che fruiscono di un sistema di potere e sostegno senza precedenti nella storia repubblicana. Con il Pd di Renzi stanno sia Obama che Merkel e soprattutto Goldman Sachs e Bilderberg. Le agenzie di rating lo premiano e la finanza internazionale lo elogia. Da noi poi il sostegno dell’establishment è totale. In nessun momento della storia repubblicana, neppure nel breve periodo della unità nazionale alla fine degli anni 70, c’è stato un tal sostegno comune al governo da parte di banche, Confindustria, Cgil Cisl e Uil, Conferenza Episcopale, terzo settore, enti locali, mondo dello sport e dello spettacolo, giornali, televisioni, tutto. Renzi a sua volta è riuscito a mescolare la vecchia capacità comunicativa di Berlusconi, l’affidabilità finanziaria di Monti, la rivolta contro le caste di Grillo, e a fare di tutto questo un messaggio di speranza privo di agganci concreti, che ha fatto presa su un paese democraticamente stremato.
Qui non c’è davvero nulla che sembri una vittoria della sinistra, fondata sulla partecipazione e sulla crescita di lotte e movimenti. Il consenso a Renzi si Matteo Renzifonda sulla fine delle illusioni e sulla rassegnazione. La forza di Renzi sta nell’inerzia e nella passività diffusa tra le persone massacrate dalla crisi, che si aggravano con l’assenza di azione sociale e sindacale, mentre tutte le élites investono su di lui. Per fare che? Per costruire con il consenso una gestione neoliberale della crisi in Europa. Potremmo davvero esportare il Gattopardo in tutto il continente. Quando Van Rompuy afferma che finora la Ue ha difeso gli affaristi e ora si deve occupare delle persone parla come Renzi. E naturalmente agisce come lui, visto che continua a portare avanti i negoziati con Usa e Canada per quello sconvolgente via libera alle multinazionali che è il Ttip, e vuole rafforzare il fiscal compact con l’Erf.
La Grecia è stata una cavia in tutti i sensi, non solo per la sperimentazione delle più brutali politiche di austerità, ma anche per la comprensione dei limiti del puro esercizio brutale del potere di banche e finanza. Per questo la signora Merkel è una fan ricambiata di Matteo Renzi. Perché bisogna cambiare dosi e modalità di somministrazione di una medicina che però deve restare sempre la stessa. Gli 80 euro nella busta paga sono questo. Come ha detto Tsipras, sono una misura concordata con Merkel per rendere più accettabile la continuazione della politica di austerità. Che non a caso viene contemporaneamente ribadita nei suoi tre cardini: la flessibilità del lavoro, cioè la riduzione dei salari e dei diritti, le privatizzazioni, la riduzione della Giorgio Cremaschispesa pubblica sociale nel nome del pareggio di bilancio, che siamo il solo paese euro ad aver inserito nella Costituzione.
La Commissione Europea ci chiede nuovo rigore mentre i disoccupati veri sono 6 milioni e quelli ufficiali più della metà. Ma non c’è alcun reale cambiamento nella politica economica, anzi. Renzi non ha mai posto in discussione il vincolo europeo, anzi ha sempre più spesso affermato che i problemi sono da noi e che si cambia l’Europa cambiando l’Italia con le riforme, liberiste. Il vecchio slogan di Monti che dobbiamo fare i compiti a casa diventa l’obiettivo di essere i primi della classe. Siamo la seconda cavia d’Europa dopo la Grecia. Lì si è usato solo il bastone, qui si prova con Renzi. Il futuro della nostra democrazia dipenderà da se e come si costruirà una opposizione a tutto questo dal lato della sinistra. Occorre operare perché il disegno di Renzi e di chi lo sostiene fallisca, altrimenti perderemo altri venti anni scoprendo ora Blair e Clinton, quando ovunque la loro politica è oggi sotto accusa per essere stata una delle cause di fondo della crisi mondiale.

(Giorgio Cremaschi, estratti dell’intervento “28 giugno, in piazza contro Renzi e l’Europa del Fiscal Compact”, pubblicato da “Micromega” il 4 giugno 2014).

