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Friday, January 20, 2012

Le riforme anti-casta che neppure il prof. Monti ha il coraggio di fare...

Le riforme anti-casta che neppure il prof. Monti ha il coraggio di fare

Tostato da
Una delle delusioni maggiori che si provano nell’apprendere i dettagli della “manovra salva Italia”, come lo stesso premier Monti a suggerito ai giornali di chiamare il suo decreto correttivo per far ripartire il Paese, sta tutta nel notare che anche questa volta c’è chi l’ha passata liscia. Sempre loro, i politici. La casta se la scampa anche in questa occasione, la prima in cui il manico del coltello taglia-sprechi (almeno in teoria) è nelle mani di tecnici e non di politici in senso stretto. Il governo tecnico guidato da Monti e composto da tanti (forse troppi) docenti universitari (tanto che qualcuno lo ha ironicamente ribattezzato Consiglio… di Facoltà) ha messo in chiaro che anch’esso persiste nel non voler abolire i privilegi della casta.
Volendo subito dare a Mario quel che è di Mario, va precisato che il prof. Monti ha cordialmente fatto sapere agli italiani che lui personalmente rinuncerà ad ogni indennità legata alla carica di primo ministro. Una scelta dignitosa e senz’altro da applaudire, considerando che per sua stessa scelta il suo emolumento rimarrà nelle casse disastrate dello Stato; ma non si tratta di un unicum nella storia visto che nel ’93 stessa decisione fu assunta da Ciampi. I ministri godranno invece dell’indennità, seppur ridotta e resa massimamente trasparente verso gli italiani (almeno queste le intenzioni del governo). Ma il guizzo anti-politico di Monti si è fermato qui. Vano è il tentativo di inquadrare come “anti-casta” le norme sul taglio dei consigli provinciali e sulle conseguenti riduzioni di spesa relative alle province. Si tratta di una riedizione (già in partenza poco credibile) delle misure annunciate da Tremonti a metà agosto, poi finite in un nulla di fatto.
Ma, si dirà, criticare è facile. Il difficile è riempire il nulla con qualcosa di significativo e concreto. Ebbene, in questo caso il cittadino itaiano medio, nostro immaginario interlocutore, ci offre ghiotta occasione per dirne quattro su come, con poche righe del legislatore, si potrebbe fin da subito restituire dignità ai lavoratori italiani eliminando alcuni odiosi privilegi della casta.
Per prima cosa, subito dopo la riduzione delle indennità di carica per parlamentari e colleghi e l’abolizione di qualsiasi vitalizio e pensione anticipata, si dovrebbe stabilire in un unico semplicissimo articolo l’assoluta incompatibilità tra una qualunque carica pubblica elettiva e tutte le altre cariche pubbliche elettive, cui andrebbero aggiunte le cariche pubbliche non elettive in società ed enti partecipati da enti pubblici (specie comuni, province e regioni). Con poche parole si direbbe basta al cumulo di incarichi pubblici che girano sempre tra le stesse persone, spesso consiglieri provinciali o regionali o addirittura parlamentari e contemporaneamente sindaci di comuni al di sotto di 20mila abitanti, oppure consiglieri comunali e assessori provinciali nello stesso momento, e le combinazioni possibili sono (nella realtà) le più disparate. Il risparmio in questo caso non sarebbe in termini economici ma occupazionali, lasciando spazio ai più giovani e capaci che sono costretti a rimanere ai margini perchè il clientelismo occupa il 140esimo articolo della Costituzione di questo Paese.
Subito dopo, con un altro semplicissimo articolo o magari con un comma dell’articolo precedente, stabilire che tutti coloro che ricoprono incarichi pubblici di levatura pari o superiore a quella dei consiglieri provinciali (ma si potrebbe discutere su dove posizionare la soglia minima) hanno l’obbligo di sospendere ogni altra attività lavorativa in corso. Si darebbe così attuazione puntuale all’art. 51, comma 3, della Costituzione che afferma “Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”, cosa che oggi è vera solo rispetto al mantenimento del posto di lavoro. Anzi, “dei” posti di lavoro. I signori rappresentanti del popolo sovrano sarebbero così finalmente costretti ad abbandonare l’odiosa logica del piede in due scarpe: mentre faccio il parlamentare continuo a fare l’avvocato, o il notaio, o il docente universitario, o peggio ancora il medico. Tutte situazioni che rendono le elevatissime indennità di carica che noi italiani sovvenzioniamo col sudore della nostra fronte sostanzialmente ancora più elevate, dato che risultano in buona percentuale assolutamente immeritate. E anche in questo caso il risparmio per lo Stato non sarebbe economico ma occupazionale, facendo avanzare le menti e le braccia dei disoccupati laureati e iper-specializzati, che ormai in Italia sono prodotto di esportazione da oltre un decennio.
Terza semplicissima norma da inserire nel nostro ordinamento sarebbe volta a consentire di contro il doppio lavoro riconosciuto e legalmente retribuito per tutti i “poveri Cristi” che faticano ad arrivare a fine mese o a concedersi una vacanza all’anno. L’assurdo italiano vuole infatti che chi ricopre cariche elettive non ha limiti al cumulo di lavori che può svolgere contemporaneamente, mentre un qualsiasi dipendente pubblico per poter svolgere anche solo un altro lavoro deve passare dal full time al part time. Secondo lo Stato, infatti, è scontato che un dipendente pubblico con partita IVA approfitti dell’orario di lavoro pubblico per svolgere la sua attività complementare, mentre non è affatto scontato che un parlamentare o un ministro o un presidente di regione sfruttino l’orario di lavoro pubblico per svolgere le loro ulteriori numerose attività. Per questo, ai secondi è concesso di tutto, mentre ai primi non è consentito neppure di fare gli artigiani in proprio durante il tempo libero o nei weekend (o per lo meno non di farlo dichiarando l’attività e pagando le tasse). Sarebbe un modo per ottenere da un lato un certo margine di rilancio delle imprese, e dall’altro nuove entrate assicurate dalle tasse sulle nuove attività aperte da lavoratori e dipendenti pubblici.
Basterebbero quindi tre norme per far sì che essere italiano sia motivo di orgoglio e dignità ben maggiori di adesso. Tre norme semplici semplici a cui senz’altro ha già pensato qualcuno, solo che è troppo difficile in Italia toccare i privilegi della casta e concedere di contro qualche diritto in più alla gente comune, anche qualora una simile mossa rappresentasse occasione di guadagno per le casse statali. E così, in attesa che il prof. Monti accolga i nostri suggerimenti, umili ma dettati da chi è stufo del’andazzo generale, non ci resta che sperare che almeno per qualche giorno, prima della fine del mondo, verrà data attuazione effettiva all’art. 54, comma 2, della nostra Carta Costituzionale, che recita così: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

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