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Wednesday, December 28, 2011

GRUPPO BILDERBERG 2011 LISTA DEI NOMI

ECCO QUI DI SEGUITO PUBBLICO LA LISTA DEI NOMI DEI PORCI DEL GRUPPO BILDERBERG AGGIORNATA AL 2011, CIOE' DI QUELLI CHE SCATENANO E FINANZIANO LE GUERRE, LE RIVOLUZIONI NEL MONDO E CHE HANNO GIOCATO FINO AD OGGI CON LE NOSTRE VITE:




Friday, December 23, 2011

Vertice Ue, sfuma l'accordo a 27 Merkel: "Creeremo un'unione fiscale"

CRISI

Vertice Ue, sfuma l'accordo a 27
Merkel: "Creeremo un'unione fiscale"

La posizione britannica, contraria a un rafforzamento delle istituzioni comunitarie, blocca il consiglio europeo di Bruxelles fino a tarda notte. Ma i paesi dell'eurozona (più altri sei) vanno avanti e raggiungono un'intesa: unione fiscale, riforma del fondo salva Stati e prestiti all'Fmi. Rinvio di sei mesi sugli eurobond di ALESSIO SGHERZA

Si va avanti a forza 26: sono infatti sfumate nel lungo vertice notturno dell'Ue le possibilità di coinvolgere tutti e 27 i membri dell'Unione in un accordo per un rafforzamento dei sistemi di salvataggio economico e delle istituzioni comunitarie. Insormontabili le differenze tra Gran Bretagna, da una parte, e Francia e Germania, dall'altra. Si va quindi verso un accordo tra i 17 Paesi dell'Eurozona più altri sei 'volontari' (sette con l'Ungheria che ha aderito successivamente). In particolare, l'intesa riguarda unione fiscale, riforma del fondo salva Stati e prestiti all'Fmi 1.

"Se oggi è nata un'Europa a due velocità è colpa della Gran Bretegna". Ad attribuire la responsabilità a Londra è il presidente francese Nicolas Sarkozy: "Non abbiamo trovato un accordo sulla modifica dei trattati a 27 a causa delle condizioni inaccettabili", poste dal premier inglese David Cameron. La 'condizione inaccettabile' è un
protocollo che avrebbe esonerato il Regno Unito dall'applicazione delle regole sui servizi finanziari.

Il premier inglese risponde poco dopo: "Noi non vogliamo aderire all'euro, siamo contenti di esserne fuori, come lo siamo di non fare parte della zona Schengen. Noi non vogliamo rinunciare alla nostra sovranità come stanno facendo questi Paesi. Noi vogliamo i nostri tassi di interesse, la nostra politica monetaria: quello che ci veniva offerto non era buono per la Gran Bretagna, quindi meglio che si facciano un trattato tra di loro".


DIECI ORE DI VERTICE INATTESO
La riunione dei capi di stato e di governo dei paesi membri dell'Ue è iniziata come una cena informale, in attesa del vertice vero e proprio che sarebbe dovuto iniziare oggi. Ma la necessità di dare risposte alla crisi prima della riapertura dei mercati ha trasformato la cena in una vertice a oltranza, che si è concluso solo intorno alle 4 del mattino.

Sarkozy alla vigilia: "Non ci sarà un'altra chance" 2

Nessun accordo è stato però possibile, costringendo i leader dell'Eurogruppo - i paesi che aderiscono all'Euro - a tagliare dalla negoziazione i 10 membri che mantengono una propria moneta e cercare un accordo a 17. Un'intesa di questo tipo è però aperta anche a eventuali altri partecipanti: secondo quanto spiegato in conferenza stampa dal presidente della Commissione José Manuel Barroso e dal presidente del Consiglio europeo Herman Van Rumpuy sono finora sei i paesi interessati.

I 'volontari' sono Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Danimarca e, solo dopo alcune ore, anche l'Ungheria. A Svezia e Repubblica Ceca mancava invece "il mandato parlamentare" per partecipare alla discussione una volta saltato l'accordo a 27, ma la loro partecipazione è data comunque per probabile. Fuori, quindi, sono la Gran Bretagna.

I 23, convinti che un accordo non fosse più rinviabile, hanno portato avanti le trattative subito dopo il fallimento del negoziato generale. Vertice ristretto che è andato avanti per un'altra ora abbondante, prima che Barroso e Van Rumpuy e gli altri leader si presentassero - alle 5.30 - in sala stampa. Un ulteriore tentativo per raggiungere un accordo a 27 potrebbe essere condotto nel corso della sessione di lavori programmata per la mattinata.


LA DOPPIA TRATTATIVA
Sul piatto due ordini di problemi: le misure per fronteggiare la crisi del debito sovrano di fronte alla speculazione finanziaria e la forma giuridica da dare all'accordo. E il vertice è naufragato proprio su questo punto, lunga la vecchia ma mai superata linea divisoria tra metodo comunitario e metodo intergovernativo, tra paesi europeisti e paesi euroscettici.

Da una parte la Gran Bretagna, con il suo netto no ad ogni ulteriore cessione di sovranità nazionale in favore delle istituzioni europee; dall'altra la Germania (appoggiata dalla Francia), con il cancelliere Merkel che chiedeva un ampio accordo di revisione dei trattati per dare il suo via libera alle nuove garanzie economiche sui debiti dei paesi sotto attacco della speculazione.

AUDIO Perché la Gran Bretagna non ci sta 3 di MASSIMO RIVA

Al centro, la posizione che si potrebbe definire più 'pragmatica', rappresentata dalle istituzioni europee e dall'Italia del governo Monti. Ovvero: pensare alla sostanza (salvare l'euro), invece di guardare alla forma (accordo intergovernativo o modifica dei trattati). Anche perché una modifica dei trattati, che dovrebbero essere ratificati da tutti i paesi membri, potrebbe causare lungaggini e sarebbe a rischio bocciatura - come già avvenuto nel caso della Costituzione europea. 

