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Friday, December 23, 2011

Eurocrisi. L’Europa di Merkozy va nella direzione sbagliata

Eurocrisi. L’Europa di Merkozy va nella direzione sbagliata

21 dicembre 2011
Di
 C’è voluto meno di una decina di giorni per capire quanto fragile e miope sia il “fiscal compact” deciso per salvare l’euro nel vertice di Bruxelles dell’8-9 dicembre scorso. Non solo perché non ha rimosso la sfiducia dei mercati e perché restano elevati gli spread tra i titoli dei vari debiti sovrani, ma soprattutto perché la riforma che dovrebbe unire e rafforzare l’Unione rischia di produrre risultati opposti a quelli promessi, con effetti politici interni destabilizzanti non solo per i paesi in difficoltà (Grecia, Spagna, Irlanda, Italia), ma per la stessa Germania e per la stessa Francia.
Il patto di Bruxelles da un lato infatti aggrava la crisi economica e allontana la ripresa e dall’altro lato rende sempre più contorta la base giuridica comune e sempre meno euro-democratica e sempre più inter-statale la politica europea. Per capirlo basta leggere l’incipit del “comunicato” diffuso al termine del vertice: “L’obiettivo del patto, come risposta alla crisi attuale, è di rafforzare la disciplina fiscale e di introdurre sanzioni più automatiche ed una più stringente sorveglianza. Il patto fiscale concordato oggi verrà reso legalmente vincolante da un accordo internazionale”. Chi cercasse qualche riferimento a misure pro-crescita in questo comunicato rimarrebbe deluso. Per trovare qualcosa, tanto ricco di enfasi quanto povero di impegni, dovrebbe andare a leggersi le “conclusioni” del Consiglio. Il contrasto è stridente ed eloquente.
Il punto critico del recente “patto” di Bruxelles non è tanto il “metodo intergovernativo”, reso in qualche misura obbligato dalla non sorprendente auto-esclusione del Regno Unito (a cui probabilmente qualche altro stato si aggiungerà), ma l’unilateralità dell’accordo che si basa sul peggio delle posizioni dell’attuale  governo tedesco e dell’attuale presidenza francese. A minare l’Europa è il dissennato scambio franco-tedesco che dà alla Merkel il rigore fine a se stesso e a Sarkozy un’Europa inter-statale, in cui a contare e a decidere sono i governi e non istituzioni democratiche comuni.La Merkel è contenta perché a Bruxelles si è imboccata, come lei dice, la via di una “Unione fiscale nel senso di una Unione di Stabilità”, mentre Sarkozy, già prima del vertice, aveva sostenuto che il metodo intergovernativo è il più democratico che ci sia (i popoli non sono forse rappresentati dai loro governi?) e il più adatto a tutelare la sovranità dei singoli stati e, anzi, a rafforzarla nell’accostamento e nella somma con la sovranità degli altri.
Quelli di Merkozy sono purtroppo racconti di comodo. Le decisioni di Bruxelles, per quanto è stato pubblicamente dichiarato, non sembrano andare nella direzione giusta, né dal punto di vista economico-finanziario né dal punto di vista politico-istituzionale. Il rigore di bilancio e la graduale riduzione del debito lasciata alla responsabilità individuale di ogni singolo stato ed accompagnata da sanzioni europee semi-automatiche per chi trasgredisce è, nella situazione attuale, la via più sicura per promuovere recessione e mettere in difficoltà paesi con alto debito come il nostro. La manovra del nuovo governo italiano corrisponde perfettamente alle attese della Merkel, ma non tocca il debito e non sembra certo fatta per rilanciare l’economia. Chi pensa invece che la direzione sia giusta e vada soltanto corretta, sostiene che la “Fiskalunion” dettata dalla Merkel andrebbe integrata da misure pro-crescita rendendo, per esempio, parametri su occupazione e crescita vincolanti come lo sono il pareggio di bilancio o la riduzione di un ventesimo all’anno della parte di debito sopra il 60%.