Saturday, June 21, 2014

“11 settembre opera degli Usa”. Putin: ho le prove. Le mostrerò

Fonte:http://www.stopeuro.org/11-settembre-opera-degli-usa-putin-prove-mostrero/

 11-settembre-processo-alle-compagnie-aeree_h_partb



C’è un’indiscrezione clamorosa che circola sui media russi. Putin sarebbe stanco dei “capricci” di Obama, alla luce dello scontro sulla crisi in Ucraina. Ed è così che diversi analisti hanno ipotizzato che, per mettere il presidente al suo posto, una volta per tutte, ‘zar Vladimir’ si sarebbe organizzato per rilasciare le prove a sua disposizione (ad esempio immagini satellitari) che riveleranno che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 sono un lavoro interno.
Le tensioni tra Stati Uniti e Russia rimangono ad un livello elevato paragonabile solo a quello della Guerra Fredda. Ora pare che Putin ne abbia avuto abbastanza dei “capricci” di Obama.
Dopo lo scontro georgiano e siriano ed ora quello ucraino, diversi analisti hanno ipotizzato che, per mettere Obama al suo posto, una volta per tutte, Putin si è organizzato per rilasciare le prove a sua disposizione (ad esempio immagini satellitari) che riveleranno che gli attacchi terroristici dell’11 settembre sono un lavoro interno.
Questi cosiddetti “lavori interni” sono meglio conosciuti come attacchi falsa bandiera, sono attacchi appositamente e strategicamente progettati in modo tale da ingannare il pubblico e costringerlo a pensare qualcosa che non è vero. In altre parole, i funzionari americani avrebbero progettato di eseguire un attacco contro l’America e la sua gente per farlo apparire come se una certa entità nemica avesse effettuato l’atrocità.
Quello dell’11 Settembre è solo il caso in cui l’America ha dimostrato interesse nella patria del gruppo attribuito. Come molti hanno spiegato in precedenza, da entrambi i lati gli Stati Uniti avevano un interesse pesante sul petrolio e si pensa quello sia stato il movente per presunti attacchi sotto falsa bandiera. Diversi casi documentati sono stati esposti mostrando che questo non sarebbe nulla di nuovo nel regno militare dell’America nel perseguimento di interessi egoistici. Stando così le cose, sembra come se il resto del mondo si stia stancando dei “giochetti” made in Usa.
Nel tentativo di esporre il governo per quello che sta facendo – di uccidere gli americani nel tentativo di invadere altrove e poi uccidendo cittadini ovunque si trovino – alcuni hanno minacciato di far trapelare dettagli militari per esporre le atrocità americane. La più recente speculazione è caduta su Putin secondo quello che ha detto di avere alcune immagini satellitari che dimostrano, senza ombra di dubbio, che l’America è stata complice di un attacco a falsa bandiera. Presumibilmente dimostrando che gli attacchi dell’11 Settembre sono stati eseguiti da funzionari americani – bene, si possono immaginare le ripercussioni. Tutta la fede e fiducia nel governo sarebbe disintegrata, tumulti scoppierebbero per le strade e, forse, avrebbe inizio una rivolta civile. Detto questo, immaginate come verrebbe vista l’America sulla scena mondiale. Potete immaginare come altre forze potrebbero facilmente approfittare di una tale situazione. Ora c’è solo da capire se è vera o falsa la notizia che Putin ha in possesso queste prove.
Se fosse vero e Mosca le usasse saremmo davvero ad una rivoluzione globale.Fin tanto certe accuse provenivano da mondi onambienti bollati come “complottisti” o anti-americani avevano poco credito. Ma se le prove venissero dai satelliti di Mosca la musica cambierebbe.Noi siamo stati buoni profeti: da subito abbiamo detto che a Kiev si stava preparando la “terza guerra mondiale”. Guerra non solo militare, ma finanziaria, economica, geopolitica, culturale, storica, satellitare.

Rinasce l’asse Mosca-Pechino. E Putin si libera di Europa e USA.

Fonte:http://www.estconsulting.cz/?p=3009



La crisi in Ucraina, con le sanzioni contro Mosca, spinge la Russia nell’abbraccio della Cina. Da domani Putin sarà a Pechino e Shanghai, dove incontrerà Xi Jiping e gli altri leader cinesi. Diplomatici e uomini d’affari, scommettono che la visita sortirà conseguenze storiche. In agenda contratti miliardari, ma pure un patto politico strategico tra le potenze del vecchio blocco comunista e un accordo energetico destinato a cambiare gli equilibri delle forniture globali. Il vertice Putin-Xi è stato preparato per mesi, ma le ultime settimane hanno impresso un’accelerata al lungo corteggiamento successivo all’implosione dell’URSS dopo il 1989. Mosca, nonostante l’interesse di Berlino a tenere aperti i canali del business, un quarto di secolo dopo vede ricrescere il muro che la divise dall’Europa e dagli Usa. 