Proprio per l'opposizione della Gran Bretagna, sarà quindi un accordo intergovernativo a guidare il 'salvataggio' della zona euro: "Un trattato a 17 - ha detto Nicolas Sarkozy - aperto a chiunque voglia partecipare".

"I risultati del vertice Ue sono molto buoni per la zona Euro: saranno la base per una maggiore disciplina nelle politiche economiche dei Paesi membri". Mario Draghi, presidente della Bce, ha commentato così la notte di trattative: "Si è arrivati a conclusioni che saranno dettagliate e attuate nei prossimi giorni - ha detto Draghi - siamo vicini all'accordo per il patto fiscale, una buona base per una disciplina nella politica economica dei paesi membri". 
 
(09 dicembre 2011)
 
 COMMENTO SPONTANEO:

MAIALIIIIIIII!!!!!!
 
 

Eurocrisi. L’Europa di Merkozy va nella direzione sbagliata

Eurocrisi. L’Europa di Merkozy va nella direzione sbagliata

21 dicembre 2011
Di
 C’è voluto meno di una decina di giorni per capire quanto fragile e miope sia il “fiscal compact” deciso per salvare l’euro nel vertice di Bruxelles dell’8-9 dicembre scorso. Non solo perché non ha rimosso la sfiducia dei mercati e perché restano elevati gli spread tra i titoli dei vari debiti sovrani, ma soprattutto perché la riforma che dovrebbe unire e rafforzare l’Unione rischia di produrre risultati opposti a quelli promessi, con effetti politici interni destabilizzanti non solo per i paesi in difficoltà (Grecia, Spagna, Irlanda, Italia), ma per la stessa Germania e per la stessa Francia.
Il patto di Bruxelles da un lato infatti aggrava la crisi economica e allontana la ripresa e dall’altro lato rende sempre più contorta la base giuridica comune e sempre meno euro-democratica e sempre più inter-statale la politica europea. Per capirlo basta leggere l’incipit del “comunicato” diffuso al termine del vertice: “L’obiettivo del patto, come risposta alla crisi attuale, è di rafforzare la disciplina fiscale e di introdurre sanzioni più automatiche ed una più stringente sorveglianza. Il patto fiscale concordato oggi verrà reso legalmente vincolante da un accordo internazionale”. Chi cercasse qualche riferimento a misure pro-crescita in questo comunicato rimarrebbe deluso. Per trovare qualcosa, tanto ricco di enfasi quanto povero di impegni, dovrebbe andare a leggersi le “conclusioni” del Consiglio. Il contrasto è stridente ed eloquente.
Il punto critico del recente “patto” di Bruxelles non è tanto il “metodo intergovernativo”, reso in qualche misura obbligato dalla non sorprendente auto-esclusione del Regno Unito (a cui probabilmente qualche altro stato si aggiungerà), ma l’unilateralità dell’accordo che si basa sul peggio delle posizioni dell’attuale  governo tedesco e dell’attuale presidenza francese. A minare l’Europa è il dissennato scambio franco-tedesco che dà alla Merkel il rigore fine a se stesso e a Sarkozy un’Europa inter-statale, in cui a contare e a decidere sono i governi e non istituzioni democratiche comuni.La Merkel è contenta perché a Bruxelles si è imboccata, come lei dice, la via di una “Unione fiscale nel senso di una Unione di Stabilità”, mentre Sarkozy, già prima del vertice, aveva sostenuto che il metodo intergovernativo è il più democratico che ci sia (i popoli non sono forse rappresentati dai loro governi?) e il più adatto a tutelare la sovranità dei singoli stati e, anzi, a rafforzarla nell’accostamento e nella somma con la sovranità degli altri.
Quelli di Merkozy sono purtroppo racconti di comodo. Le decisioni di Bruxelles, per quanto è stato pubblicamente dichiarato, non sembrano andare nella direzione giusta, né dal punto di vista economico-finanziario né dal punto di vista politico-istituzionale. Il rigore di bilancio e la graduale riduzione del debito lasciata alla responsabilità individuale di ogni singolo stato ed accompagnata da sanzioni europee semi-automatiche per chi trasgredisce è, nella situazione attuale, la via più sicura per promuovere recessione e mettere in difficoltà paesi con alto debito come il nostro. La manovra del nuovo governo italiano corrisponde perfettamente alle attese della Merkel, ma non tocca il debito e non sembra certo fatta per rilanciare l’economia. Chi pensa invece che la direzione sia giusta e vada soltanto corretta, sostiene che la “Fiskalunion” dettata dalla Merkel andrebbe integrata da misure pro-crescita rendendo, per esempio, parametri su occupazione e crescita vincolanti come lo sono il pareggio di bilancio o la riduzione di un ventesimo all’anno della parte di debito sopra il 60%.
E’ più facile a dirsi che a farsi perché, naturalmente, chi si applicasse a rendere effettiva questa combinazione scoprirebbe che non si tratta semplicemente di accostare rigore e crescita, ma di scegliere in modo intelligente che cosa privilegiare, quando e come e da chi. Cioè bisognerebbe scegliere e quindi fare politica, scoprendo che di fronte alla complessità della vita dei popoli e alla complessità della storia non c’è “regola aurea” che tenga. Di fronte alla complessità della vita, ci vuole il coraggio della volontà e della democrazia. Ci vogliono leadership che mancano. E invece quello che sta accadendo e che rischia di accadere sempre di più è il trasferimento di sovranità dai parlamenti democratici nazionali ad un organismo inter-statale di Capi di Stato e di Governo che, supportato da una struttura tecnocratica, avrà il compito di accertare il rispetto di una “formula” e comminare sanzioni automatiche (salvo maggioranza qualificate contrarie) a chi non la rispetta.
Questa “Fiskalunion” non è affatto una “unione fiscale” e non fa altro che rafforzare i difetti del vecchio patto di stabilità: lo rende ancora più rigido e più stupido e non affonta, ignorandolo, il problema vero evidenziato dalla crisi, vale a dire l’andamento divergente (il contrario della convergenza che avrebbe dovuto produrre) tra le varie economie della zona euro in termini di competitività e di squilibri commerciali. Una vera “unione fiscale”, quale è quella che è propria di ogni singolo stato che fa parte della zona euro, si basa sul potere di decidere le tasse, emettere titoli di debito e provvedere a trasferimenti di risorse a livello sociale e territoriale. Nulla del genere si intravede nella “Fiskalunion” (o “fiscal compact”) decisa a Bruxelles, mentre soltanto muovendosi in questa direzione, e facendo capire che ci si muove in quella direzione, si potrebbe dare una risposta credibile alla crisi e rendere virtuosa e sopportabile a lungo termine la cessione della sovranità monetaria trasferita alla Bce.
C’è da dire infine che la debolezza e gli insuccessi provocati dalla linea Merkozy (basti pensare alla Grecia e all’imbarazzante dietro-front sulla partecipazione dei privati alla eventuale ristrutturazione dei debiti sovrani a rischio) comincia a delinearsi tanto in Germania che in Francia, dove siala Merkel che Sarkozy non godono proprio della migliore salute politica. E anche in Italia, la rimozione di Berlusconi ha reso meno impacciato il dibattito sull’Europa. Ci sono segnali importanti da non sottovalutare. In Germania il leader dell’Spd ha chiesto che si istituisca un “fondo europeo per l’ammortamento del debito” ed ha criticato come mera “unione sanzionatoria” la “pur necessaria unione fiscale” voluta dalla Merkel. In Francia lo sfidante socialista di Sarkozy ha invece detto che se vincerà le elezioni della primavera prossima rinegozierà il patto fiscale per introdurvi quello che manca e cioè “l’intervento della Banca centrale europea, gli eurobonds e un fondo di soccorso finanziario”. Anche l’Italia, finalmente, chiede all’Europa di uscire dallo strabismo tutto centrato sul rigore. “L’Europa è carente per quanto riguarda la politica comunitaria di crescita e di sviluppo”, ha dichiarato alla Camera, un po’ timidamente ma in modo significativo, il  Presidente del governo tecnico, incalzato e sostenuto sia dal Pd che dal Pdl.
Potrebbe dunque non essere così facile e scontato sia il cammino per la sigla entro marzo del nuovo patto intergovernativo che quello della successiva e necessaria ratifica. Ma il fatto è che la crisi dell’Unione europea e della zona euro non è solo una crisi economico-finanziaria, ma è sempre più una crisi di legittimità che andrebbe affrontata a livello politico in una prospettiva federale e di riforma democratica delle istituzioni comuni.  

