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Friday, January 20, 2012

Mr. Monti, il cambiamento (che non c'è) e il fallimento della politica

Mr. Monti, il cambiamento (che non c'è) e il fallimento della politica

Il nostro destino nella mani di un gruppo di tecnici, con curriculum prestigiosi certo, ma anche con un'età media di circa 60 anni. Il rinnovamento che non c'è, il fallimento della politica e le tante attese deluse del dopo - Berlusconi.

Mr. Monti, il cambiamento (che non c'è) e il fallimento della politica.

Finalmente ci siamo e, dopo anni e fiumi di inchiostro ad immaginare il dopo – Berlusconi, il quadro non potrebbe essere più eloquente. Se lo stato “complessivo” di un Paese trova manifestazione evidente nella propria classe dirigente (nel bene e nel male, sia chiaro), allora la composizione del Governo Monti non può che farci riflettere. Il ritratto che emerge è quello di un Paese “vecchio”, in perenne ritardo e costretto sempre a ricorrere all'eccezionalità e all'emergenza per risolvere i propri problemi. E nel pieno di una crisi (non solo economica, ma anche politica ed istituzionale) per salvare ciò che resta del nostro Paese non abbiamo potuto far altro che chiamare un gruppo di “tecnici” dal curriculum imponente e apprezzato: peraltro, un atto quasi dovuto, una scelta portata avanti tra mille difficoltà dal Presidente della Repubblica con l'appoggio sostanziale delle istituzioni europee.
Intendiamoci, non sfugge a nessuno che l'attuale contingenza economico – finanziaria ha di fatto determinato in maniera quasi automatica il passaggio di consegne. Tuttavia, la paura del vuoto e dell'abisso in questo caso impedisce di cogliere alcuni aspetti essenziali del cambiamento in atto e soprattutto non ci rende lucidi nell'analizzare la portata, a medio e lungo termine, dello sviluppo degli eventi. Un governo di soli tecnici, pur dal curriculum prestigioso e dalle conclamate capacità manageriali, la cui età media si aggira intorno ai 60 anni, è destinato a restare nella storia della nostra Repubblica e ad assumere un enorme valore simbolico. E' infatti la manifestazione lampante del fallimento della politica italiana, travolta dalle sue stesse contraddizioni e da anni impegnata soltanto in una strenua lotta per l'autoconservazione. Una politica incapace di rinnovarsi nelle forme, nei luoghi e nei soggetti che, lentamente ma inesorabilmente, ha finito con il perdere di incidenza sui processi economici in atto, rimanendo stranita ed impotente di fronte agli eventi. Un problema certo “ideologico”, strutturale, ma anche e soprattutto generazionale, in un Paese con la classe dirigente più vecchia d'Europa, in cui l'età media di parlamentari e ministri è semplicemente imbarazzante.
E non è una questione esclusivamente anagrafica (non cadremo nell'assioma qualunquista del giovanilismo), il punto è che mai come negli ultimi anni è cresciuto il divario fra una società in costante e tumultuosa evoluzione e una classe politica “sempre identica a se stessa” (che piaccia o meno, che risulti banale o meno, ma da 20 anni la scena è monopolizzata dagli stessi attori). E per paradossale che possa sembrare la discussione e la ridefinizione stessa di concetti come democrazia, informazione, partecipazione, ormai sovrastano e bypassano la rappresentanza politica. E in uno scenario siffatto la delega in bianco che la politica, per incapacità, impotenza o volontà, ha firmato a mr. Monti e ai suoi referenti rischia di essere l'ultimo segno di una resa inesorabile. E pericolosa per giunta. Già, perché pur rifuggendo dal sospetto verso quella che sembra una vera e propria “cura omeopatica” contro la crisi, non occorre andare molto in profondità per rintracciare tanti tasselli “sospetti” nel puzzle in via di composizione.
Da qualunque lato si consideri la questione, è l'assenza di una prospettiva di radicale cambiamento a preoccupare, e del resto non potevano essere banchieri, tecnici e cattedratici a farsi carico di tale responsabilità. Ma al tempo stesso la politica non può abdicare tout court al proprio ruolo e men che mai essere subordinata a logiche economiche (peraltro quelle di un sistema al tramonto). Se questa classe politica ha fallito (e ci sono pochi dubbi) allora è giunto il momento di voltare pagina, rapidamente e senza indugi, ampliando gli spazi di partecipazione e riscrivendo le “regole” della rappresentanza: e che il tempo di medici, dottori e specialisti sia il più breve possibile. Ne va del nostro futuro.

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