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Thursday, November 17, 2011

IL MITO DELL’EQUITA’ SOCIALE (si fa per dire)

Anti & Politica Economia — 16 novembre 2011 — 462 visite
OkNotizie   DI MATTEO CORSINI

“L’Italia ha bisogno di un’altra politica economica che si basi sull’equità sociale e bisogna partire dalla redistribuzione fiscale, da una patrimoniale sulle grandi ricchezze agendo sulle rendite finanziarie e sui grandi immobili e le seconde case.” (S. Camusso)
Con queste parole Susanna Camusso ha indicato la linea della Cgil in merito alla formazione del nuovo governo italiano.
Le “grandi ricchezze” sono una creatura mitologica nei proclami dei sindacalisti (e degli individui per lo più sinistrorsi). Francamente non ho mai capito quale sia il limite della grande ricchezza. L’unica volta in cui qualcuno si prese la briga di quantificare fu in occasione della rimodulazione dell’imposta sui redditi delle persone fisiche operata dall’allora viceministro Vincenzo Visco, il quale stabilì che un single che guadagna non meno di 40mila euro lordi all’anno non dovesse avere diritto ad alcuna agevolazione.
Mi si potrebbe dire che 40mila euro è circa il doppio di quanto dichiara il contribuente mediano; il che è indubbiamente vero, ma mi pare una notevole forzatura paragonare a Paperone chi guadagna una cifra simile.
Ciò detto, resterebbero da definire i “grandi immobili” e le “rendite finanziarie”. Qui c’è un problema di fondo: si continua a sparare su queste figure mitologiche, ben sapendo che quando sono davvero grandi fanno capo a soggetti che risiedono fiscalmente altrove (e non saprei come dal loro torto).
Ma il mito più grande di tutti è quello dell’equità sociale. Per i redistributori questo significa che lo Stato deve prendere a Tizio per dare a Caio. Solitamente loro non sono Tizio, ma tendono a identificarsi (o a identificare i loro iscritti/elettori/clienti) in Caio.
A parte il problema non secondario dovuto al considerare la ricchezza prodotta come una variabile indipendente, redistribuibile a piacere senza che la quantità totale subisca alcuna variazione, credo che di equo ci sia ben poco se si invoca un’azione coercitiva dello Stato per togliere a qualcuno e dare ad altri.
Quando il trasferimento di un bene avviene da Tizio a Caio a seguito di una transazione volontaria, tale transazione è per definizione equa, anche se, al limite, Tizio non chiede nulla in cambio del bene ceduto a Caio.
Viceversa, quando qualcuno, sia esso un soggetto privato o lo Stato, impone a Tizio di cedere un certo bene a Caio minacciando l’uso della forza, vi è una palese violazione del fondamentale diritto di proprietà di Tizio. Il quale, è bene ricordarlo, non si è macchiato di alcun misfatto se il bene che gli viene estorto era frutto di transazioni volontarie con altri soggetti.
I redistributori tendono a sorvolare su questo concetto, ma a me pare che così facendo si pongano le basi di una qualsiasi tirannia. Anche se celata dietro le migliori intenzioni.
 

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