Follie Monti regala alla Merkel e a Sarkozy il potere di metterci le mani in tasca

Politica

Follie Monti regala alla Merkel e a Sarkozy il potere di metterci le mani in tasca

Il premier, senza alcuna discussione preventiva, ha deciso che l'Italia aderirà al nuovo grande fratello fiscale europeo

Follie Monti regala alla Merkel e a Sarkozy il potere di metterci le mani in tasca 
Non se ne è discusso nemmeno un minuto prima. Ne ha fatto appena qualche cenno il presidente del Consiglio Mario Monti il 14 dicembre scorso, in una delle più turbolente sedute del Senato della Repubblica. Eppure fra poco più di tre mesi un gruppo di alti euroburocrati, guidato dall’immancabile belga Herman Achille Van Rompuy (attuale presidente del Consiglio europeo), presenterà le linee guida del piano con cui l’Unione europea renderà di fatto prive di senso tutte le prossime campagne elettorali italiane, rendendo definitivo l’attuale commissariamento in corso. Qualche titolo di giornale ha spiegato per sommi capi che 26 Paesi su 27, con la sola eccezione della Gran Bretagna, si preparano a modificare i trattati europei stabilendo il percorso con cui ognuno cederà alla Ue la sovranità fiscale attualmente posseduta, creando quella che è stata chiamata Unione fiscale europea. L’8 e 9 dicembre scorso, senza avere nessun mandato esplicito nemmeno dal Parlamento italiano (che non ne ha mai discusso), e nell’assoluta ignoranza dell’opinione pubblica, il premier Mario Monti ha fatto aderire in via di principio l’Italia alla nuova politica fiscale comune. Alle spalle aveva solo un disegno di legge costituzionale già presentato nel caos dell’estate in cui si prendevano sberloni dalla speculazione dal governo di Silvio Berlusconi: il testo di legge che inserisce nella Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. È stato presentato in fretta e furia come una condizione che ci veniva chiesta dagli altri partner del vecchio continente per avere una mano dalla Bce nel momento più critico, e nessuno ha obiettato. In fondo si tratta di un principio buono, che ci costringe ad essere virtuosi. Solo sulla carta, però. Perché la virtù ha due facce: quella di un Paese che tiene entrate e uscite in pareggio, magari abbassando le tasse quando è necessario e accompagnando le misure con un taglio analogo alle spese superflue. Ma può anche esserci l’altra faccia, che è quella che stiamo vedendo in queste settimane: un Paese in cui aumentano le spese (anche quella per interessi lo è), e che le compensa alzando le tasse in modo assai pesante.
Questa - criticabilissima - è stata la scelta operata dal governo tecnico di Monti. Forse l’ultima scelta che spetterà mai più all’Italia. Perché se verranno approvate entro fine marzo 2012 le nuove regole a cui Monti ha portato l’adesione italiana, il governo di Roma cederà a Bruxelles la decisione sulle prossime manovre italiane. E se i conti pubblici di Roma non saranno a posto, sarà l’Unione europea (una istituzione che non risponde all’elettorato italiano) a obbligare l’Italia ad alzare nuovamente la pressione fiscale sui propri cittadini. Certo, si potrà dire ancora di non essere d’accordo: ma bisognerà avere alleati i tre quarti dei 26 paesi che aderiranno all’Unione fiscale, quindi altri 19 paesi. Condizione praticamente impossibile. In ogni caso non ci sarà mai più la possibilità opposta: quella di abbassare le tasse in modo significativo, a meno che esista un surplus di bilancio così ampio da non trovare obiezioni a Bruxelles. Tradotto in parole povere: la decisione presa da Monti di fare entrare l’Italia nell’Unione fiscale europea, renderà impossibile qualsiasi autonoma decisione di politica economica ai governi politici nazionali che prima o poi dovranno raccogliere l’eredità dell’esecutivo tecnico. Quindi inutile qualsiasi campagna elettorale, perché è proprio sulle ricette di politica economica che si marcano le differenze fra uno schieramento e l’altro. Perché se fosse stato possibile discuterne (ma evidentemente tutte le decisioni europee sono ormai sottratte alla democrazia e perfino all’informazione dei popoli), è evidente che un’Italia con la pressione fiscale in queste condizioni non può cedere la sua sovranità sulla materia. C’è una pressione da record del mondo sui contribuenti che non possono né evadere né eludere, e zero sugli evasori fiscali. Congelare un fisco così, e passare il pallino a un’Unione europea chiaramente dominata dall’asse franco-tedesco, è pura follia. E se c’era un governo che doveva astenersi dal compiere quel passo, questo era certamente il governo Monti: l’unico della storia repubblicana a non avere alcun tipo di mandato popolare.