La riannessione della Crimea e la rivolta russofona nell’est Ucraina presentano già un conto salato. Le sanzioni di Usa-UE e il giro di vite delle banche occidentali, con il blocco delle carte di credito, minacciano il rublo e colpiscono gli oligarchi vicini al Cremlino. La Russia rivolge così lo sguardo verso un Oriente sempre più assetato di energia, esportazioni e lavoro.  Anche la Cina, mai come oggi negli ultimi trent’anni, ha bisogno di Mosca, non solo sul fronte economico. L’Occidente importa sempre meno dalle sue fabbriche, le multinazionali fuggono verso paesi ancora più competitivi, le dispute territoriali con Giappone, Vietnam e Filippine degenerano in conflitti aperti per il controllo del Pacifico, la Corea del Nord conferma di essere incontrollabile, Stati Uniti ed Europa temono che gli affari si rivelino il taxi dell’autoritarismo e costruiscono alleanze alternative per contenere l’ascesa della seconda economia mondiale.  Respinte dal vecchio Occidente, Russia e Cina sono così costrette ad accantonare le rivalità per tentare di costruire il nuovo Oriente. Il simbolo dell’accordo e il via libera al ponte ferroviario, a cui sarà aggiunto un tunnel sottomarino, tra la penisola di Kerch è quella della Crimea. Mosca stanzierà 1,3 miliardi di dollari, che finiranno nelle casse delle compagnie cinesi ingaggiate per costruire l’opera in tempi record.  I funzionari di Pechino, a poche ore dall’arrivo di Putin, hanno dichiarato che la bilancia commerciale Cina-Russia, lo scorso anno salita a 89 miliardi di dollari, nel 2014 supererà i 100. Il vicepremier russo, Dvorkovich, ha confermato a Pechino che quest’anno l’export di carbone ed energia elettrica quadruplicherà.  L’annuncio più atteso è però quello sul gas. Mosca, alla luce dei problemi con Kiev e Bruxelles, ha deciso di accelerare la fine della partita con Pechino. Alti funzionari dei due paesi confermano che “il contratto è chiuso al 98%” e che la firma, sospesa dal 2009, sarà la sorpresa del vertice Putin-Xi. L’accordo prevede la fornitura di 68 miliardi di metri cubi di gas all’anno, 38 via Siberia e 30 lungo un nuovo gasdotto di prossima costruzione, passando attraverso gli Altai.  Fino ad oggi il primo fornitore e il primo consumatore di energia al mondo erano stati divisi dal prezzo. Il potere contrattuale russo in Europa ora però cala, trascinando con sé anche la leva verso la Cina. A cifre più ragionevoli Pechino è pronta a dare una mano all’amica Mosca, assicurandosi l’energia necessaria a restituire economicità al proprio sistema.  Putin rompe l’accerchiamento occidentale e Xi Jinping apre una breccia in quello asiatico. È Pechino il primo vincitore della partita Ucraina.

Giampaolo Visetti

Putin chiude il gas all'Europa dal primo giugno

Fonte:http://www.affaritaliani.it/esteri/putin-chiude-150514.html

Vladimir Putin ha annunciato a diversi leader europei che la Russia interromperà il rifornimenti di gas all'Ue che passano attraverso l'Ucraina se Kiev non salderà i suoi debiti con Gazprom. Intanto società ucraina che gestisce i gasdotti, Ukrtransgaz, ha rafforzato le misure di sicurezza dopo aver scoperto tentativi di manomissione delle condutture, attraverso le quali il gas arriva dalla Russia in Europa

 