E’ più facile a dirsi che a farsi perché, naturalmente, chi si applicasse a rendere effettiva questa combinazione scoprirebbe che non si tratta semplicemente di accostare rigore e crescita, ma di scegliere in modo intelligente che cosa privilegiare, quando e come e da chi. Cioè bisognerebbe scegliere e quindi fare politica, scoprendo che di fronte alla complessità della vita dei popoli e alla complessità della storia non c’è “regola aurea” che tenga. Di fronte alla complessità della vita, ci vuole il coraggio della volontà e della democrazia. Ci vogliono leadership che mancano. E invece quello che sta accadendo e che rischia di accadere sempre di più è il trasferimento di sovranità dai parlamenti democratici nazionali ad un organismo inter-statale di Capi di Stato e di Governo che, supportato da una struttura tecnocratica, avrà il compito di accertare il rispetto di una “formula” e comminare sanzioni automatiche (salvo maggioranza qualificate contrarie) a chi non la rispetta.
Questa “Fiskalunion” non è affatto una “unione fiscale” e non fa altro che rafforzare i difetti del vecchio patto di stabilità: lo rende ancora più rigido e più stupido e non affonta, ignorandolo, il problema vero evidenziato dalla crisi, vale a dire l’andamento divergente (il contrario della convergenza che avrebbe dovuto produrre) tra le varie economie della zona euro in termini di competitività e di squilibri commerciali. Una vera “unione fiscale”, quale è quella che è propria di ogni singolo stato che fa parte della zona euro, si basa sul potere di decidere le tasse, emettere titoli di debito e provvedere a trasferimenti di risorse a livello sociale e territoriale. Nulla del genere si intravede nella “Fiskalunion” (o “fiscal compact”) decisa a Bruxelles, mentre soltanto muovendosi in questa direzione, e facendo capire che ci si muove in quella direzione, si potrebbe dare una risposta credibile alla crisi e rendere virtuosa e sopportabile a lungo termine la cessione della sovranità monetaria trasferita alla Bce.
C’è da dire infine che la debolezza e gli insuccessi provocati dalla linea Merkozy (basti pensare alla Grecia e all’imbarazzante dietro-front sulla partecipazione dei privati alla eventuale ristrutturazione dei debiti sovrani a rischio) comincia a delinearsi tanto in Germania che in Francia, dove siala Merkel che Sarkozy non godono proprio della migliore salute politica. E anche in Italia, la rimozione di Berlusconi ha reso meno impacciato il dibattito sull’Europa. Ci sono segnali importanti da non sottovalutare. In Germania il leader dell’Spd ha chiesto che si istituisca un “fondo europeo per l’ammortamento del debito” ed ha criticato come mera “unione sanzionatoria” la “pur necessaria unione fiscale” voluta dalla Merkel. In Francia lo sfidante socialista di Sarkozy ha invece detto che se vincerà le elezioni della primavera prossima rinegozierà il patto fiscale per introdurvi quello che manca e cioè “l’intervento della Banca centrale europea, gli eurobonds e un fondo di soccorso finanziario”. Anche l’Italia, finalmente, chiede all’Europa di uscire dallo strabismo tutto centrato sul rigore. “L’Europa è carente per quanto riguarda la politica comunitaria di crescita e di sviluppo”, ha dichiarato alla Camera, un po’ timidamente ma in modo significativo, il  Presidente del governo tecnico, incalzato e sostenuto sia dal Pd che dal Pdl.
Potrebbe dunque non essere così facile e scontato sia il cammino per la sigla entro marzo del nuovo patto intergovernativo che quello della successiva e necessaria ratifica. Ma il fatto è che la crisi dell’Unione europea e della zona euro non è solo una crisi economico-finanziaria, ma è sempre più una crisi di legittimità che andrebbe affrontata a livello politico in una prospettiva federale e di riforma democratica delle istituzioni comuni.  

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