di Franco Bechis
23/12/2011
 
 

Friday, December 16, 2011

CHIUDI IL CONTO – DAY


Anti & Politica Economia Libertarismo Varie — 14 dicembre 2011 — 2.432 visite
OkNotizie DI LEONARDO FACCO
L’Italia è irriformabile. Ergo, è iniziata la fuga di individui e capitali, da questo paese culturalmente fondato sul “nazi-comunismo”. Da due anni, gli imprenditori seri e perbene chiudono e se ne vanno altrove. Dal mese di giugno scorso, i capitali fuggono dall’inferno fiscale edificato da Monti, con l’avallo del parassita Bersani e dello statalista Berlusconi,  più la complicità di ogni altra fetida casta. Da oggi, anche il singolo cittadino, la persona fisica, inizia il suo percorso di libertà, aderendo al “CHIUDI IL CONTO DAY” (c’è un gruppo anche su Facebook), un’iniziativa lanciata ieri dal Movimento Libertario, con la collaborazione di altre associazioni e movimenti politici, e tutti i suggerimenti del caso che verranno forniti da chiunque.
Grazie all’infame bocconiano, essere titolare di un conto corrente significa assumere le sembianze di un “prolet” da spennare e controllare, fino al punto da conoscere i suoi gusti e le sue inclinazioni. Tracciabilità, tasse aggiuntive, fine del segreto bancario, intrusioni di default dell’Agenzia delle Entrate sono scelte intollerabili. Questa mattina, più di un amico è andato in un altro paese dell’Unione europea ad aprire il proprio conto. Altri ci andranno domani e dopodomani. Altri ancora a seguire, sottoscritto compreso ovviamente. C’è chi sta portando la residenza all’estero, considerato che “l’imbecille qualunque” che ricopre il ruolo di premier ha intenzione di tassare attività finanziarie e proprietà all’estero.
Per chi volesse azzerare il proprio conto bancario, eccovi la lettera che l’amico Andrea Benetton presenterà al suo istituto bancario.

CONSIGLIO: COPIATELA ED ADATTATELA

“La presente per comunicarVi la decisione irrevocabile di estinguere il conto corrente ‘000000’ a me intestato. La decisione a seguito delle norme introdotte dal governo Monti che:
- introducono uno stato di polizia tributaria dando libero accesso ai dati dei conti correnti agli apparati di governo senza che sia stata prevista alcuna norma per impedire abusi. In un paese dove la corruzione regna sovrana, gli impiegati della Agenzia delle entrate non ne sono immuni. Tale norma è a mio giudizio incostituzionale in quanto viola l’articolo 15 della carta fondamentale che recita: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.”;
- introducono una discriminazione non giustificata nella rivalutazione dei estimi catastali a favore delle banche (20% contro il 60% dei normali cittadini), in sostanza un ex-banchiere primo ministro di un governo di banchieri non democraticamente eletto impone sacrifici ai comuni cittadini ma introduce un trattamento di favore per gli istituti bancari;
- introducono un limite alla circolazione dei contanti per indurre forzosamente i cittadini a mantenere il proprio denaro sul conto corrente in modo da garantirvi quella liquidità che fate fatica a raccogliere sul mercato in quanto i bilanci delle banche indicano gestioni irresponsabili con sovraesposizioni debitorie. Come istituzioni bancarie avete perso la credibilità per operare e ora, attraverso l’azione governativa, volete impedire ai risparmiatori che temono un crac degli Istituti di credito di ritirare il loro denaro e imporre a quelli che lo hanno già fatto di rimettercelo. Devono rimanere ostaggio delle banche. L’articolo 1834 del codice civile rende le banche proprietarie del denaro in giacenza sui conti correnti dei cittadini. I soldi non sono “depositati”, sono un prestito. Su questo abuso della credulità popolare il governo sta costringendo le persone ad accettare di finanziarvi forzosamente. Anche il vergognoso provvedimento che obbliga i pensionati a ricevere la pensione su un conto è iscrivibile alla stessa logica perversa nonchè la cancellazione della tassa sugli estratti conto annuali dei conti correnti bancari;
- introducono una garanzia sui vostri titoli di debito da parte dello stato e della collettività. Ora le banche sono attività imprenditoriali al pari delle altre. Nel capitalismo chi sbaglia paga e nel caso chiude i battenti. Se l’attività bancaria non viene più sottoposta a questo principio, si crea una situazione di moral hazard in cui le istituzioni bancarie possono correre rischi come uno scommettitore che punta tutti i suoi averi perché tanto non pagano i vostri azionisti, pagano i contribuenti. Se il problema è che le società bancarie sono diventate too big too fail, la soluzione è un intervento antitrust sulla falsariga di quello che è capitato alle compagnie petrolifere americane di inizio secolo, non il collettivizzare le vostre perdite. Che ciascuno è responsabile del proprio rischio deve valere per tutti, anche per quei risparmiatori che “depositano” somme di denaro su conti di banche insolventi;
Alla luce di queste considerazioni non si capisce per quali ragioni un cittadino dovrebbe continuare a rendersi complice di questa truffa legalizzata ai propri danni mantenendo un conto aperto presso una istituzione bancaria”.
Ammoniva Frédéric Bastiat: Private l’uomo della sua proprietà e lo priverete della sua libertà, della sua individualità e della sua personalità”.