Vladimir Putin ha annunciato a diversi leader europei che la Russia interrompera' il rifornimenti di gas all'Ue che passano attraverso l'Ucraina se Kiev non saldera' i suoi debiti con Gazprom. Lo ha reso noto il premier slovacco, Robert Fico. Fico, al termine di un incontro con il segretario generale della Nato, General Anders Fogh Rasmussen ha dichiarato: "Oggi diversi Stati membri (Ue), inclusa la Slovacchia, sono stati informati dal presidente (russo) Putin che dal primo giugno, se l'Ucraina non avra' saldato il suo debito per il gas, saranno interrotte le forniture a tutto il territorio europeo".
La societa' ucraina che gestisce i gasdotti, Ukrtransgaz, ha rafforzato le misure di sicurezza dopo aver scoperto tentativi di manomissione delle condutture, attraverso le quali il gas arriva dalla Russia in Europa. L'azienda ha assicurato che le perdite, riscontrate nella zona occidentale dell'Ucraina, non hanno avuto alcun effetto sul transito verso i Paesi europei. "Nei giorni scorsi sono stati documentati diversi casi di manomissione dei gasdotti da parte di persone non autorizzate nell'Ucraina occidentale", ha sottolineato la compagnia, "sono state localizzate e non hanno avuto effetto sul rifornimento di gas secondo i contratti in essere". A guardia delle condutture sono intervenute le forze di sicurezza e la polizia ucraina che hanno assicurato l'intenzione di garantire un transito in sicurezza del gas russo verso l'Europa. L'annessione della Crimea alla Russia ha provocato sanzioni europee e americane nei confronti di Mosca, innescando timori che la Federazione possa bloccare le forniture di gas verso l'Europa. L'Ucraina, che dipende da Mosca per oltre la meta' del proprio approvvigionamento, non ha pagato il prezzo richiesto dalla Russia per il gas, accusando Mosca di utilizzare la fornitura di energia "politicamente" per punire il Paese.

Ci mancava il Grande Fratello fiscale europeo

Fonte:http://www.lintraprendente.it/2014/06/litalia-e-un-inferno-fiscale-leuropa-pure/#.U6U8WFhFNuA.facebook

Da Monti in poi i nostri governi si sono inventati redditometri, spesometri, Serpico e altre diavolerie orwelliane. Il dramma è che ora ci spiano e ci tartassano pure da Bruxelles. A perderci, sempre è comunque, il contribuente
europa comunista 

I proverbi rappresentano quella saggezza popolare perduta, essi sono buon senso scolpito nel granito. Uno di quelli che mia nonna mi insegnò da  subito – così da evitare le cattive compagnie – recitava così: “In un cesto, le mele marce fanno marcire anche quelle buone”.
L’Italia è una mela marcia per antonomasia. Un paese fallito, irriformabile, i cui conti pubblici assomigliano sempre di più a quelli dell’Argentina del 2001. L’Italia è un paese fondato sull’estorsione fiscale mossa dall’invidia: tasse che superano il 70% di quel che si guadagna, debito pubblico crescente che fa segnare record su record, Stato ladro che non paga i creditori e ammazza – o fa scappare – le imprese e le menti migliori, burocrazia che neanche in Venezuela e una marea montante di parassiti che vivono di soldi pubblici. Nonostante i 450 miliardi circa di tributi che incassa il Fisco ogni anno (a cui vanno aggiunti quelli locali), alle sanguisughe di Palazzo i soldi non bastano mai e, secondo loro, c’è sempre un evasore di troppo a piede libero.
Da Monti in poi, la cricche politiche succedutesi al governo si sono inventate di tutto: redditometri, spesometri, studi di settore, riccometri, Serpico, bancomat obbligatori, limite del contante. Un’infernale macchina coercitiva. Poteva mancare Renzi all’appello? No di certo. Il bamboccione di Palazzo Chigi ha in animo di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo dei pochi produttori di ricchezza rimasti nella terra di Pulcinella e Balanzone: «Scontrini telematici, trasferiti online in tempo reale all’Agenzia delle entrate, fatture elettroniche, pagamenti tracciabili e ipotesi di una lotteria per chi possiede scontrini fiscali. ecco alcuni punti del piano anti-evasione del governo», scrivono le agenzie. Roba da spingere Bruno Tinti all’onanismo perpetuo.
Ma che c’entra la mela marcia di cui abbiamo detto all’inizio? C’entra, perché la fame di quattrini – in quest’Europa cialtronesca comandata da burosauri – ha contagiato tutti i componenti della cesta continentale. Il Mef (acronimo dal sapore orwelliano, che identifica il ministero dell’Economia) fa sapere – per nome e conto del ministro Padoan, che sono stati fatti «passi avanti nell’attuazione dello scambio automatico di informazioni fiscali, a partire dal 2017, per una più efficace lotta all’evasione internazionale. Con una dichiarazione comune, 44 Paesi si sono formalmente impegnati ad implementare secondo un preciso calendario il nuovo standard globale sullo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali, il cosiddetto Common Reporting Standard, approvato dall’OCSE alla fine del gennaio scorso». Te capit?
Mia nonna mi spiegava anche di stare attendo quando facevo qualcosa, per evitare di finire dalla padella alla brace. Se l’Europa deve trasformarsi in un grande lager fiscale, tanto vale tifare Nigel Farage, perché i motivi per essere antieuropeisti si moltiplicano di giorno in giorno.