Signor Monti, quelli come noi non sono nati per vivere da schiavi!

MI OPPORRO’ ALL’IMU


Anti & Politica Economia Primo Piano — 15 dicembre 2011 — 1.080 visite
OkNotizie DI LEONARDO FACCO
Sia chiaro, all’Ici – o Imu – o come diavolo la vogliano chiamare, il Movimento Libertario si opporrà, innescando al momento opportuno un’azione di resistenza fiscale.
Quando c’era Berlusconi al governo, ogni due per tre, qualcuno scendeva per strada per difendere la costituzione. Oggi, che il boiardo Mario Monti è assurto a premier, i Bersani e la sua compagnia cantante si comportano come cagnolini da lecca al guinzaglio del bocconiano.
Probabilmente, a fronte della macelleria fiscale che dovranno votare, hanno dimenticato quel che recita l’articolo 47 della costituzione della repubblica Italiana: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Ancora: “Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Da qui riteniamo un dovere morale partire per non pagare la tassa sulla prima casa.
La norma di cui sopra disciplina sia il risparmio che, correlato al credito, entra a far parte della liquidità monetaria, sia il risparmio che non influisce nella liquidità (il risparmio “in tutte le sue forme”), del quale vengono poi favorite alcune particolari destinazioni, considerate socialmente rilevanti.
Secondo parte autorevole della dottrina costituzionalista, tale norma (unitamente agli artt. 36 (salario congruo) -41 (libertà di iniziativa economica -53 (progressività dell’imposta) -81 (copertura di bilancio delle leggi) incarnerebbe un principio fondamentale (o meglio costituzionalizzerebbe un principio): da tali disposizioni si ricaverebbe cioè un limite costituzionale all’adozione di misure normative che obbiettivamente introducano inflazione; in giurisprudenza invece si sostiene che il principio costituzionale della tutela del risparmio e del credito va bilanciato con altri interessi costituzionalmente rilevanti nell’ambito del potere discrezionale del legislatore ordinario, con il limite della contraddizione con il principio stesso (ciò significa che gli interventi legislativi non possono andare a vanificare comunque il principio tramite evidenti contraddizioni).
Una delle forme più importanti di risparmio è quello che si traduce nell’acquisto di immobili: il secondo comma dell’art. 47 prende in considerazione proprio la forma di risparmio consistente nell’acquisto della abitazione. Vi è quindi un favor particolare per consentire l’accesso all’acquisto della proprietà dell’abitazione, essendo questa forma di risparmio considerata una delle più meritevoli di tutela. Il legislatore ordinario, sulla scorta di tale favor, ha introdotto agevolazioni fiscali sull’acquisto della prima casa (imposta di registro al 4%) e forme di particolare tutela per gli acquirenti di immobili da costruire (Decreto legislativo n. 122/2005).
È chiaro che tali interventi hanno anche come finalità quella di mantenere sempre vivo il settore immobiliare e delle costruzioni, che costituisce una delle principali voci dell’economia del Paese (secondo le stime dell’ufficio ricerche di Bankitalia).
Date queste preme sesse e queste brevissime note introduttive, si può passare a esaminare la costituzionalità o meno di interventi di finanza pubblica che dovessero andare a colpire direttamente le varie forme di risparmio (le cosiddette patrimoniali).
Assodata la assoluta incostituzionalità di eventuali prelievi sul conto corrente stile Giuliano Amato (il ladro entrato di notte nei conti degli italiani), interventi che ledono prima di tutto l’art. 624 del codice penale, che, secondo antica tradizione romanistica, punisce penalmente il delitto di furto, valutiamo possibili imposte su quella particolare forma di risparmio cristallizzata in un immobile.
Se si tratta di immobile adibito a prima casa, è evidente l’incostituzionalità: la lesione del limite di ragionevolezza (art. 3 cost.) e di non contraddizione con il principio di tutela delineato dall’art. 47 è palese. La contraddizione è resa palese dalle stesse norme fiscali agevolative dell’acquisto della prima casa: prima si facilita l’acquisto e poi si bastona l’acquirente. La contraddizione che no’l consente (per dirla con il Poeta) è fuori discussione. Si potrebbe a buon diritto anche considerare del tutto incostituzionali le tasse (gravosissime) imposte sulle forniture essenziali della casa di abitazione: gas per riscaldamento e uso cucina, elettricità, acqua. È chiaro che anche tali pesi fiscali ledono il principio di tutela del risparmio cristallizzato nella casa di abitazione.
Più arduo è sostenere, alla luce del sistema costituzionale attuale (orientato chiaramente in senso illiberale), una eventuale illegittimità di interventi fiscali che colpiscano il risparmio cristallizzato in immobili diversi dalla prima casa. La Corte costituzionale della Repubblica Italiana è ben lungi dall’individuare dei limiti concreti all’onnipotenza del legislatore nell’imporre tasse; indubbiamente potrebbe venire in rilievo – nel bilanciamento dei vari interessi in gioco – il principio di sussidiarietà, ora costituzionalizzato (e fatto valere, tra gli altri argomenti, da Giorgio Fidenato nel suo ricorso contro il sostituto di imposta).
Quali azioni pratiche di resistenza passiva?
Di fronte all’aggressione patrimoniale da parte dello Stato contro il risparmio accumulato in immobili, potrebbe essere interessante provvedere a pagare solo parzialmente l’imposta in modo da suscitare la reazione del fisco e incardinare quindi l’incidente di illegittimità costituzionale della legge impositiva del balzello.
Va da sé che, in caso di importante adesione all’iniziativa, la consapevolezza del problema potrebbe emergere in modo molto pesante e contribuire e risvegliare le obnubilate coscienze dei troppi cittadini “cornuti e mazziati”, ovvero prima invogliati all’acquisto della proprietà della prima casa e poi bastonati senza complimenti.
Il presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani, lo ha detto a chiare lettere: “Il peso della fiscalità immobiliare imporrebbe il ricorso alla Corte Costituzionale”.
Il sottoscritto è pronto a dare inizio a questa battaglia contro l’Imu. Se anziché solo, si aggregheranno a quest’azione di disubbidienza migliaia di contribuenti, aumenteranno le probabilità di rispedire al mittente l’ennesima gabella.

DEPREDATI E SENZA LIBERTA’


OkNotizie
RILANCIAMO CON PIACERE QUESTO BELL’ARTICOLO DI FRANCESCO CARBONE*
Avete fatto caso a un particolare? Tutte le soluzioni proposte dagli esperti per risolvere questa crisi dell’Euro ruotano intorno allo stampar denaro, e quindi necessariamente intorno allo svilire moneta (o, per usare un termine politically correct, intorno alla svalutazione). Secondo questi ragionamenti, la colpa ovviamente è dell’Euro in quanto moneta rigida, ed è della BCE che, ossessionata dalla stabilità dei prezzi, non stampa abbastanza come fa la FED. In breve: l’Euro si è rivelato una proxy del Gold Standard e sta facendo gli stessi danni degli anni Trenta quando gettò l’America nella Grande Depressione.
Così ci siamo ridotti dopo decenni di insegnamenti keynesiani e monetari: si cade facilmente nella solita inversione causa effetto, si avanzano i soliti capri espiatori, si propongono le solite soluzioni che non sono soluzioni ma operazioni tampone che rimandano il problema nel tempo e lo stratificano su quello corrente. Insomma i soliti poveri ragionamenti di chi non ha una teoria coerente alle spalle, di chi spizzica e boccona letture economiche di qua e di là, spulciando numeri e statistiche che poi come un piccolo fisico elabora più o meno inutilmente con la pretesa di trovare la formula magica della prosperità economica. Alla fine dell’orrendo mescolone viene servito il cliché di sempre, utilizzato oramai da quasi 100 anni per risolvere ogni crisi: iniettare nuovo denaro nell’economia.
La mia domanda per tali soggetti dovrebbe essere ben nota: come si può pretendere di risolvere problemi che hanno origine monetaria stampando ancora più denaro? Siamo o no in una contraddizione che non sta in piedi?
Certo che siamo in una contraddizione irrisolvibile! Iniettando altro denaro nel sistema non si risolve un bel niente! Nel migliore dei casi si mette una bella toppa mirata ad invertire per qualche altro mese la spontanea contrazione del credito. Contrazione che tuttavia non è affatto casuale. Nonostante oramai tutti blaterino di questo nuovo mostro chiamato Credit Crunch, per ignoranza economica ci si dimentica, praticamente sempre, di ricordare che questa contrazione ha ragioni ultime ben precise: previamente quel credito era stato artificialmente generato senza risparmio reale corrispettivo e sottostante. In altre parole, si tratta di credito artificialmente generato dal sistema bancario in virtù di quell’aborto giuridico spiegato inRiserva Frazionaria per Dummies.
Tamponando il problema con iniezione di nuovo denaro al più lo si sposta, avanti nel tempo o in là nello spazio. Nel frattempo, cioè fino alla crisi successiva, non solo si continuano ad alimentare sviluppi economici insostenibili ma si fomenta anche tutta una serie di fenomeni paralleli che da sempre sono sintomatici della crisi stessa: comportamenti irrresponsabili, disastri ambientali, eccessivo sfruttamento delle risorse, globalizzazione fondata su termini finanziari anzi che economici, consumismo che erode capitale, distribuzione iniqua delle ricchezze, e via dicendo.
Fate poi caso a un altro dettaglio: i soggetti che offrono la soluzione dello stampar denaro, oltre ad addurre cause che in realtà sono effetti o sintomi, o cause che risultano essere accidentali, evanescenti o addirittura del tutto inconsistenti, sono molto spesso, forse solo per qualche imbarazzante casualità, sul libro paga del fallito settore pubblico o bancario. Ahimè questo avviene anche tra i blogger che popolano la rete e che oramai vanno tenacemente a rinforzare le schiere di quegli inflazionisti che per tradizione appestano cattedre, televisioni, giornali.
Da qualche tempo, per giustificare le proprie proposte inflazionistiche, peraltro sempre più folli e consistenti (oramai si è arrivati a proporre senza alcun pudore il ben noto BAZOOKA da qualche trilione di Euro) gli inflazionisti si appigliano a una evidenza contingente: solo l’Europa versa in pessime condizioni, mentre i paesi svincolati dalla rigidità dell’Euro e ben più prodighi nello stampar denaro, sono ben fuori dalla tempesta, nonostante in qualche caso presentino numeri peggiori di quelli forniti dai maiali europei.
Allora vediamo di ricordare il quadro generale, perché non credo che questi soggetti l’abbiano ancora afferrato (magari la lettura dei nostri libri spalancherebbe a quelli in buona fede le porte della percezione). L’Europa oggi sta per saltare non perchè stia messa molto peggio degli USA, degli UK, del Giappone o della Cina, ma perchè le circostanze, tra cui anche la dabbenaggine dei nostri Eurocrati, ha portato le forze distruttive di questo fallimento globale a scaricarsi prima sull’Europa che non sugli altri paesi.
Mentre negli ultimi due anni altri attori, più scaltri, sono riusciti in qualche maniera a defilarsi dal fallimento sistemico emerso nel 2008, l’Europa è rimasta al palo. Un po’ come nel gioco che si faceva da bambini, dove si corre intorno alle sedie, in numero pari a quello dei giocatori meno uno, e allo stop si va tutti a cercare il proprio posto. Come saprete, in questo gioco, qualcuno inevitabilmente resta in piedi ed esce di scena prima degli altri. Non mi meraviglia affatto che al palo sia rimasta l’Europa. Anzi per certi versi lo avevo anche messo in conto.
Plausibilmente poteva rimanerci il Giappone, o l’Inghilterra o qualunque altra nazione di questo pianeta. Una volta, ad esempio, saltavano generalmente i paesi periferici, vittime delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Nel giro di poco tempo questi paesi venivano regolarmente depauperati dai paesi più industrializzati e il gioco ripartiva. Dal 2008 le cose sono arrivate al capolinea, forse anche per il motivo che in giro per il mondo non è rimasto più granchè da depredare con i soliti vecchi metodi, mentre il marcio lentamente è arrivato al cuore del sistema proprio nei paesi che hanno sempre avuto modo di fare o di unirsi alla voce grossa.
Fatto sta che da quando la crisi del 2008 è scoppiata proprio nel cuore dei paesi industrialmente più avanzati, portando alla luce la sostanza di un default finanziario sistemico e globale, alcuni di questi paesi sono stati più bravi di altri e sono riusciti lentamente a spostare e quindi a isolare la percezione del fallimento intorno alla sola Europa. In fondo, se qua tutti sono falliti, la bravura di ciascun giocatore sta nello spostare la percezione del fallimento lontano da sé, preferibilmente su qualche altro soggetto palesemente in difficoltà.
Per circostanze endogene ed esogene al palo è rimasta l’Europa. Un continente ingessato da pericolissimi Eurocrati che hanno avuto la pessima idea di inventarsi una valuta unica il cui difetto non è stato tanto quello di essere rigida (la rigidità ha invece il pregio di far emergere i problemi sottostanti, ahinoi oramai troppo grossi per essere risolti con una manovrina da qualche decina di miliardi!!) ma quello di incentivare trasferimenti di ricchezza insostenibili, e quindi inaccettabili, all’interno dell’Unione europea.
Mentre quindi altri paesi possono continuare a fare il gioco delle tre carte, tirando calci al problema, gli Europei si sono cacciati in una situazione tale per cui questa temporanea scappatoia sembra preclusa dalle regole che l’Unione stessa si era data tempo fa. E così sono rimasti al palo. Ciò significa che se un domani riuscissero a riprendersi una sedia, rientrando nel gioco, nel giro di poco tempo le forze di questa enorme crisi, di carattere sistemico e globale, si sposterebbero su qualche altro paese industrialmente avanzato, innescando meccanismi analoghi altrettanto pericolosi e contagiosi come quelli che stanno affliggendo oggi l’Europa.
Per quel che mi riguarda non c’è dubbio che prima o poi la catena che unisce il mondo finanziario globale salterà in aria per intero. Essa coinvolgerà tutti i paesi del pianeta in un Crack up Boom globale dove chi ha poco e niente da perdere perderà poco e niente, e dove invece chi ha goduto immeritatamente di un benessere in gran parte illusorio pagherà a caro prezzo il necessario reset del sistema. L’Italia, per i motivi che ho argomentato peraltro anche nella postfazione della Tragedia dell’Euro rientrerà sicuramente tra questi ultimi.
Una delle più belle lezioni di Mises è condensata in un semplice paragrafo. Ricordiamolo: “Non c’è modo di evitare il collasso finale di un boom indotto da un’espansione creditizia. La scelta è solo se la crisi debba avvenire prima come risultato dell’abbandono volontario di un’ulteriore espansione del debito o più tardi con la totale catastrofe del sistema monetario coinvolto“.
E continuo a insistere sul Crack up Boom, rigettando l’idea del Credit Crunch, per il semplice motivo che in un sistema fiat, cioè di denaro a corso forzoso, il Credit Crunch, inteso come contrazione del credito artificialmente generato dal sistema bancario a riserva frazionaria, verrà in qualche maniera sempre tamponato. Potete starne sicuri. Lo si è fatto quando in teoria non era possibile, cioè rimuovendo l’oro dal sistema monetario, lo si è fatto sistematicamente per altri 100 anni fino a gettare nel sistema trilioni di fiat valute in maniera esponenzialmente crescente. Lo si farà nuovamente continuando a intervenire secondo cifre ancora più spaventose, la cui perdita di controllo presto o tardi porterà direttamente alla catastrofe monetaria.
Che quindi i burocrati trovino pure una soluzione per tamponare il Credit Crunch attualmente in corso in Europa. Benvenga. Io stesso sono sicuro che messi alle strette si inventeranno una qualche diavoleria e con un bel Bazooka spareranno in vena al sistema europeo una decina di trilioni di euro. Ma state sicuri che tale rimedio non avrà vita lunga e tantomeno sarà una soluzione definitiva. Costituirà solo l’ennesima misura tampone mirata a spostare altrove, ingigantendolo, il problema. Presto o tardi qualcuno rimarrà travolto da tale follia inflazionista innescando quella reazione a catena che si porterà via il sistema monetario così come lo conosciamo oggi.
Io direi invece che al di là delle chiacchiere da bar su come risolvere temporaneamente questa crisi, che molto spesso si risolvono in tempo e fiato sprecato, la cosa davvero importante che è rimasta da fare a quelle persone che si reputano intelligenti, libere e responsabili è quella di opporsi con tutte le proprie forze a questa ipocrita evoluzione in corso. La verità, infatti, è che dietro il pretesto della crisi stiamo subendo una costante privazione delle libertà economiche e civili, nonché una vessazione sempre più invasiva da parte dell’improduttivo gabelliere che ci governa. Questo oramai è ciò che conta perché questa privazione delle libertà e questa coercizione predatoria saranno cause di danni sempre maggiori, conflitti e tragedie sociali sempre più gravi.
E’ da situazioni come queste che sono nate le dittature e si sono fatti milioni di morti. Pertanto, qua in Europa, prima ancora di pensare a come salvarci dal Credit Crunch (vedrete ci penserà Marietto Draghi con qualche trilionata di Euro! Pensate piuttosto a come salvarvi dal Crack up Boom!), dovremmo seriamente cominciare a pensare a come salvalguardarci dai burocrati, dai politici e dai banchieri che ci hanno divorato il futuro e che non si fermeranno finchè non saremo noi, in qualche modo, a fermare loro.
E’ mia opinione, maturata sullo studio della scienza economica, che questo nuovo processo teso a recuperare le libertà individuali richieda necessariamente sia un ripensamento radicale del sistema monetario (il sistema a riserva frazionaria con denaro fiat gestito da banca centrale è definitivamente fallito!) sia di quello politico (lo Stato sociale è fallito!). Queste sono le cose davvero importanti, ed entrambe passano necessariamente dalla fine del progetto europeo così come è andato delineandosi negli ultimi anni. Esso infatti esaspera su scala continentale tutti i problemi a monte di questa profonda crisi economica.
Non vi sorprenda pertanto che messo di fronte a diversi scenari io preferisca quello del disfacimento totale del progetto Euro, nonché di questa malsana Unione europea di fortissima matrice statalista e burocratica la quale, sia in termini di libertà economiche e civili sia in termini di prosperità economica, ha fatto e continua a fare ancora più danni di quelli già creati a livello nazionale dai singoli Stati che la compongono.
*www.usemlab.com

PERCHE’ I BANCHIERI ODIANO ORO ED ARGENTO

OkNotizie
DI FUNNY KING*
Della serie domande frequenti. Mi capita spesso di ricevere mail o commenti in cui mi viene chiesto perchè ci sarebbe un “complotto” contro l’Oro e l’Argento fisico.
Nessun complotto, non c’è nessun complotto è tutto alla luce del sole.
Il potere dei banchieri discende dalla facoltà di decidere a chi, quanto e a che prezzo concedere  (in prestito) la moneta creata con il sistema della riserva frazionaria. E’ semplicissimo da capire. Scusate, ma se a voi fosse concesso di creare moneta dal nulla e di poter discriminare a chi concederla attraverso il credito, non ne approfittereste? Nemmeno un pochino? Dai siamo seri. Se il denaro è lo sterco del demonio, il sistema della riserva frazionaria è il carburante dell’inferno. (della serie frasi celebri di fk…).
Ora il sistema della riserva frazionaria basa la sua esistenza su due pilastri:
1) (quello debole) su quel minimo (frazione) di patrimonio da tenere a riserva (dalla banca) per creare moneta.
2) (quello forte) sull’indiscussa fiducia nella moneta di carta ed elettronica, un caposaldo da difendere ad ogni costo.
La riserva frazionaria è un cancro culturale prima che un artificio tecnico. Capite adesso perchè per nessuna ragione debba passare l’idea che esista qualcosa di alternativo alla moneta basata sulla fiducia (avete presente quei pezzettni di carta colorata che avete nel portafoglio?)
Per nessuna ragione deve passare fra i cittadini la sana abitudine a tesaurizzare in oro e argento come forma di risparmio. Nella peggiore delle ipotesi (per i banchieri), tutto deve essere carta, nella migliore tutto deve essere  un impulso elettronico, una scritta su un computer un bene mobile dematerializzato (manco fossimo su Star Trek). Il dramma è che il sistema va benone anche per ogni forma di casta parassitaria. E’ facile, attraverso l’uso della forza strappare ad un cittadino il frutto del lavoro e dell’ingegno se esso è debitamente registrato e conosciuto dallo Stato. Impossibile se custodito in luogo sicuro sotto forma di metallo. E’ facile imporre la tassa chiamata inflazione, stampando nuova moneta di carta (o elettronica), ma diventa impossibile se quella moneta ha un formidabile e solido concorrente.
Quindi nessun complotto, i banchieri odiano l’oro e l’argento a meno che non siano essi stessi a possederlo.
Uccidiamo la riserva frazionaria, chiudiamo il conto e compriamo oro e argento fisico.
*Visitate il sito rischiocalcolato.it

Thursday, December 8, 2011

Analogie tra fascismo e comunismo

In questo video viene spiegato chiaramente, con poche parole essenziali, come il fascismo e il comunismo, ed anche il cattocomunismo e il cattofascismo (centro-sinistra e centro-destra italiani) siano la stessa identica cosa e che in qualità di ideologie politiche, poichè fallimentari fino all'estremo limite, vanno cancellati dalla faccia della terra...

PARTE PRIMA

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PARTE TERZA